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Politica

Referendum sulla giustizia, Barbera: «Voterò sì». L’ex presidente della Consulta spiega perché la riforma è giusta

Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, annuncia che voterà sì al referendum sulla giustizia. Nell’intervista al Corriere della Sera spiega perché sostiene la riforma.

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Augusto Barbera (foto Imagoeconomica), presidente emerito della Corte costituzionale ed ex parlamentare del Pci e del Pds, ha dichiarato che al referendum sulla giustizia voterà “sì”. Lo ha affermato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, spiegando che la riforma sulla separazione delle carriere completa il passaggio dal processo inquisitorio a quello accusatorio voluto dal legislatore e dai padri costituenti.

Le ragioni del sì e il nodo degli organi di autogoverno

Barbera sostiene che uno dei punti centrali sia la creazione di due Consigli superiori separati, uno per giudici e uno per pubblici ministeri, oltre a un’Alta corte disciplinare. A suo giudizio, il fatto che oggi giudici e pm decidano insieme nel Csm promozioni e procedimenti disciplinari costituisce una forte criticità del sistema.

Il ruolo del pubblico ministero e il rischio “superpoliziotto”

Alle contestazioni sul possibile indebolimento del pm Barbera replica che non c’è alcun rischio di subordinazione all’esecutivo. Richiama il modello francese, dove l’indipendenza dei pm è garantita pur prevedendo linee generali di politica criminale. Per Barbera, l’attuale riforma non solo non riduce l’autonomia del pm, ma la rafforza inserendone l’indipendenza direttamente in Costituzione.

I richiami storici: Falcone, Vassalli e la Commissione D’Alema

L’ex presidente della Consulta ricorda come Giovanni Falcone sostenesse già negli anni ’90 la necessità di ridefinire la funzione requirente e di creare meccanismi più chiari nel processo accusatorio. Per Barbera, la separazione delle carriere è l’ultimo tassello della riforma Vassalli e del lavoro della Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

Il tema del sorteggio per i nuovi Csm

Barbera definisce il sorteggio un primo passo per limitare il potere delle correnti, oggi ridotte a gruppi di pressione capaci di influenzare carriere e trasferimenti. Il sorteggio riguarderà anche la quota riservata al Parlamento, elemento che — secondo Barbera — potrà contribuire alla trasparenza del nuovo sistema.

Fine vita e Parlamento: la critica sulla mancata legge

Sul tema del fine vita, Barbera ricorda come la Corte costituzionale abbia sollecitato più volte le Camere a intervenire con una legge. A suo giudizio non è la Chiesa a frenare il legislatore, ma la mancanza di sintesi politica. Sottolinea che la vita resta un valore costituzionale, ma per casi specifici è necessario considerare dignità e autodeterminazione.

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Decreto Ucraina, i vannacciani sfidano Salvini. Emendamenti contro le armi e fiducia per blindare il voto

I vannacciani presentano emendamenti contro l’invio di armi a Kiev. Il governo valuta la fiducia sul decreto Ucraina per evitare spaccature e strumentalizzazioni.

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A pochi giorni dall’uscita dalla Lega, i cosiddetti vannacciani aprono il confronto politico sul decreto Ucraina e lanciano il guanto di sfida a Matteo Salvini. Lo fanno presentando un emendamento e tre ordini del giorno contrari all’invio di armi a Kiev. A firmarli sono Rossano Sasso, Edoardo Ziello ed Emanuele Pozzolo, tutti ex parlamentari di maggioranza.

La linea contro l’invio di armi

Gli emendamenti si collocano sulla stessa linea di Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle, ma difficilmente arriveranno al voto. Il governo, infatti, è orientato a porre la questione di fiducia sul decreto per evitare rischi legati a una convergenza trasversale definita “strumentale” da più parti.

La fiducia per blindare il provvedimento

La scelta di ricorrere alla fiducia sarebbe maturata nel confronto tra esecutivo e maggioranza per impedire strappi su un tema considerato particolarmente delicato. Da Fratelli d’Italia arriva la conferma di un sostegno “convinto” alla resistenza ucraina e la denuncia di una narrazione ritenuta condizionata dal Cremlino. Secondo la linea del partito di Giorgia Meloni, sostenere Kiev resta essenziale, mentre viene bollata come fake news l’idea di una Russia vincente sul campo.

