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Salute

“Race for the cure”, la più grande manifestazione per la lotta al tumore al seno

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Il professor Riccardo Masetti alla fine degli anni ’90 conobbe una donna americana che aveva creato nel 1982 la fondazione Susan G. Komen, in memoria della sorella, morta di cancro al seno a soli 36 anni. È l’evento simbolo della mini-maratona per le donne a cui era stato diagnosticato un tumore al seno: la “race for the cure”.
Sono passati 20 anni, a oggi la “Race for the cure” – che in Italia si svolse per prima a Roma – è la più grande manifestazione per la lotta ai tumori del seno: 1 milione di partecipanti nelle diverse edizioni italiane.
Si corre nella capitale, ma anche a Bari, Bologna e Brescia, e da quest’ anno a Pescara e a Matera. A Roma nel 2018 si è raggiunto il record di iscritti: 72mila, tra cui quasi 6mila “donne in rosa”, ovvero donne che hanno avuto il cancro al seno e che, come piace dire a Masetti, indossando una maglietta o un berretto di colore rosa, diventano “ambasciatrici della prevenzione”.
“Dagli Stati Uniti all’Italia, la Race ha cambiato il modo di guardare a questa malattia: grazie alla condivisione dell’esperienza, le donne non hanno paura di mostrarsi e si danno forza l’un l’altra”, racconta il Prof nel suo studio, al 7° piano del Policlinico Gemelli di Roma, dove ha sede il Centro di senologia che dirige (con oltre 1.400 pazienti operate all’ anno, una delle eccellenze in Italia).
Per l’inaugurazione di questa 20° edizione della Race di Roma è stato ricevuto giovedì scorso dal Presidente della Repubblica, ma resta un uomo a cui non piace comparire, anche se per la “Race” – “è come il mio quarto figlio”, dice lui – entra ed esce da dirette tv per promuovere l’evento. “Con i fondi raccolti, abbiamo investito oltre 17 milioni di euro per più di 850 progetti di prevenzione e supporto alle donne operate, 3 carovane della prevenzione che hanno fatto tappa in 13 regioni, 250 premi per giovani ricercatori”.

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Più disagio mentale a Centro-Sud, pesa condizione economica

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Il disagio mentale e’ in aumento tra gli italiani, specie al Centro Sud, complici l’invecchiamento della popolazione, ma anche condizioni socio-economiche sempre piu’ precarie. E si connota soprattutto sotto forma di disturbi depressivi, con un forte impatto su societa’, famiglie e servizio sanitario. E’ lo scenario che emerge dal Focus sul Disagio Mentale dell’Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni del Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma, reso noto alla vigilia della Giornata Mondiale per la Salute Mentale. In Italia, secondo i dati dell’Indagine Istat-European Health Interview Survey, 2,8 milioni di persone, il 5,6% degli over-15, presenta sintomi depressivi, dei quali 1,3 milioni una vera e propria depressione maggiore. A soffrire del male di vivere sono soprattutto donne e anziani (e’ depresso quasi un ultra 75enne su 5 e quasi una donna su 4 tra le over-75). In generale, le donne con disturbo depressivo sono quasi il doppio degli uomini tra gli utenti dei servizi specialistici per la salute mentale (con un tasso di 28 per 10.000 uomini contro 47 per 10.000 donne). La depressione e’ piu’ diffusa nel Centro e Sud del paese (in particolare in Umbria, 9,5% della popolazione, e Sardegna 7,3%, contro il 2,8% della popolazione in Trentino-Alto Adige e il 4,3% in Lombardia) e colpisce le persone piu’ vulnerabili sul fronte socio-economico.

I disturbi depressivi sono quasi il doppio piu’ frequenti tra chi ha un basso livello di istruzione e basso reddito. Depressione e ansia cronica grave colpiscono l’8,9% dei disoccupati, contro il 3,5%, degli occupati. L’impatto del disagio mentale sul sistema sanitario e’ pesante, basti pensare che, secondo stime del Ministero della Salute, nel 2016 la spesa sostenuta per l’assistenza sanitaria territoriale psichiatrica ammontava a 3,6 miliardi di euro, pari al 3,2% della spesa sanitaria pubblica totale. “Il SSN ha di fronte una nuova sfida con cui misurarsi – afferma Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina Preventiva UCSC – e tra le possibili strategie di intervento sicuramente va annoverato il rafforzamento dell’assistenza primaria e dei rapporti ospedale-territorio.

