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Cronache

Ranucci smentisce la «chat segreta»: «È una campagna di fango contro di me»

Sigfrido Ranucci nega su Facebook l’esistenza di una chat segreta con la compagna di Valter Lavitola e accusa alcuni giornali di alimentare una campagna contro di lui.

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Sigfrido Ranucci respinge l’esistenza di una presunta «chat segreta» tra una sua collaboratrice e Natàlia, compagna di Valter Lavitola. Il giornalista affida a Facebook una dura replica alle ricostruzioni circolate sulla vicenda.

«Non esiste alcuna chat segreta. È stata inviata un’ordinanza già pubblica, su mia richiesta, e poi, di sua spontanea iniziativa, la mia collaboratrice ha mandato un semplice messaggio di cortesia per sapere come stava. Punto, null’altro», scrive Ranucci.

L’attacco ai giornali

L’ex conduttore di Report accusa alcune testate di aver rilanciato notizie che definisce false senza svolgere verifiche adeguate. Nel suo post chiama in causa anche i giornali riconducibili all’editore e parlamentare Antonio Angelucci.

Ranucci parla di «una barbarie», richiamando una definizione utilizzata, secondo quanto riferisce, anche dal ministro Guido Crosetto. Le accuse formulate dal giornalista rappresentano la sua versione dei fatti e non risultano accompagnate, nel post, da elementi che consentano una verifica indipendente.

«Vogliono colpire me e la mia famiglia»

Secondo Ranucci sarebbe in corso «la più grande campagna di fango della storia», con l’obiettivo di rimuoverlo da Reporte colpire lui, la sua famiglia e le persone che gli sono vicine.

Il giornalista sostiene che, dopo l’attentato, queste persone abbiano già vissuto mesi di paura e siano ora sottoposte a una nuova pressione mediatica. Denuncia inoltre il ricorso a quello che definisce «metodo Boffo», citando migliaia di articoli, ore di trasmissioni e contenuti pubblicati sulle piattaforme digitali.

L’allarme sulle conseguenze personali

La parte più drammatica del messaggio riguarda le possibili conseguenze psicologiche sulle persone coinvolte. «Io sono abituato a lottare e resistere», scrive Ranucci, paventando però il rischio che l’angoscia e la depressione possano condurre qualcuno vicino a lui a gesti estremi.

Il giornalista sostiene infine che la presunta «macchina del fango» avrebbe mandanti riconoscibili, senza tuttavia indicarli esplicitamente nel post.

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Cronache

Informazione in vendita: l’ipocrisia di chi finge di non vedere

La pubblicità presentata come informazione tradisce la fiducia dei lettori con pressioni sulle redazioni, conflitti d’interessi e nomine legate alla promessa di investimenti pubblicitari. Un richiamo alla trasparenza e alla responsabilità professionale, dalla parte dei giornalisti che difendono l’informazione come servizio al pubblico.

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La pubblicità travestita da informazione vende qualcosa che non appartiene né all’editore né al direttore: la fiducia del lettore. È questo il punto da cui partire per discutere di una zona opaca del giornalismo italiano. Una zona nella quale interessi commerciali, relazioni aziendali e responsabilità editoriali possono intrecciarsi fino a rendere irriconoscibile il confine tra una notizia e una prestazione acquistata.

La denuncia riguarda questo confine e chi accetta di cancellarlo. Riguarda, soprattutto, l’ipocrisia di chi conosce il problema, dispone degli strumenti per riconoscerlo e continua a comportarsi come se fosse un dettaglio inevitabile del mestiere.

Di quanto scrivo sono testimone diretto. E conosco casi di direttori sostituiti perché non hanno accettato di piegare il giornale a questa logica. Non considero queste esperienze una ragione per condannare indistintamente una professione. Le considero una ragione per rompere il silenzio su comportamenti che la danneggiano.

Un editore può avere interessi. Un giornale deve avere autonomia

Che una proprietà editoriale coltivi attività economiche in altri settori non dimostra, da solo, che le sue testate siano asservite. Ma rende ancora più necessarie garanzie concrete di indipendenza, soprattutto quando l’informazione tocca gli interessi del gruppo.