Il ruolo dei vannacciani e le attese della maggioranza

Il voto di fiducia servirà anche a chiarire la collocazione dei tre deputati di Futuro Nazionale: con la maggioranza, con l’opposizione o tra gli astenuti. In ambienti del centrodestra si osserva con attenzione la mossa, mentre nella Lega si tende a minimizzare, parlando di “capitolo chiuso” e di una formazione che si porrebbe automaticamente fuori dalla maggioranza di governo.

Le posizioni della Lega

La linea del Carroccio viene ribadita dal deputato Fabrizio Cecchetti, che auspica un futuro senza invio di materiali d’armamento, segno della fine del conflitto, rivendicando però il rafforzamento della difesa civile ucraina. Salvini, dal canto suo, insiste sulla chiusura definitiva del rapporto politico con il generale e i suoi seguaci.

Le reazioni dell’opposizione

Nel centrosinistra il quadro resta frammentato. Il Partito Democratico voterà contro la fiducia ma a favore del decreto. Il M5s e Avs, pur contrari all’invio di armi, prendono le distanze dai vannacciani, evitando sovrapposizioni politiche. La capogruppo Avs Luana Zanella parla di una maggioranza incapace di reggere le proprie contraddizioni interne.

Le tensioni nel campo riformista

Dalle file dem emergono forti critiche. Il senatore Filippo Sensi esprime indignazione per la convergenza di iniziative contro il sostegno a Kiev in un momento di escalation del conflitto. Da Azione, Carlo Calenda annuncia una missione in Ucraina per testimoniare solidarietà a chi combatte per la libertà.

Un voto che misura gli equilibri

Il passaggio parlamentare sul decreto Ucraina si conferma così non solo un test sulla politica estera italiana, ma anche un banco di prova sugli equilibri interni alla maggioranza e sulle nuove fratture che attraversano il Parlamento.

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Asse Italia-Germania, Meloni e Merz guidano il fronte Ue sulla competitività

Meloni e Merz convocano un pre-summit Ue sulla competitività ad Alden Biesen. Nasce un asse italo-tedesco che ridisegna gli equilibri europei, tra tensioni con Parigi e appello al pragmatismo.

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“Alcuni dicono che il 2026 sarà l’anno dell’Italia e della Germania. Non lo so, ma ce la mettiamo tutta”. Con queste parole Giorgia Meloni, a metà gennaio, accogliendo Friedrich Merz a Roma, aveva anticipato una dinamica oggi divenuta esplicita. Italia e Germania sono i primi due Paesi a raccogliere l’appello al “pragmatismo” lanciato da Mario Draghi, convocando per giovedì 12 un pre-summit europeo sulla competitività.

Il pre-summit e il vertice dei Ventisette

L’incontro, promosso insieme al premier belga Bart De Wever, fungerà da apripista al ritiro informale dei leader dei Ventisette, in programma al castello di Alden Biesen, in Belgio. Al tavolo sono attesi, oltre a Draghi, anche Enrico Letta, autore di un rapporto sul mercato unico che, come quello di Draghi sulla competitività, resta in gran parte inattuato.

Il silenzio di Parigi e la frattura con Macron

L’invito congiunto di Roma e Berlino è stato recapitato anche all’Eliseo, ma da Francia non sono arrivati segnali. Un silenzio che riflette le tensioni con Emmanuel Macron, soprattutto sulle risposte alle pressioni di Donald Trump e sulla linea economica e di difesa dell’Unione. L’asse italo-tedesco si propone come alternativa a una visione più protezionista e muscolare sostenuta da Parigi.

Competitività, mercato unico e commercio globale

Il metodo è già noto: una coalizione di Paesi “volenterosi”, dai Nordici ai Baltici, con la Commissione europea chiamata a presidiare. Dopo l’esperienza sull’immigrazione e sul formato dei Big Six in economia, il modello viene ora applicato a deregulation, rilancio del mercato unico e centralità del commercio globale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’Europa dall’interno senza rompere il legame transatlantico.

I nodi aperti: debito comune e difesa

La convergenza tra Roma e Berlino non è totale. Se entrambe sostengono l’idea di un fondo Ue per la competitività, il debito comune resta una linea rossa per la Germania. Divergenze emergono anche sul fronte industriale della difesa: Berlino valuta l’uscita dal progetto Fcas per avvicinarsi al Gcap guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.

