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Principe Hamzah in un video messo in onda dalla Bbc: sono agli arresti domiciliari

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In un video fatto avere alla Bbc dal suo avvocato, il principe Hamzah bin Hussein, fratellastro di re Abdullah di Giordania sostiene di “essere stato posto questa mattina agli arresti domiciliari” e di “non essere lui il responsabile del crollo della governance, della corruzione e dell’incompetenza che e’ prevalsa nel governo negli ultimi 15-20 anni e che ora sta peggiorando”. ” Siamo al punto in cui – ha detto – nessuno e’ in grado di parlare o esprimere opinioni su qualsiasi cosa senza essere vittima di bullismo, arrestato, molestato e minacciato”. Nel video registrato oggi il principe Hamzah dice: “Ho avuto questa mattina una visita del capo di stato maggiore delle forze armate giordane che mi ha informato che non mi era permesso uscire, comunicare o incontrare persone perche’ durante incontri a cui avevo partecipato – o sui social o durante visite da me compiute – erano state espresse critiche al governo o al re “. Il fratellastro di re Abdallah precisa di non essere stato accusato di aver fatto lui stesso critiche, tuttavia afferma: “Non sono responsabile del crollo della governance, della corruzione e dell’incompetenza che e’ stata prevalente nella nostra struttura di governo negli ultimi 15-20 anni e che ora sta peggiorando. E non sono responsabile neanche della mancanza di fiducia che le persone hanno nelle istituzioni. Si e’ raggiunto un punto in cui nessuno e’ in grado di parlare o esprimere opinioni su qualsiasi cosa senza essere vittima di bullismo, arrestato, molestato e minacciato”.

Le dichiarazioni di Hamzah giungono dopo l’arresto di venti alti dignitari del regno di Giordania per un sospetto “complotto” contro re Abdallah II. Amman ha negato ufficialmente che tra gli arrestati ci fosse anche il principe Hamzah, pur confermandone il coinvolgimento. Il capo di stato maggiore giordano, generale Yousef al Huneiti, ha fatto sapere che ad Hamzah stato intimato di astenersi da spostamenti e da altre attivita’ che potrebbero essere sfruttate per destabilizzare il regno hashemita. .

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Draghi spinge il Pil, restano rischi ma ora più lavoro

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La prospettiva e’ una crescita del Pil “significativamente” al rialzo rispetto alle stime, ma restano ancora seri “rischi” per una pandemia la cui fine e’ “ancora lontana”. Mario Draghi analizza la fase che l’economia italiana e mondiale attraversano. E’ a Barcellona per ricevere un premio per quanto ha fatto da presidente della Bce, ma ne fa l’occasione anche per auspicare un rilancio dell’Ue con la spinta di Italia e Spagna, in asse con Francia e Germania. In platea ci sono il primo ministro Pedro Sanchez e il gotha economico spagnolo. “Ci sono le premesse per una rapida ripresa economica”, assicura. Ma deve essere una crescita “inclusiva”, in grado di stimolare la domanda e accelerare la creazione “dei posti di lavoro di cui abbiamo bisogno”. Arrivera’ – e’ il messaggio agli investitori – il tempo per tornare a politiche fiscali “prudenti” ma bisogna fare ancora “sforzi” per sostenere la ripresa con politiche monetarie espansive. A Barcellona Draghi si ferma poche ore. Il padrone di casa, Sanchez, lo definisce un “maestro”: “Quando lui parla in Consiglio europeo tutti stiamo zitti e ascoltiamo”. E due premi segnano la visita del premier, uno per la “costruzione europea” del Cercle d’Economia e una medaglia per il 250esimo anniversario del Foment, l’associazione di rappresentanza delle imprese catalane. Sullo sfondo dei suoi interventi c’e’ la crisi, con i rischi che derivano dal fatto dal divario di vaccinazioni tra i Paesi piu’ ricchi e quelli in via di sviluppo: da li’ potrebbero partire nuove varianti pericolose. Ecco perche’ l’accento viene posto ancora sulla ricerca, produzione e distribuzione di vaccini. Ma lo sguardo va alla prospettiva di un’Europa che, “come ha scritto Jean Monnet, ‘sara’ forgiata dalle sue crisi e sara’ la somma delle soluzioni trovate per risolverle”. Al padrone di casa, che rischiava – secondo la stampa spagnola – di non ritrovare con Draghi quella sintonia che lo accomunava a Giuseppe Conte, il premier fa sponda nel dire che Italia e Spagna “unite sono piu’ forti”, a partire da un dossier delicato come quello dei migranti, in nome della “visione mediterranea e dell’europeismo”. Ma non si ferma all’asse del Sud la politica europea di Draghi, che mira a un piu’ forte protagonismo: portare le nostre istanze al centro dell’Ue, e’ il tentativo. “Insieme a Francia, Germania e gli altri Stati membri vogliamo costruire un’Unione piu’ moderna, competitiva e solidale. Che superi le tradizionali divisioni tra Nord e Sud e si mostri unita nel confronto con le potenze globali”. “Abbiamo dato la democrazia per scontata e abbiamo ignorato il rischio del populismo”, e’ il passaggio piu’ politico dell’intervento di Draghi, che con un discorso di taglio molto tecnico torna a indicare una via di ripresa “equa e sostenibile”, che non rinunci alla coesione sociale. Nell’immediato, la prospettiva che indica per l’Italia e’ quella di superare di molto le stime di crescita che danno il Pil nel 2021 al 4,2%. Il progetto e’ farlo creando un mercato del lavoro meno “ingiusto” per deboli, giovani e donne, con un “sostegno” ai lavoratori che vengono licenziati e la creazione di piu’ posti grazie a una spinta alla domanda. Ecco perche’ Draghi ribadisce la richiesta di rendere il fondo Sure per la disoccupazione permanente. Ma intanto bisogna fare attenzione, avverte Draghi, alla crescente inflazione (il 3,3% in aprile nell’area Ocse) e ai rischi di “divergenza tra l’economia dell’area euro e quella Usa, e le conseguenze per le rispettive banche centrali”. Il fardello e’ ancora un debito aumentato di 15,8 punti nel 2020: per renderlo sostenibile la migliore ricetta e’ la crescita, ma e’ anche vero che i “decisori politici” – evitando con una risposta senza precedenti una recessione ancora peggiore di quella avuta – hanno dato garanzie alle aziende di tale portata da rendere i fallimenti piu’ gravosi per lo Stato. Il Recovery plan e’ la base da cui ripartire per superare “le fragilita’”. La responsabilita’ per i maggiori beneficiari (Italia e Spagna, i Paesi piu’ colpiti dal Covid con 200mila morti) di attuarlo in maniera “efficace” per aprire una “nuova fase Ue”. Transizione ecologica e digitale sono gli assi indicati davanti alla platea del foro Italia-Spagna, dove siede il segretario Pd Enrico Letta, i ministri Di Maio, Colao e Cingolani, manager di aziende partecipate, membri del governo spagnolo e gotha economico. “Non possiamo uscire dalla crisi sanitaria per poi entrare, da sonnambuli, in una crisi ambientale”, dice. Elenca i 7 miliardi per la connettivita’ e la banda ultralarga, i 17 miliardi totali per la rigenerazione delle citta’ (9 all’edilizia pubblica, 8 al trasporto sostenibile). L’Italia c’e’, la Spagna e’ pronta a costruire “sinergie” con Roma: “Auspichiamo ci sia una pronta e profonda collaborazione tra la Commissione Europea e i governi”, dice Draghi.