Lo stesso vale per il direttore. Essere nominato da un editore comporta responsabilità e un rapporto fiduciario. Non comporta il dovere di trasformare ogni convenienza della proprietà in una scelta giornalistica.

Un direttore responsabile risponde anche ai lettori. La sua funzione perde significato quando diventa soltanto il punto di trasmissione di decisioni prese altrove, secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la rilevanza delle notizie.

È facile celebrare la libertà di stampa quando a minacciarla è un potere esterno. È più scomodo difenderla quando la pressione arriva dall’interno dell’azienda che paga gli stipendi.

Il curriculum? Basta il portafoglio dei contatti

Conosco anche casi nei quali l’accesso a una direzione è stato favorito dalla promessa di portare pubblicità di aziende pubbliche o private “amiche”. In quelle scelte, una storia professionale inconsistente e competenze inadeguate hanno smesso, evidentemente, di essere un ostacolo. A quanto pare, il curriculum può diventare un documento facoltativo, purché sia ben fornita la rubrica telefonica.

La proposta, nella sostanza, è questa: con la mia nomina arriveranno gli investimenti delle aziende X, Y e Z. E, talvolta, anche qualche presenza televisiva con la qualifica di direttore, utile a dare visibilità alla testata. Un circuito nel quale il titolo apre le porte degli studi e la comparsa sullo schermo contribuisce a valorizzare il titolo. Resta da capire quanto spazio rimanga, in mezzo, per il giornalismo.

Procurare ricavi e promuovere una testata sono attività legittime. Il problema nasce quando la promessa commerciale diventa il criterio decisivo per affidare una responsabilità editoriale, mentre autonomia, competenza e capacità di guidare una redazione passano in secondo piano.

Se poi chi difende quel confine viene sostituito e chi promette di renderlo permeabile viene premiato, il messaggio rivolto ai giornalisti è piuttosto chiaro. Non occorre nemmeno metterlo per iscritto: basta osservare chi avanza e chi viene accompagnato alla porta.

La fragilità delle redazioni

Il ringiovanimento delle redazioni non è un problema: i giovani giornalisti non hanno meno dignità, competenza o coraggio dei colleghi più anziani. Il problema nasce quando al ricambio si accompagnano precarietà, perdita di tutele e indebolimento della rappresentanza.

Una redazione ricattabile economicamente è una redazione più esposta alle pressioni. Chi teme di perdere un contratto, una collaborazione o una prospettiva professionale può incontrare maggiori difficoltà nel contestare un incarico.

Questo non assolve ogni comportamento. Impone, però, di distinguere le responsabilità. Non si può mettere sullo stesso piano chi subisce una pressione e chi la organizza, chi dipende da un compenso modesto e chi decide carriere, promozioni e linea editoriale.

I Comitati di redazione hanno senso anche per questo: difendere le condizioni nelle quali il diritto-dovere di informare può essere esercitato. Se quella funzione si indebolisce, il danno arriva fino al lettore.

Quando il cliente compra un articolo

La raccolta pubblicitaria sostiene l’informazione. Il punto critico è il passaggio dall’acquisto di uno spazio dichiaratamente commerciale all’acquisto di un contenuto presentato come scelta autonoma della redazione.

Il meccanismo da contestare è preciso: un’azienda paga per ottenere visibilità e riceve un articolo, un servizio o un’intervista la cui natura promozionale viene nascosta al pubblico. Il lettore vede una firma giornalistica, una pagina di cronaca, uno spazio televisivo. Non vede il rapporto economico che ha determinato quel contenuto.

Un articolo favorevole a un’impresa non è, per questo, pubblicità occulta. Un’intervista a un imprenditore non dimostra un accordo commerciale. La distinzione va cercata nei fatti: chi ha commissionato il contenuto, chi lo ha pagato, quali condizioni sono state concordate, quale autonomia ha avuto la redazione e che cosa è stato dichiarato al pubblico.