Buy European e l’opposizione dei Nordici

Ad Alden Biesen la distanza con Parigi potrebbe ampliarsi anche sul “Buy European”, cavallo di battaglia di Macron per privilegiare fornitori europei negli appalti strategici. Italia e Germania temono effetti boomerang su capitali e catene del valore. Una posizione condivisa da Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Svezia, che in un non-paper hanno definito la proposta dannosa. “La risposta alle sfide globali non può essere l’isolamento”, ha avvertito la ministra dell’Economia tedesca Katherina Reiche.

Draghi e Letta: rompere gli schemi

Dopo il pre-summit, Draghi e Letta terranno il filo del confronto tra i Ventisette. L’ex presidente della Bce ha parlato di un ordine globale “defunto” e del rischio di “subordinazione” per un’Europa paralizzata dai veti. Letta invoca di “rompere gli schemi” e rilancia l’idea di un Bund europeo.

Il vero test per Meloni e Merz sarà capire quanti Paesi sono pronti a muoversi subito. L’asse italo-tedesco è lanciato: resta da vedere se diventerà il nuovo baricentro dell’Unione.

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Salerno, il campo largo prova a chiudere la strada a De Luca: nasce un fronte alternativo per il Comune

A Salerno prende forma un progetto politico alternativo al ritorno di Vincenzo De Luca a Palazzo di Città. Il campo largo tenta l’unità, ma manca ancora il nome del candidato sindaco.

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Mentre Vincenzo De Luca ha riunito a cena, in un ristorante di Salerno, una decina di fedelissimi — tra cui l’assessore regionale Fulvio Bonavitacola e alcuni esponenti napoletani di A Testa Alta — per riorganizzare le file in città e promuovere la propria candidatura a sindaco nel suo storico feudo, nel capoluogo salernitano prende forma un tentativo politico alternativo al suo ritorno a Palazzo di Città.

Il messaggio è chiaro: il campo largo non intende lasciare campo libero all’ex presidente della Regione.

Un progetto unitario ma alternativo

Alcune forze politiche e civiche hanno annunciato la nascita di un progetto unitario, dichiaratamente alternativo a De Luca. Finora hanno aderito Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Azione, Noi di Centro, Oltre, Casa Riformista, Salerno in Comune e Semplice Salerno.

«Questo progetto non nasce contro qualcuno, ma per la città di Salerno e per i salernitani», ha spiegato Virginia Villani, coordinatrice provinciale del M5S.
Secondo Villani, «non è possibile chiudere un’amministrazione con un anno di anticipo per un capriccio personale: è una cosa indegna di un Paese civile».

Il riferimento regionale e il modello Campania

Nel ragionamento del Movimento 5 Stelle, il riferimento politico è l’esperienza regionale. «Con le elezioni regionali abbiamo scritto una bella pagina di storia», ha aggiunto Villani, citando l’azione del presidente Roberto Fico, indicato come esempio di coerenza e capacità amministrativa.
Un percorso definito difficile, ma fondato — secondo i promotori — su competenza, rispetto delle persone e trasparenza.

Il nodo del candidato sindaco

Nonostante l’intesa politica, resta aperta la questione centrale: il nome del candidato sindaco.
«Stiamo ancora definendo il perimetro della coalizione e valutando chi possa rappresentarla al meglio», spiegano i promotori.

Per Gianfranco Valiante di Casa Riformista, la coalizione è destinata ad allargarsi ulteriormente: «Aspettiamo il Partito socialista e il Partito democratico. Siamo espressione del campo largo, e anche di qualcosa di più ampio. È anche per questo che non ci azzardiamo ancora a fare un nome».

Il ruolo di Noi di Centro

Da Noi di Centro, il partito di Clemente Mastella, Enrico Indelli parla di «campo largo condizionato» a Salerno.
«Il campo largo esiste a livello regionale e sarà replicato anche nei Comuni — osserva —. Non è possibile ignorare il contesto quando, a Napoli, il presidente Fico sta portando avanti una rivoluzione silenziosa alla guida della Regione».

Una partita tutta aperta

A Salerno, dunque, la partita politica è tutt’altro che chiusa. Da un lato De Luca lavora al ritorno nella sua roccaforte storica; dall’altro prende corpo un fronte composito che rivendica discontinuità e chiede unità, ma senza forzature sui nomi.
Il confronto è appena iniziato, e il vero nodo — il candidato — resta ancora da sciogliere.

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