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Rai1 canta Lucio Battisti e l’Italia si emoziona

Marina Delfi

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Più che canzoni, poesie: emozioni autentiche, anzi di più. Lucio Battisti continua ad essere di moda, mito che ha superato la sua morte, che viene cantato da più generazioni. Il lavoro fatto con “Una storia da cantare, Lucio Battisti” su Rai1 riesce a dare il senso di tutto questo, emozionando, portando alla luce mille sentimenti grazie al contributo di artisti come Enrico Ruggieri, Edoardo Bennato, Roberto Vecchioni, Arisa, Fausto Leali e tanti altri, ai racconti di Mogol che di Battisti fu partner artistico formando con lui un duo nel quale era difficile capire chi davvero componeva le musica e chi scriveva le parole, perché nelle canzoni si fondevano perfettamente.

La conduzione è di Ruggeri con Bianca Guaccero, il format semplice ma di grande effetto ma scrivere di un mito tanto grande come Lucio Battisti è maledettamente difficile.

La tramissione di Rai 1 chiede ai suoi telespettatori di indicare la canzone più bella di Battisti… È una parola, compito arduo se non impossibile. Sono tutte belle. Allegre, sfacciate, ironiche, intimiste, tristi, disperate. Nessuna uguale all’altra, tutte nelle quali riconoscersi per qualche motivo.

Il tradimento, la scelta, la separazione, l’incontro, il pensiero, la voglia di tornare insieme, la ballata trasgressiva…le piccole grandi vicende della vita umana. Forse è questo il segreto del successo di Battisti. Così anche oggi tutti riescono almeno ad accennarne una strofa. Grazie Lucio!

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Cronache

Lettera-denuncia dei sindaci dell’isola d’Ischia a De Luca: da 7 giorni in attesa degli esiti di 40 tamponi rinofarignei, così si aiuta il contagio

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Tamponi pochi. Contagiati su un’isola piccola 23. Risultati di 40 test covid 19 effettuati nei sei comuni isolani  attesi oramai da più di una settimana. Che cosa vuole dire? Che, potenzialmente, sull’isola d’Ischia ci sono una 40ina di persone che in attesa dell’esito dei tamponi rinofaringei potrebbero aver contagiato o potrebbero contagiare loro congiunti o persone con cui vengono in contatto. In queste ore è arrivata sul tavolo del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, del prefetto di Napoli Marco Valentini e i vertici della Sanità della Campania una lettera firmata da cinque sindaci dell’isola e dal commissario prefettizio che guida il comune di Lacco Ameno.  I toni della lettera sono ovviamente garbati, ma fermi.

Sindaci isolani. Da sinistra Castagna, Ferrandino, de Magistris (sindaco della città Metropolitana), Del Deo, Gaudioso, Caruso

I sindaci “ribadiscono che solo la rapida conoscenza degli esiti dei tamponi permetterebbe di isolare con rapidità i casi positivi, predisporre le collocazioni nelle strutture  dedicate e  di interrompere  la catena del contagio abbassando il numero dei nuovi positivi al Covid-19”. Come dire, dopo una settimana, dovete dirci chi è positivo ai tamponi, perchè queste persone hanno diritto ad essere curate subito, così come la comunità ha diritto ad essere preservata dal contagio. E i sindaci sono prima autorità sanitaria sul territorio. É loro dovere fare ogni sforzo per difendere i loro concittadini dal pericolo contagio.

Nella foto di archivio il sindaco di Ischia Enzo Ferrandino assieme al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca che fanno da ciceroni al Capo dello Stato Sergio Mattarella in visita sull’isola

Tutti i sindaci hanno peraltro più volte “avuto modo di porre in evidenza” che l’isola è piccola e che “l’Ospedale “Anna Rizzoli” di Lacco Ameno, unica struttura ospedaliera sull’intera isola di Ischia, che allo stato ospita diversi pazienti ricoverati con diagnosi di positività al virus, presenta innumerevoli criticità legate, tra l’altro, al numero limitato di  posti letto in terapia intensiva, alla carenza di D.P.I. FFP3 per il personale  e di cateteri a circuito chiuso per i pazienti, con la conseguenza che risulti di fondamentale importanza, per la gestione dell’emergenza, conoscere con rapidità gli esiti dei tamponi effettuati, mentre emergono gravi disfunzioni relative alle comunicazioni di tali esiti definiti a distanza di diversi giorni dalla effettuazione”.

