Esteri
Putin minimizza la crisi carburante in Russia e rilancia gli attacchi sull’Ucraina
Putin minimizza le carenze di carburante causate dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe e respinge le proposte di cessate il fuoco. Intanto Mosca colpisce Kiev con un bombardamento di 11 ore che ha provocato almeno 21 morti.
La guerra entra sempre più dentro il territorio russo, ma Vladimir Putin prova a mostrare sicurezza. Gli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture energetiche hanno provocato carenze di carburante in diverse regioni della Russia e nella Crimea occupata, ma il presidente russo ha definito la situazione “non critica”. Allo stesso tempo ha respinto le proposte di cessate il fuoco e ribadito che il conflitto continuerà finché Mosca non avrà raggiunto i propri obiettivi.
Raffinerie colpite e code ai distributori
Secondo la ricostruzione dell’Associated Press, da marzo si sono registrati oltre 50 attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e altre infrastrutture energetiche russe e della Crimea occupata. L’obiettivo dichiarato da Kiev è aumentare la pressione su Mosca e colpire la capacità logistica e industriale che sostiene lo sforzo bellico.
Le conseguenze sono visibili: una parte rilevante della capacità di raffinazione russa è stata messa fuori uso, con razionamenti, lunghe file ai distributori e difficoltà particolarmente gravi in Crimea. Putin ha riconosciuto un “periodo difficile”, promettendo riparazioni accelerate, possibili importazioni di benzina e un aumento della produzione di sistemi di difesa aerea.
Putin: “Non ci costringeranno a negoziare”
Il Cremlino interpreta gli attacchi ucraini come un tentativo di dividere la società russa, rallentare l’offensiva e spingere Mosca a negoziare da una posizione più debole. Putin ha escluso questa possibilità, sostenendo che gli attacchi alle infrastrutture energetiche non cambiano l’andamento del fronte.
Gli analisti occidentali, però, leggono il quadro in modo più sfumato: gli attacchi ucraini a medio raggio avrebbero contribuito a ostacolare logistica e rifornimenti dell’esercito russo, rallentando il ritmo dell’avanzata e contribuendo a una situazione di stallo in diverse aree.
Kiev colpita per 11 ore
Mentre minimizza le difficoltà interne, Mosca continua a colpire duramente l’Ucraina. Nella notte tra mercoledì e giovedì, la Russia ha lanciato un massiccio attacco di droni e missili contro Kiev, durato circa 11 ore. Secondo le autorità ucraine, il bilancio è di almeno 21 morti e decine di feriti; altri media internazionali parlano di un numero di vittime salito fino ad almeno 27.
L’attacco ha colpito anche aree residenziali e infrastrutture civili. Oltre 50 mila persone si sono rifugiate nelle stazioni della metropolitana della capitale ucraina durante il bombardamento.
Il cessate il fuoco resta lontano
Putin ha respinto le offerte di tregua avanzate da Volodymyr Zelensky e sostenute dagli alleati occidentali. Secondo il presidente russo, una pausa darebbe soltanto tempo all’esercito ucraino per riorganizzarsi.
Mosca continua a porre condizioni considerate inaccettabili da Kiev: il ritiro ucraino dalle aree ancora controllate nella regione di Donetsk, la rinuncia all’ingresso nella Nato, la riduzione delle capacità militari e garanzie per lingua e cultura russe. Sul piano diplomatico, dunque, la distanza resta ampia.
Guerra militare, guerra energetica
La nuova fase del conflitto è sempre più anche una guerra contro le infrastrutture. L’Ucraina colpisce raffinerie, depositi e impianti legati allo sforzo bellico russo; la Russia risponde con bombardamenti su città, reti energetiche e obiettivi civili o militari in territorio ucraino.
Putin scommette sulla capacità del sistema russo di assorbire la crisi carburante senza ricadute politiche interne. Kiev, al contrario, punta a dimostrare che la guerra può avere un costo concreto anche per la popolazione russa. In mezzo restano i civili ucraini, ancora una volta esposti al prezzo più alto del conflitto.
Esteri
Usa-Iran, il canale segreto di Trump con i Pasdaran: Barzani mediatore con Vahidi
L’amministrazione Trump avrebbe utilizzato Nechirvan Barzani per contattare segretamente il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e verificare il sostegno dell’ala militare iraniana ai negoziati con Washington.
L’amministrazione Trump avrebbe aperto a maggio un canale riservato con il comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniana, Ahmad Vahidi, utilizzando come intermediario Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno.
Il retroscena è stato pubblicato da Axios e firmato da Barak Ravid, che cita tre fonti con conoscenza diretta dei contatti. La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dai protagonisti.
I dubbi di Washington sui negoziatori iraniani
Dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile e il vertice di Islamabad, Stati Uniti e Iran avevano avviato colloqui per cercare di chiudere il conflitto. All’inizio di maggio la Casa Bianca riteneva possibile un accordo, ma la risposta iraniana tardava ad arrivare.
Washington cominciò quindi a dubitare che il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi fossero realmente autorizzati a impegnare anche i vertici dei Pasdaran, diventati sempre più influenti nelle decisioni sulla sicurezza e sulla politica estera iraniana.
Intorno al 10 maggio, secondo Axios, l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard contattò Barzani, con l’autorizzazione di Trump e del vicepresidente JD Vance, chiedendogli di raggiungere direttamente Vahidi.