Sara’ necessaria anche una maggiore integrazione tra servizi sanitari e sociali, insieme ad una migliore differenziazione dell’offerta sulla base dei bisogni dei pazienti”. Ma “oltre alle attivita’ di cura e assistenza – rileva Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio -, sara’ importante attivare azioni preventive efficaci, per esempio attraverso progetti di intervento nelle scuole volti all’individuazione dei soggetti a rischio”. E proprio la depressione aumenta la probabilita’ di avere 22 malattie, dall’asma alle patologie cardiovascolari, oltre ad essere un fattore di rischio rilevante per il suicidio. Lo hanno ricordato gli esperti della Societa’ Italiana di Psichiatria in un incontro in occasione dell’inaugurazione della nuova sede nazionale della societa’ scientifica nell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pieta’ a Roma.

I pazienti con un disturbo dell’umore severo, hanno sottolineato gli esperti anche in vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, hanno un rischio dal 12 al 32% piu’ elevato di patologie come fiato corto, disturbi gastrointestinali, patologie cardiache croniche, malattie urinarie, come ha dimostrato un recente studio australiano pubblicato su Molecular Psychiatry, per cui sono stati analizzati i dati genetici di oltre 330mila persone.

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Arrivano anche in Italia le micro protesi per naso orbite e tempie

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Volti scarni, occhi scavati e nasi all’ingiu’: l’avanzare dell’eta’ adesso si puo’ contrastare cancellando gli inestetismi del viso una volta per tutte. Arrivano anche in Italia le micro-protesi facciali, piccoli impianti in silicone che armonizzano e ringiovaniscono il volto in modo mini-invasivo. Nasi adunchi, tempie e orbite scarnite possono infatti essere rimpolpati sul lettino del chirurgo grazie a un intervento rapido e dai risultati immediati senza alcuna cicatrice visibile. “Una novita’ nella chirurgia plastica e’ rappresentata da piccole protesi in grado di cambiare l’aspetto di un naso molto sceso: si rialza soltanto la punta quando appare precipitata in maniera particolarmente vistosa e antiestetica soprattutto quando si sorride – spiega il professor Daniele Spirito, Chirurgo Plastico, di Roma, e docente presso la cattedra di Chirurgia Plastica dell’Universita’ di Milano – Nei casi piu’ gravi, anziche’ usare il filler regolarmente, ogni due, tre mesi, la protesi permette di risolvere il problema in via definitiva con ottimi risultati. L’intervento viene eseguito in anestesia locale con sedazione, si fa un’incisione all’interno del naso e si colloca la protesi di silicone a cavaliere sulla spina nasale, in questo modo si rialza in maniera permanente tutta la regione. L’impianto viene introdotto direttamente dal naso quindi le cicatrici sono interne. Il risultato e’ immediatamente visibile”. Ma sono tante altre le zone di un viso che appaiono invecchiate con l’avanzare dell’eta’. La zona oculare puo’ iniziare a rientrare e l’area delle tempie, ai lati della fronte, appare sempre piu’ scavata a causa dell’assorbimento osseo inevitabile con l’eta. Inestetismi fonte di disagio non solo per le donne. Se infatti trucco e acconciatura possono aiutare il mondo femminile a mascherare il passare del tempo, sono gli uomini a mostrare i segni piu’ evidenti. “Esistono altre protesi facciali in grado di cambiare l’aspetto del viso con un effetto riempitivo che dona un ringiovanimento di 10-15 anni – osserva l’esperto – In particolare le protesi sottoorbitali migliorano un inestetismo di forte impatto dovuto a uno sgonfiamento e a un assorbimento dell’osso causato dall’eta’. La protesi, di 2-3 mm di silicone duro, si estende fino a parte dello zigomo, si inserisce internamente attraverso la palpebra inferiore e va a colmare quello spazio svuotato tra la guancia e l’osso. Stesso discorso vale per la zona delle tempie: inserendo una mini protesi temporale sotto la fascia del muscolo temporale – conclude Spirito – si riesce ad ottenere la curvatura persa negli anni. La protesi si inserisce tra i capelli, dunque la cicatrice resta completamente nascosta”.