Ambulanza. Mezzo dotato di barella attrezzata con lettiga e biocontenimento che a Ischia non c’è ancora

Insomma la situazione è molto difficile e questi ritardi non fanno altro che renderla ancora più complicata. Ora  i primi cittadini reclamano attenzione e pretendono risposte sui tamponi effettuati. Una settimana di attesa per conoscere gli esiti, oggettivamente sono troppi e i rischi di perpetuare la catena del contagio sono responsabilità enormi che ora i sindaci in maniera decisa e ferma imputano a chi gestisce l’organizzazione, l’effettuazione e i risultati dei tamponi rino-faringei. Non solo. I sindaci reclamano anche “la possibilità di svolgere test per verificare la positività anche attraverso presidi sanitari mobili, come sta già avvenendo in alcuni territori ricompresi nella gestione dell’Asl Na 1”.

E sollecitano “per l’intera isola di Ischia, una campagna di tamponi che tenga conto della densità di popolazione e dell’assenza di continuità territoriale con il continente, in una fase nella quale i collegamenti per le vie del mare risultano drasticamente ridotti a causa dell’emergenza”. Una richiesta che tiene conto del fatto che “i trasferimenti con elicottero di pazienti gravi, ove mai si esaurissero i posti presso l’unica struttura ospedaliera, sarebbe problematica in quanto secondo i protocolli, si dovrebbe attivare successivamente al trasporto, la procedura di igienizzazione di tali velivoli. Peraltro il trasferimento dei pazienti in continente dovrebbe avvenire attraverso barelle per il trasporto ad alto biocontenimento, allo stato non rinvenibili sull’isola, con ulteriori elementi di criticità non superabili”.

Lettera dei sindaci dell’isola di Ischia di Barano d’Ischia (Dionigi Gaudioso), Casamicciola Terme (Giovan Battista Castagna), Forio (Francesco Del Deo), Ischia (Vincenzo Ferrandino), Lacco Ameno (Commissario Prefettizio Simonetta Calcaterra), Serrara Fontana (Rosario Caruso) che pretendono risposta immediata.

 

 

 

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La generazione Covid 19 e il cambiamento virale nel vuoto pneumatico di una Europa a trazione tedesca

Giovanni Mastroianni

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Supereremo anche questo, con buona pace dei catastrofisti, dei fan del calendario Maya aggiornato all’anno 2020 e quant’altro. Ma quando questa immane catastrofe sarà superata che cosa ci attende?

Forse non è difficile immaginarlo, perché oggi, impossibilitati a vivere il presente  riflettiamo sul passato per proiettarci nel futuro. Le forze “anti”, del “no”, del “via”, sono nutrite e rinvigorite dal “COVID 19” perché la morte alimenta la paura, poi la fame, quindi l’odio. Ma non cederemo perché la consapevolezza che stiamo maturando ci sta rendendo immuni dall’effimero, non solo materiale.

Come reagiremo, che cosa saremo domani?

Non certo quelli di oggi. Forse non saremo peggiori, magari neanche migliori, ma di certo non saremo più gli stessi. I bambini di oggi un giorno racconteranno ai nipoti di un Papa raccolto in preghiera in piazza San Pietro in Vaticano inverosimilmente deserta, del mondo che si è fermato, delle ansie e delle angosce che ci attanagliano in questi giorni. Nel narrare ciò risulteranno ovviamente noiosi e petulanti a quelle nuove generazioni, così come spesso abbiamo giudicato chi ci raccontava delle difficoltà della Seconda Guerra Mondiale, della paura, della fame. 

Eppure adesso tutti quei racconti diventano improvvisamente parte del nostro attuale patrimonio emotivo, si liberano dal bianco e nero ed assumono i colori stridenti di città magnifiche illuminate dal sole, completamente vuote.

Saremo la generazione del “COVID 19”, quella inconsapevole fino a ieri del mondo che sarebbe cambiato in un battito ciglia. Improvvisamente fermi, immobili, in un pianeta che non gira più. “Eppur si move”. La natura sembra aver vinto una battaglia,  non la guerra certo, ed i suoni e gli odori dimenticati si fanno beffa della nostra inquietudine al punto da renderla addirittura più sopportabile. Per lungo tempo hanno o abbiamo cercato di definirci, ma in modo però non convincente perché tutto era sfuggente e virtuale,  come i derivati della finanza che hanno prodotto emboli di bolle speculative che hanno distrutto miliardi e miliardi in qualche attimo ed hanno così generato crisi mondiali durate anni.

