In Evidenza
Referendum, l’analisi del Cattaneo: il centrosinistra regge nelle città, ma il sì sulla cittadinanza delude
Secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo, il voto referendario ha mostrato una sostanziale stabilità negli allineamenti elettorali rispetto alle Politiche 2022 e alle Europee 2024. Tuttavia, si evidenziano divergenze importanti tra i quesiti, in particolare sul tema della cittadinanza, che ha raccolto risultati deludenti per il fronte del sì.
Il centrosinistra, trainato soprattutto dal voto nelle grandi città, ha registrato un buon sostegno sui quesiti relativi al lavoro. Ma, osserva il centro studi bolognese, “i piccoli incrementi sul lavoro sono stati vanificati dalle grandi perdite sul tema della cittadinanza”.
I motivi del flop sul quesito cittadinanza
Il quesito sulla cittadinanza è diventato il punto più critico del referendum. Secondo il Cattaneo, la causa va cercata in una mancata adesione dell’area liberal-riformista, nel disimpegno di larga parte dell’elettorato Cinque Stelle e nel fatto che tra il 15% e il 20% degli elettori Pd delle Europee ha votato No. Al contrario, sui quesiti sul lavoro, oltre il 90% degli elettori Pd si è espresso a favore.
Le differenze città per città
I dati mostrano come i flussi di voto siano estremamente variabili a livello locale. Sul tema cittadinanza, l’elettorato del Movimento 5 Stelle si è espresso per il No in larga parte del Nord: a Milano 61%, a Genova 67%, a Bologna 69%. Anche tra gli elettori del Pd si registrano percentuali di contrari significative in roccaforti rosse come Bologna (21%) e Firenze (25%).
Tra gli elettori del centrodestra, a Milano, Torino, Firenze e Napoli, circa un terzo dei simpatizzanti della Lega ha votato (in prevalenza No), anziché astenersi. A Palermo, invece, sono stati soprattutto gli elettori di FdI, Lega e Forza Italia a presentarsi ai seggi, con Fratelli d’Italia spaccata tra chi ha scelto il voto e chi no. Anche a Torino, un elettore meloniano su tre ha votato.
Centrodestra diviso e non solo sul voto
Sorprende il fatto che, al Nord, una parte non irrilevante degli elettori di FdI e Lega ha votato Sì al quesito sul reintegro dei lavoratori licenziati ingiustamente, in controtendenza con la linea del centrodestra.
L’astensione e il peso dei piccoli comuni
L’astensionismo ha inciso fortemente, in particolare nei piccoli centri. Nei comuni con meno di 15 mila abitanti la partecipazione si è fermata al 28%, mentre ha raggiunto il 37% nei comuni oltre i 350 mila abitanti. Anche il voto sulla cittadinanza ha rispecchiato questa dinamica: nei piccoli centri il sì è stato pari al 75,3% dei voti ottenuti dal campo largo alle Europee, mentre nelle grandi città è salito fino al 92%.
Nel primo quesito, il numero dei votanti ricalca i voti raccolti nel 2022 dalla maggioranza di governo, ma resta inferiore al potenziale elettorale del campo largo registrato nelle stesse elezioni.
Esteri
Merz sfida AfD e Trump: «La remigrazione è pulizia etnica»
Dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, scontro durissimo tra Friedrich Merz e Alice Weidel. Il cancelliere rinvia anche una telefonata con Trump, che aveva festeggiato il risultato dell’ultradestra.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già sotto pressione dopo la pesante sconfitta in Sassonia-Anhalt, apre lo scontro con l’AfD e manda un segnale anche a Donald Trump. Il governo tedesco ha infatti rinviato una telefonata con la Casa Bianca prevista per l’11 settembre, dopo che il presidente americano aveva salutato con entusiasmo il successo dell’ultradestra tedesca.
La tensione è esplosa anche nel Bundestag, dove la co-leader dell’AfD Alice Weidel ha attaccato frontalmente il cancelliere: «Il suo tempo è scaduto. Gli elettori hanno chiarito che il governo nero-rosso è finito».
Merz: «AfD forza distruttiva»
Durissima la replica del cancelliere: «Lei è e resta una forza distruttiva». Merz ha accusato l’AfD di disprezzare le istituzioni democratiche e ha definito la politica della “remigrazione” sostenuta dall’ultradestra «nient’altro che pulizia etnica».
Il cancelliere è apparso però sulla difensiva ed è stato criticato da diversi media tedeschi per un intervento giudicato poco convincente. La debacle elettorale ha infatti riaperto il confronto sulla tenuta della coalizione tra conservatori e socialdemocratici.
La telefonata con Trump rinviata
Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha annunciato il rinvio della telefonata tra Merz e Trump, inizialmente programmata nell’anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Ha precisato che la decisione non è stata determinata da problemi di agenda, senza confermare esplicitamente un collegamento con le dichiarazioni del presidente americano.
Trump aveva commentato su Truth Social il risultato elettorale scrivendo: «Wow, i populisti tedeschi hanno avuto una grande serata». Aveva poi attribuito il successo dell’AfD al malcontento per le politiche migratorie, sostenendo che i tedeschi «ne hanno finalmente abbastanza».