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Salute

Un bimbo italiano su 3 è obeso, ed i più grassi sono quelli che vivono in Campania

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Quello dell’obesità, soprattutto infantile, è un problema grave in Italia, e in occasione dell’Obesity Day che si celebra il 10 ottobre, si moltiplicano le iniziative per sensibilizzare sul tema, che riguarda un terzo dei bambini tra 6 e 9 anni. Secondo il secondo rapporto dell’Ong Helpcode un bambino su tre nella fascia 6-9 anni in Italia è sovrappeso o obeso, il tasso maggiore di tutta l’Europa. In tutto circa 100mila, con una prevalenza dei maschi (21%) sulle femmine (14%). A livello globale il numero di bambini di eta’ inferiore ai cinque anni obesi o sovrappeso risulta in costante aumento e ha ormai superato quota 40 milioni, 10 milioni in piu’ rispetto al 2000. La maglia nera nel nostro Paese va ai bambini campani (oltre il 40% sono sovrappeso e obesi), seguiti dai coetanei di Molise, Calabria, Sicilia, Basilicata e Puglia. “Le ricerche piu’ recenti ci dicono che e’ necessario intervenire nei primi tre anni di vita – osserva Mohamad Maghnie, responsabile dell’UOC Clinica Pediatrica del Gaslini di Genova – e per farlo dobbiamo conoscere abitudini alimentari e stili di vita dei pazienti a cominciare dalla gravidanza”. In contemporanea al rapporto, ricorda Helpcode, torna “C’era una volta la cena”, la campagna di sensibilizzazione, con testimonial Claudia Gerini, per contrastare la malnutrizione infantile.

Il policlinico Gemelli di Roma e Johnson and Johnson hanno lanciato invece “Share your light – Oltre l’obesita’, storie di nuovi inizi”, una campagna per sensibilizzare gli italiani attraverso i racconti di chi ha affrontata la patologia con successo diffusi attraverso un portale e una pagina Facebook. Tra gli ospedali in campo anche il Bambino Gesu’ di Roma, che giovedi’ 10 ottobre mette a disposizione medici e nutrizionisti per illustrare i criteri di una corretta alimentazione. Diversi i messaggi rivolti alle istituzioni. E’ partita in queste ore ad esempio la campagna di sensibilizzazione “Io vorrei che”, ideata per stimolare e coinvolgere le istituzioni politiche e sanitarie, nazionali e regionali, a considerare l’obesita’ come una malattia complessa e implementare iniziative concrete per contrastarne l’incremento, realizzata da IO-Italian Obesity network, Changing Obesity e Obesity Policy Engagement Network (OPEN) Italy. Proprio oggi l’Adi, Associazione Italiana di Dietetica e nutrizione clinica, la sua Fondazione e l’Italian Obesity Network, hanno sottoscritto alla Camera dei Deputati la “Carta dei diritti e dei doveri della persona con obesita’”, insieme ad altri 12 firmatari tra societa’ scientifiche, associazioni di pazienti e cittadini, fondazioni e CSR attive nella lotta all’obesita’ in Italia. “L’obesita’ – si legge nella Carta – e’ una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, ha gravi implicazioni cliniche ed economiche, e’ causa di disagio sociale spesso tra bambini e gli adolescenti e favorisce episodi di bullismo”. Sul tema, ha ricordato Raffaele Mautone, componente del MoVimento 5 Stelle in Commissione Igiene e Sanita’ del Senato, c’e’ un disegno di legge appena presentato in Senato. “L’obiettivo e’ quello di portare nelle classi l’educazione alimentare attraverso Progetti obiettivo e di promuovere il piu’ possibile nelle scuole, ma anche negli ospedali, l’uso di prodotti biologi a chilometri zero”.

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