Ma quando la promozione acquistata viene deliberatamente presentata come informazione indipendente, chiamarla “sinergia” non cambia la sostanza. La parola corrente è marchetta. Il problema professionale è l’inganno sulla natura del contenuto.

Le relazioni esterne e il conflitto d’interessi

Convegni, corsi, classifiche, premi, certificazioni e servizi di comunicazione possono essere attività legittime. Diventano un problema editoriale quando il rapporto con un cliente condiziona il modo in cui quel cliente viene raccontato, valutato o invitato negli spazi informativi.

Lo stesso interrogativo si pone quando chi dirige una testata svolge anche incarichi nelle relazioni esterne, nella consulenza di comunicazione o nella rappresentanza di interessi. Occorre conoscere gli incarichi, i clienti e le garanzie adottate per evitare condizionamenti.

Se un cliente viene intervistato o invitato in una trasmissione, il pubblico deve poter capire se esiste un legame economico con chi ha deciso quella presenza. Anche quando si tratta di servizio pubblico.

E quando sono impiegate risorse di aziende o enti pubblici, la richiesta di trasparenza è ancora più stringente: riguarda sia l’uso del denaro sia la qualità dell’informazione ricevuta dai cittadini.

Le regole ci sono. Le facciamo rispettare?

Il Codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, richiede autonomia e indipendenza e impone di rendere chiaramente distinguibili informazione e pubblicità. L’obbedienza alla gerarchia redazionale non cancella i doveri professionali.

Perciò non possiamo liquidare tutto come una questione di sensibilità personale. Non serve una condanna penale per riconoscere una violazione deontologica. E la regolarità di un contratto commerciale non garantisce, da sola, la correttezza del prodotto editoriale che ne deriva.

Le domande riguardano direttori, editori, giornalisti, rappresentanze sindacali e organismi della professione. Quali separazioni esistono tra attività commerciali e scelte redazionali? Chi può segnalare una pressione senza temere conseguenze? Chi verifica che un contenuto pagato sia riconoscibile?

La responsabilità di chi sa

Non ogni giornalista conosce gli accordi commerciali della propria azienda. Non ogni incarico permette di ricostruirli. Ma chi sa che un contenuto è stato comprato e contribuisce a presentarlo come indipendente assume una responsabilità precisa.

La necessità di lavorare merita rispetto. Non può diventare l’alibi permanente di chi ha il potere di scegliere e pretende anche di impartire lezioni di etica agli altri.

Il tesserino attesta l’appartenenza a una professione. La credibilità si misura nel suo esercizio, soprattutto quando rispettarne le regole costa qualcosa.

Ci sono giornalisti che non piegano la schiena davanti a ricatti e compromessi. Difendono l’autonomia del proprio lavoro anche quando questo significa rinunciare a un incarico, a una promozione o alla comodità di un rapporto compiacente con il potere. Per loro l’informazione resta un servizio al lettore: è a lui che devono una ricostruzione onesta dei fatti.

E ci sono quelli che riducono il mestiere alla disponibilità verso il padrone di turno, salvo poi rivendicarne il prestigio e impartire lezioni di indipendenza. Alla subordinazione aggiungono così l’ipocrisia. Una vergogna che si somma all’altra e che finisce per gettare discredito anche su chi continua a lavorare con rigore.

Il lettore ha diritto di sapere se sta leggendo una notizia o un messaggio pagato. Ha diritto a conoscere i legami che possono condizionare chi gli presenta un fatto. Ha diritto a formarsi un’opinione senza che una trattativa commerciale gli venga nascosta dietro una firma.

Chi difende la libertà di stampa dovrebbe cominciare da qui. Anche dentro casa propria. Perché fingere di non vedere, quando si vede benissimo, è già una scelta. E il conto di quella scelta viene presentato ai lettori.

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Cronache

Garlasco, De Rensis sugli atti dei Ris: «Fatti di gravità inaudita»

Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi insieme a Giada Bocellari, interviene sugli atti dei Ris che non sarebbero stati depositati nei procedimenti sul delitto di Garlasco. L’avvocato chiede accertamenti e contesta l’attribuzione ad Alessandra Bramante di una consulenza psicologica. Le sue dichiarazioni rappresentano la posizione della difesa e non modificano la condanna definitiva di Stasi.