I sospetti sulle pressioni americane
Le parole del presidente americano hanno alimentato in Germania il dibattito sulle interferenze della destra statunitense nella politica europea. Nel passato recente erano intervenuti a sostegno dell’AfD anche Elon Musk e il vicepresidente JD Vance, che aveva incontrato Weidel a Monaco durante la Conferenza sulla sicurezza.
Non ci sono tuttavia elementi pubblici che dimostrino un sostegno diretto dell’amministrazione americana alla campagna elettorale del partito tedesco. Da tempo Berlino denuncia invece tentativi di influenza e destabilizzazione attribuiti alla Russia.
AfD cerca una maggioranza regionale
In Sassonia-Anhalt il vincitore Ulrich Siegmund sta sondando la disponibilità degli altri partiti per formare il primo governo regionale guidato dall’AfD. Finora sono arrivati quattro rifiuti, mentre il Bsw di Sahra Wagenknecht ha manifestato un’apertura al confronto.
Weidel ha intanto accusato il governo di condurre la Germania verso il fallimento, denunciando la deindustrializzazione, la crisi del settore automobilistico e gli effetti della transizione energetica. Rivolgendosi all’Unione europea, ha rivendicato: «Rivogliamo indietro i nostri soldi», richiamando una celebre formula di Margaret Thatcher.
Merz contrario alla messa al bando
Il programma radicale dell’AfD continua ad alimentare il confronto sull’eventuale ricorso agli strumenti costituzionali per mettere al bando le formazioni considerate antidemocratiche.
Merz resta però scettico: il problema, secondo il cancelliere, non si risolve vietando il partito, ma riconquistando politicamente i suoi elettori.
In Evidenza
Napoli, Champions amara al Maradona: Ødegaard firma il tris di sconfitte
Il Napoli perde 1-0 contro l’Arsenal nell’esordio in Champions League. Decide un gran gol di Ødegaard al 75’. Gli azzurri, poco pericolosi, incassano la terza sconfitta consecutiva. Meret lascia il campo per un problema agli adduttori.
Il Napoli cade al Maradona nell’esordio in Champions League. L’Arsenal vince 1-0 grazie a una prodezza di Martin Ødegaard al 75’ e infligge alla squadra di Massimiliano Allegri la terza sconfitta consecutiva, dopo i due passi falsi in campionato.
Gli azzurri disputano una partita soprattutto di contenimento, lasciando il controllo del gioco agli inglesi e tentando di ripartire. Ma le occasioni costruite sono troppo poche e l’Arsenal, dopo avere più volte sfiorato il vantaggio, trova il gol che decide la sfida.
A preoccupare è anche l’infortunio di Alex Meret, costretto a lasciare il posto a Vanja Milinković-Savić durante l’intervallo per un problema agli adduttori.
Meret salva il Napoli
L’Arsenal prende progressivamente il controllo del possesso e costringe il Napoli a raccogliersi nella propria metà campo.
Al 22’ gli ospiti costruiscono la prima grande occasione: Mikel Merino colpisce di testa a pochi passi dalla porta, ma Meret risponde con un intervento decisivo.
Gli azzurri faticano a risalire il campo e non riescono a rifornire con continuità Rasmus Højlund. Sul finire del primo tempo è ancora l’Arsenal a sfiorare il vantaggio. Al 45’ Bukayo Saka si presenta a tu per tu con Meret, ma spreca una clamorosa opportunità.
Meret non rientra dopo l’intervallo
Il portiere del Napoli, già alle prese con problemi muscolari agli adduttori, non torna in campo per la ripresa. Al suo posto entra Milinković-Savić.
Il copione non cambia. L’Arsenal mantiene il possesso e continua a cercare gli spazi, mentre il Napoli resta basso e prova senza successo a ripartire.
Al 51’ Piero Hincapié spreca da posizione favorevole. Al 63’ Declan Rice tenta la conclusione dalla distanza, mandando il pallone sopra la traversa.
Il Napoli prova a uscire dal guscio affidandosi a Højlund, ma non riesce a costruire vere occasioni da gol.
La prodezza di Ødegaard
La resistenza azzurra termina al 75’. Ødegaard scambia con Christos Tzolis al limite dell’area e lascia partire una conclusione mancina precisa. Il pallone colpisce il palo interno e termina in rete, senza lasciare possibilità a Milinković-Savić.
È il gol che spezza l’equilibrio e premia il dominio territoriale della formazione inglese.
Allegri prova a cambiare l’inerzia inserendo David Neres e Lorenzo Lucca al posto di Højlund e Lobotka. Le sostituzioni, però, non producono la reazione sperata.
Havertz segna, ma è fuorigioco
Nel finale l’Arsenal resta pericoloso e sfiora il raddoppio con Madueke e Tzolis. Il Napoli evita il secondo gol, ma non riesce a creare i presupposti per il pareggio.
Al 93’ Kai Havertz manda nuovamente il pallone in rete, ma il gol viene annullato per fuorigioco.