Il sistema globalizzato ed interconnesso, degli spostamenti immediati e del ritorno a casa per cena dopo una mattina di lavoro a duemila chilometri di distanza, si è rilevato maledettamente fragile di fronte ad un virus infinitamente piccolo, che compiendo un semplice balzo in un angolo del pianeta, infetta un solo uomo e nel giro di poche settimane mette in ginocchio il mondo intero, un mondo che oggi appare così distante.

Ecco perché oggi stiamo diventando cosa saremo domani. Donne e Uomini diversi, con prospettive diverse, con valori diversi, o semplicemente con valori.

Non basteranno mesi per ritornare alla “normalità” perché per i prossimi anni, o addirittura decenni, saranno scanditi da un “prima” ed un “dopo” covid19.

Ma a chi ha davvero giovato la globalizzazione se fino a trent’anni fa una coppia di stipendiati poteva formare una famiglia, dare una buona istruzione ai propri figli, fare quasi un mese di vacanza in agosto ed avere una casa propria?

Dopo, che cosa è accaduto? Che cosa siamo diventati ? Una vita scandita da corse affannate inseguendo un modello iper-capitalista che non appartiene in toto al nostro DNA sociale, fingendo di rincorrere il massimo profitto mentre perdevamo valori e valore. Così, progressivamente, abbiamo assistito impotenti alla distruzione della classe borghese, prima la piccola, poi la media. 

Siamo entrati in Europa già penalizzati in partenza da un tasso di cambio Lira / Euro scellerato e quindi definitivamente annientati in ogni prospettiva di crescita dalla politica del rigore, che ci ha resi definitivamente schiavi di un vincolo di bilancio nel cui nome abbiamo sacrificato le migliori realtà imprenditoriali ed industriali del nostro paese. E così, di sacrificio in sacrificio, abbiamo saccheggiato e umiliato la Sanità che oggi rimpiangiamo amaramente. Perché nel momento del disastro tutti i nodi sono venuti al pettine in tutta la loro drammaticità.

Il miraggio del Welfare State, poi del nuovo Miracolo Italiano, si è rivelato un lento morire nelle nostre aspettative ed aspirazioni. I giovani e le imprese fuggono via, il divario ricchi poveri è quasi da Paese dell’Est, la Politica è un circo dove strappare applausi rappresenta la chiave del successo dell’avventuriero di turno, e per chi non vuole più partecipare, la mafia aiuta a comprare consenso e poi chiede l’amaro conto con gli interessi.  

Quindi oggi l’Europa, recte, la Germania, ci chiede sacrificio, perché circa 10.000 morti in un mese sono pochi. Dobbiamo sacrificarci, perché questo non basta, non ancora almeno, perché fin tanto che il problema sarà italiano non sarà mai davvero affrontato a Bruxelles (o Berlino). Allora l’unica macabra speranza è che il virus compia il miracolo della equità sociale, quello che la U.E. ha dimenticato, e quindi si abbatta su tutta Europa consapevoli che solo allora valuterà il da farsi, mentre i nostri politici continuano a tentennare e, peggio ancora, a fare propaganda da saldo elettorale. Potevamo immaginare di toccare il fondo ma non potevamo immaginare che potesse essere così profondo.

 

Dobbiamo sacrificarci di più, magari chiedendo alle imprese che stanno fallendo, loro malgrado, senza soldi né liquidità, di vendere all’asta i beni strumentali, magari a paesi del Centro Europa, per poi pagare le tasse e tenere il bilancio in linea con i parametri comunitari. E se non basta neanche questo sacrificio allora esso non può essere definito tale. E allora perché no, all’imprenditore o al lavoratore potremmo chiedere di vendere un rene. Troppo poco? Forse due, così magari a Bruxelles potrebbero finanche apprezzare. Sembra il minimo, davvero doveroso. Perché 10.000 morti non sono nulla. Possiamo fare di più.

Ecco che allora si sfila anche la Francia, stanca o forse impossibilitata, finanche lei,  a reggere le braghe della Germania fino a tal punto. Se l’Unione Europea non cambierà finirà, se non è già finita. Non  certo per le spinte populiste, ma per l’esaurimento di ogni forma di sopportazione che da oggi in poi ci accompagnerà per sempre nella nostra esistenza e, non di meno, per un mondo che probabilmente non sarà più globalizzato, o  non lo sarà come oggi lo abbiamo impostato o tollerato, perché il valore della interconnessione alla velocità supersonica  può produrre immediata ricchezza ma anche immediata tragedia. E questa ormai, che piaccia o no, è storia.