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La difesa di Alberto Stasi chiede di chiarire il percorso degli atti dei Ris che non sarebbero stati depositati nei procedimenti sul delitto di Garlasco. L’avvocato Antonio De Rensis, intervenuto a È sempre Cartabianca, definisce le vicende emerse «di una gravità inaudita» e manifesta la determinazione, condivisa con la collega Giada Bocellari, ad accertare eventuali responsabilità.

Le dichiarazioni riguardano l’attività investigativa del 2007 e una consulenza sulla personalità di Stasi la cui attribuzione viene contestata dal legale. Si tratta delle posizioni della difesa: eventuali omissioni e responsabilità devono essere accertate nelle sedi competenti.

De Rensis: «Indagini con equità e completezza»

Ospite di Bianca Berlinguer su Retequattro, De Rensis ha sostenuto che la questione abbia una portata più ampia del singolo procedimento.

«I cittadini devono avere il diritto di essere indagati con equità e completezza, non che si decida cosa produrre e cosa no», ha dichiarato.

Per il legale, quanto sta emergendo sul lavoro dei Ris investe l’equilibrio del sistema giudiziario e la fiducia dei cittadini nelle indagini. La difesa intende approfondire la gestione della documentazione e verificare se vi siano responsabilità da contestare.

Il documento sulla personalità di Stasi

Un passaggio dell’intervento ha riguardato una consulenza psicologica attribuita ad Alessandra Bramante, che non sarebbe stata depositata nei procedimenti.

De Rensis ha contestato con fermezza l’attribuzione delle tredici pagine alla professionista, affermando di essere convinto che non le abbia scritte lei. Ha inoltre sostenuto che nella vicenda vi sarebbe stata una violazione del segreto: anche questa è una valutazione del legale, da sottoporre a verifica.

Il punto sollevato dalla difesa riguarda dunque l’autenticità, la provenienza e il percorso del documento, oltre alle circostanze del suo inserimento nel fascicolo dei Ris.

L’invito a tutelare la professionalità di Bramante

De Rensis ha invitato Bramante ad attivarsi per tutelare la propria professionalità e onorabilità e per chiarire come il documento con la sua intestazione sia entrato nel fascicolo.

Le sue parole non costituiscono un accertamento sull’autore delle pagine né dimostrano, da sole, irregolarità nella loro formazione o gestione.

Le contestazioni della difesa e la condanna definitiva

Gli approfondimenti richiamati dal legale si inseriscono nel dibattito sulle indagini per l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva.

Le contestazioni della difesa non modificano automaticamente l’esito del processo. La rilevanza di eventuali nuovi elementi e le possibili responsabilità nella gestione degli atti richiedono una valutazione giudiziaria.

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Cronache

UniPegaso, 22 indagati: presunte pressioni su Bernini e stampa

La Procura di Napoli indaga su presunte pressioni per modificare le regole degli esami universitari a distanza e su tentativi di condizionare le notizie riguardanti UniPegaso-Multiversity. Notificate 22 informazioni di garanzia a vertici aziendali, manager e giornalisti. Bernini non è indagata. Comin e Giansante rivendicano la correttezza del proprio operato.

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Presunte pressioni per mantenere gli esami universitari a distanza e tentativi di condizionare le notizie sulle indagini riguardanti Pegaso. Sono i due capitoli dell’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato alla notifica di 22 informazioni di garanzia, coinvolgendo vertici di UniPegaso-Multiversity, manager editoriali e giornalisti.

La Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nei confronti dei vertici del gruppo. Tra gli indagati figura il presidente Fabio Domenico Vaccarono. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini non è indagata e, secondo la ricostruzione investigativa, i tentativi di ottenere una modifica delle regole non avrebbero avuto esito.

Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: le contestazioni non costituiscono responsabilità accertate e tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.

Il capitolo degli esami a distanza

Gli investigatori esaminano il presunto tentativo di ottenere una proroga della disciplina eccezionale che, durante l’emergenza Covid, aveva consentito lo svolgimento degli esami universitari a distanza.