Finisce 1-0 per l’Arsenal. Il Napoli comincia la sua Champions con una sconfitta e allunga a tre la serie di ko consecutivi. Al di là del risultato, preoccupa una squadra apparsa troppo prudente e incapace di rendersi realmente pericolosa davanti al proprio pubblico.
Esteri
Lo Yemen diventa l’ultima carta dell’Iran: raid sauditi e nuove minacce su Bab el-Mandeb
L’Arabia Saudita risponde agli attacchi degli Houthi con oltre trenta raid nello Yemen. Secondo gli analisti, con Hezbollah indebolito e il corridoio siriano interrotto, il fronte yemenita è ormai la principale leva indiretta dell’Iran contro Riad e Washington. Prime navi deviate da Bab el-Mandeb.
Con Hezbollah indebolito in Libano e il corridoio siriano delle armi ormai interrotto, lo Yemen diventa il principale fronte dal quale l’Iran può ancora esercitare pressione indiretta su Arabia Saudita e Stati Uniti.
È in questa cornice che gli analisti regionali collocano l’escalation militare nel sud della Penisola arabica e lungo le coste del Mar Rosso, a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopo Hormuz, è la seconda strozzatura marittima strategica dell’area e rappresenta un passaggio fondamentale per le rotte commerciali dirette verso il Canale di Suez.
La tregua yemenita appare ormai compromessa. Dopo gli attacchi degli Houthi contro installazioni petrolifere saudite, Riad ha risposto con oltre trenta raid in una sola notte.
La rappresaglia saudita su quattro province
I bombardamenti hanno interessato obiettivi nelle province di Taiz, Hodeida, al-Jawf e Marib, dove gli Houthi controllano importanti porzioni di territorio e mantengono strutture militari.
Per la prima volta dopo anni, l’Arabia Saudita ha colpito contemporaneamente i diversi fronti dai quali i ribelli stanno avanzando verso Bab el-Mandeb.
L’offensiva rappresenta una risposta agli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite, ma si inserisce anche nel più ampio confronto tra Washington e Teheran.
L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che il nuovo ciclo di azioni e rappresaglie rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Trump: «Ogni attacco Houthi sarà considerato iraniano»
Da settimane il presidente americano Donald Trump alterna pressione economica e minacce militari nei confronti dell’Iran.
Pur sostenendo di voler mantenere un «basso profilo» nei negoziati con Teheran, Trump ha avvertito che ogni attacco compiuto dagli Houthi sarà considerato come se fosse stato «sparato dall’Iran».
La dichiarazione riduce lo spazio di separazione tra le azioni autonome rivendicate dal gruppo yemenita e la responsabilità attribuita dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica.
Gli Emirati Arabi Uniti, alleati regionali di Washington e legati a Israele dagli Accordi di Abramo, hanno intanto sospeso gli scambi commerciali con Teheran. Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano invece l’impiego di armi «ancora più distruttive» in caso di una nuova offensiva americano-israeliana.
Hezbollah indebolito, chiuso il corridoio siriano
Gli altri alleati regionali dell’Iran attraversano una fase di difficoltà. In Libano, Hezbollah non dispone più della capacità di deterrenza esercitata per decenni.
Le operazioni israeliane attorno alle alture di Ali Taher, nel distretto di Nabatiye, e il rinvio dei colloqui attesi a Roma confermano che il movimento sciita rimane sulla difensiva e sottoposto a una crescente pressione per il disarmo.
Ancora più rilevante è la perdita della rotta siriana. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, il nuovo potere di Damasco si è avvicinato agli Stati Uniti e ostacola il trasferimento via terra di armi e risorse dall’Iran verso il Libano.
Teheran non può quindi utilizzare con la stessa efficacia la rete che per anni ha collegato Iran, Siria e Hezbollah.
Gli Houthi come leva indiretta di Teheran
In questo scenario, secondo la lettura prevalente tra gli analisti regionali, gli Houthi rappresentano la leva più efficace ancora a disposizione dell’Iran senza un suo coinvolgimento militare diretto e dichiarato.
Il gruppo è in grado di colpire petroliere e impianti sauditi, minacciare il traffico commerciale nel Mar Rosso e rivendicare autonomamente le operazioni. Questa autonomia formale consente a Teheran di mantenere un margine di ambiguità sulla propria responsabilità.
Il legame politico e militare tra l’Iran e gli Houthi è consolidato, ma il grado di controllo esercitato da Teheran sulle singole operazioni rimane oggetto di valutazioni differenti.
Le navi cominciano a evitare lo Stretto
La minaccia alla navigazione produce già i primi effetti. Secondo l’Institute for the Study of War, almeno sette navi avrebbero modificato la propria rotta per evitare Bab el-Mandeb.
Un’interruzione più ampia del traffico costringerebbe le compagnie a circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, con tempi di percorrenza, costi assicurativi e prezzi di trasporto molto più elevati.
La battaglia per lo Yemen assume così una dimensione che supera i confini del Paese. In gioco non ci sono soltanto gli equilibri tra Iran e Arabia Saudita, ma la sicurezza di una delle rotte commerciali più importanti del mondo.