La telefonata cifrata con Vahidi
Barzani avrebbe accettato il ruolo grazie ai suoi rapporti con entrambe le parti. Durante la guerra tra Iran e Iraq aveva vissuto in territorio iraniano, studiato all’Università di Teheran e imparato il farsi, costruendo relazioni personali con esponenti del sistema politico e militare della Repubblica islamica.
Il 14 maggio un funzionario dei Guardiani della rivoluzione sarebbe arrivato nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono cifrato. Durante la conversazione, Vahidi avrebbe assicurato che i Pasdaran sostenevano la linea negoziale di Ghalibaf e Araghchi e preferivano risolvere la crisi attraverso il dialogo.
Barzani riferì subito il contenuto del colloquio a Gabbard, che informò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero successivamente di organizzare a Erbil un incontro segreto tra alti rappresentanti americani e iraniani. Teheran non avrebbe escluso l’ipotesi, manifestando però timori per la sicurezza della delegazione. L’incontro non si è mai svolto.
A giugno Stati Uniti e Iran raggiunsero un memorandum d’intesa, successivamente naufragato. I contatti indiretti sarebbero proseguiti attraverso mediatori pakistani e qatarioti, senza produrre finora progressi significativi.
Il caso mostra la difficoltà incontrata da Washington nel negoziare con un sistema iraniano nel quale il potere formale delle istituzioni civili convive con quello politico e militare dei Guardiani della rivoluzione.
Esteri
Droni sulla regione di Mosca, brucia il maxi hub Wildberries: Kyiv rivendica sette centri fuori uso
Un attacco con droni ha provocato un vasto incendio nel centro Wildberries di Koledino, vicino Mosca. L’Ucraina rivendica la messa fuori uso di sette dei dieci maggiori poli logistici dell’azienda, ma il dato non ha conferme indipendenti.
Un vasto incendio ha colpito il centro logistico di Wildberries a Koledino, nella regione di Mosca, durante il massiccio attacco con droni condotto nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Le autorità regionali russe hanno confermato che il rogo è divampato dopo l’arrivo dei velivoli senza pilota.
La struttura, situata nel distretto di Podolsk, è uno dei principali poli distributivi di Wildberries, il più grande operatore russo del commercio elettronico, spesso definito la “Amazon russa”. Il personale sarebbe stato evacuato prima che le fiamme si propagassero e, secondo le informazioni disponibili, all’interno del complesso non si registrerebbero vittime.
La rivendicazione del Ministero ucraino
Il Ministero della Difesa ucraino sostiene che l’attacco abbia provocato la sospensione delle attività nel centro di Koledino, indicato come il più grande magazzino dell’azienda, con una superficie di circa 250mila metri quadrati.
Kyiv afferma inoltre di avere messo complessivamente fuori uso sette dei dieci maggiori centri logistici di Wildberries presenti in Russia. Il dato, inserito dalle autorità ucraine nel bilancio delle operazioni condotte nelle ultime settimane, non risulta al momento verificabile in modo indipendente.
Le immagini diffuse sui social mostrano una colonna di fumo denso sollevarsi dall’area industriale. Restano da accertare l’estensione dei danni, la quantità di merci coinvolte e i tempi necessari per un’eventuale ripresa delle attività.
Un secondo incendio a Domodedovo
Un altro incendio è scoppiato nella stessa notte all’interno di una struttura logistica nella zona di Domodedovo, vicino a uno dei principali aeroporti della capitale russa. Le prime informazioni russe parlano di un deposito utilizzato anche per medicinali, senza confermare che si tratti di un secondo centro Wildberries.
L’attacco segna una nuova estensione delle operazioni ucraine contro infrastrutture economiche e logistiche situate nelle regioni interne della Russia. Mosca ha riferito di avere intercettato numerosi droni, ma anche in questo caso i numeri forniti dalle parti non possono essere verificati indipendentemente.
Esteri
Afghanistan, 724 camion di aiuti Onu attraversano Torkham
Il Pakistan ha consentito il passaggio attraverso Torkham di 724 camion con aiuti umanitari dell’Onu diretti in Afghanistan. Le frontiere restano però chiuse al normale traffico commerciale a causa delle tensioni tra Islamabad e Kabul.
Sono 724 i camion carichi di aiuti umanitari delle Nazioni Unite entrati in Afghanistan dal Pakistan attraverso il valico di Torkham.
A comunicarlo è stato Mohamed Yahya, coordinatore residente e umanitario dell’Onu in Pakistan. In un messaggio pubblicato su X, il rappresentante delle Nazioni Unite ha ringraziato Islamabad e quanti hanno permesso di mantenere operativo il corridoio, consentendo alle forniture di raggiungere le famiglie maggiormente bisognose.
Il vicepremier e ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha espresso soddisfazione per il contributo offerto dal suo Paese all’operazione umanitaria.
Le frontiere restano chiuse al commercio
Il passaggio dei convogli non rappresenta una normalizzazione delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. I principali valichi sono chiusi al normale traffico commerciale dall’ottobre 2025, dopo gli scontri armati e l’aumento delle tensioni lungo il confine.
Islamabad accusa le autorità talebane di non contrastare adeguatamente i gruppi responsabili di attacchi in territorio pachistano. Kabul respinge le contestazioni e critica le restrizioni imposte dal Pakistan.
Nonostante la sospensione del commercio e del transito ordinario, Torkham è stato aperto in maniera limitata alle spedizioni umanitarie dell’Onu. La chiusura prolungata delle frontiere ha aggravato le difficoltà economiche delle comunità locali e ostacolato l’arrivo in Afghanistan di generi alimentari e medicinali.