L’obiettivo ipotizzato sarebbe stato quello di modificare l’impostazione delle nuove regole sugli esami in presenza. Le pressioni ricostruite dagli inquirenti non sarebbero state accolte dalla ministra.

L’inchiesta è seguita dai pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesca Paola Colonna Romano, nell’ambito della Procura partenopea.

Pubblicità e informazione al centro degli accertamenti

Un secondo capitolo riguarda i rapporti del gruppo universitario con editori, concessionarie pubblicitarie, direttori di testate e agenzie di stampa.

La Procura ipotizza che la promessa, l’erogazione o la modifica degli investimenti pubblicitari siano state utilizzate per influenzare la copertura delle vicende giudiziarie di Pegaso e Multiversity.

Secondo l’accusa, l’obiettivo sarebbe stato ridurre l’impatto economico e reputazionale delle notizie, intervenendo sui contenuti o sui tempi di pubblicazione.

Il procedimento riguarda ipotesi di corruzione tra privati. Per un gruppo di soggetti viene inoltre prospettata un’associazione finalizzata alla commissione di più reati. Le contestazioni e le condotte attribuite a ciascun indagato restano da verificare individualmente.

Chi risulta coinvolto nell’inchiesta

Oltre a Vaccarono, risultano indagati Francesco Durante, Andrea Ferrante, Gianpiero Mazza, Andrea Buonomo, Gianluca Comin e Gianluca Giansante.

Gli accertamenti coinvolgono anche manager di società editoriali e concessionarie pubblicitarie, oltre a direttori ed ex direttori di testate nazionali.

Tra i giornalisti indicati negli atti figurano Mario Orfeo, ex direttore di Repubblica, Andrea Malaguti, ex direttore della Stampa, Francesco Cancellato di Fanpage, Claudio Cerasa del Foglio, Peter Gomez del fattoquotidiano.it e Gaspare Giuseppe Borsellino di Italpress.

Il coinvolgimento di singole persone non consente di attribuire automaticamente responsabilità alle rispettive redazioni o società.

Il precedente filone sulle immatricolazioni

Il nuovo procedimento si inserisce nel contesto degli accertamenti sulla precedente gestione dell’università, riferita al periodo dell’imprenditore Danilo Iervolino.

Quel filone riguarda presunte immatricolazioni a corsi di laurea e post laurea effettuate senza i requisiti necessari. Gli inquirenti hanno esaminato oltre 4.200 iscrizioni ritenute irregolari, in un’indagine con circa quaranta persone coinvolte.

Le carte di quel procedimento sono diventate pubbliche a giugno. Anche queste ipotesi devono essere verificate in sede giudiziaria, senza sovrapporre le posizioni e i fatti dei diversi filoni.

Comin e Giansante rivendicano la correttezza dell’operato

Gianluca Comin e Gianluca Giansante esprimono rispetto per la magistratura e fiducia nella possibilità di chiarire la propria posizione.

Nella loro replica sostengono di avere sempre rispettato la professione giornalistica e di avere difeso le ragioni delle aziende e dei manager assistiti entro i confini deontologici e professionali.

Le loro dichiarazioni rappresentano la posizione difensiva rispetto alle ipotesi formulate dagli inquirenti.

Il confronto politico sulle università telematiche

La deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Elisabetta Piccolotti annuncia un’interrogazione e rilancia la richiesta di impedire che gli statuti delle università telematiche prevedano lo scopo di lucro.

Il capogruppo M5s in commissione Cultura alla Camera, Antonio Caso, chiede al governo di garantire regole, controlli e standard di qualità uguali per tutti.

Di segno opposto la posizione del leader di Italia viva Matteo Renzi, che definisce l’indagine «una follia assoluta» e critica il magistrato Woodcock.

Il confronto politico accompagna un procedimento ancora aperto. Le informazioni di garanzia servono a tutelare il diritto di difesa e non equivalgono a una condanna: saranno gli sviluppi giudiziari a chiarire la fondatezza delle contestazioni.

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