Se non avremo la forza di imporre un cambio di rotta, possibile solo con l’autorevole intervento di politici di rispetto, l’Europa come oggi essa è, ossia una unione di nazioni saldate solo da burocrazia ed egoismi finanziari,  che rendono solo più deboli la maggior parte dei partner a vantaggio di pochissimi, non avrà semplicemente ragion d’essere.

Perché in questa guerra ci siamo ritrovati assolutamente soli fino all’inverosimile, come soli siamo a piangere i nostri morti che non possiamo neanche seppellire. Ecco perché da domani non saremo più disponibili a barattare la nostra vita e la nostra felicità per niente al mondo, perché di fronte a questa tragedia prendono vigore i valori perduti, drogati per anni da una finanza volgare e virtuale che nulla di reale produce, che ha arricchito solo i più ricchi e distrutto tutti gli altri.

Siamo cambiati e del nostro cambiamento dovranno tenere conto i futuri rappresentanti politici italiani, europei e mondiali, perché l’unica arma che ci sta facendo vincere la nostra battaglia è la solidarietà, la consapevolezza  e l’orgoglio, tutti sentimenti che ci avevano sottratto e che il “COVID 19”, a carissimo prezzo, ci ha restituito.

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Cronache

Epidemia e crisi sociale al sud, De Luca e de Magistris paghino anni di arretrati ai volontari del terzo settore che aiutano i bisognosi

Ciro Corona

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Nulla era scontato ma tutto prevedibile. Mentre il mondo è alle prese con misure di restrizioni per contrastare il COVID-19, nel sud dell’Italia la Pandemia si è già trasformata in carestia e siamo appena alla terza settimana di restrizioni. Gli Italiani, dopo aver esaurito l’entusiasmo motivante e folcloristico dei canti ai balconi, degli hastag sui social e delle ricette culinarie scaricate dalla rete, ora si ritrovano con le tasche vuote, hanno difficoltà a mettere il piatto a tavola, a progettare la sopravvivenza della singola giornata, a fare la spesa. Il problema sociale e quello economico si presentano in modo problematico.
Vanno apprezzati gli sforzi Istituzionali del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte alle prese con gli equilibri economici e politici europei, le proposte degli schieramenti politici ma il Sud, l’Italia, necessita di azioni di sussistenza urgenti e seri. Il “Cura Italia” ad oggi non è incisivo. A Palermo e Napoli, le due capitali del sud, si sono già verificati diversi episodi di “disobbedienza” dettati dalle necessità economiche, manifestati col rifiuto di pagare la spesa nei supermercati e con le richieste di aiuto economico alle forze dell’ordine. La scelta diventa violare la Costituzione per sopravvivere, rinunciare al diritto alla salute per quello alla sopravvivenza. Lo spettro delle mafie per comperare aziende in crisi e riciclare soldi o di incentivare prestiti e usura è alla porta. A lanciare l’allarme è il Procuratore  Nicola Gratteri.

La denuncia di Gratteri. Le mafie potrebbero soffiare sulla protesta sociale al Sud 

In serie difficoltà i professionisti con partita Iva, “mercatari”, venditori ambulanti, disoccupati, operatori sociali. Il sostegno economico diretto, speciale e temporaneo, potrebbe essere la risposta immediata, andando nel contempo a potenziare il servizio INPS. Un discorso a parte merita il sostegno al terzo settore, lasciato a morire nonostante sia attivo gratuitamente anche in questo periodo di quarantena, con la distribuzione delle spese solidali, per esempio. Centinaia di realtà sociali che assistono disabili, anziani, migranti, minori, dopo l’emergenza non riapriranno con la conseguente mancanza di assistenza per le fasce più “a rischio” e il licenziamento di centinaia di operatori. Alla misura di elemosina solidale emanata con l’ultimo decreto, per questi ultimi, bisogna rispondere con un impegno politico dei Comuni e delle Regioni. In caso di concessione di sforamento del Patto di stabilità infatti, il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris e il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, possono fare da “apripista” per l’intero sud, azzerare la lista del “cronologico” dei pagamenti e pagare i due anni di arretrati alle realtà sociali. Soldi che al terzo settore spettano per prestazioni effettuate, molte ancora in corso, da due anni. Centinaia di migliaia d’euro che permetterebbero al terzo settore di pagare stipendi arretrati, far partire progetto di sostegno sociale, evitare licenziamenti e chiusure. Occorre agire. Il Governo faccia la sua parte, i Comuni e le Regioni, con le ASL, la loro.

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