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Vescovi Usa verso la ‘scomunica’ a Biden sull’aborto

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I vescovi Usa vanno verso la “scomunica” a Joe Biden e ai politici che, come il presidente degli Stati Uniti, sono favorevoli al diritto di aborto. Sfidando il monito del Vaticano che aveva invitato a evitare la questione, la Conferenza Episcopale Usa ha dato luce verde alla futura stesura di un controverso documento sulla “coerenza eucaristica” che potrebbe portare al divieto di accostarsi alla comunione per il capo della Casa Bianca. “E’ una questione privata e non penso che accadra’”, ha reagito Biden alla decisione che ha visto due terzi dei prelati (155) schierarsi a favore del documento, contro 55, mentre 6 si sono astenuti. Mandando avanti una proposta sostenuta dall’ala piu’ conservatrice dell’episcopato, il voto ha messo in luce una profonda spaccatura nella Chiesa americana. Biden e’ il secondo presidente cattolico dopo JFK – tra i piu’ devoti Commander in Chief assieme a Jimmy Carter – e l’Eucarestia e’ stata fonte di forza nei momenti piu’ difficili della sua vita. Non e’ da oggi che il tema della “scomunica” per i politici pro-aborto impegna le gerarchie cattoliche americane. L’ultima volta in cui i vescovi votarono sulla comunione ai politici fu nel 2004: la conclusione, 183 a sei, fu di lasciare la decisione ai singoli vescovi. Quell’anno il tema era di attualita’ perche’ l’attuale inviato di Biden sul clima, John Kerry, che e’ anche lui cattolico, correva per la Casa Bianca e una decina di alti prelati gli rifiutarono l’Eucarestia a causa delle posizioni pro-aborto. In base al diritto canonico i cattolici rispondono alle direttive dei vescovi locali e nelle due diocesi in cui va in chiesa – il Distretto di Columbia e il Delaware – Biden non ha incontrato finora obiezioni ad accostarsi al sacramento. La decisione dei vescovi di prendere di mira un presidente e’ tuttavia ugualmente esplosiva provenendo dai leader della sua stessa fede, anche e soprattutto dopo che molti cattolici hanno chiuso un occhio sulle scappatelle del predecessore Donald Trump perche’ ne appoggiavano l’agenda politica. Il voto ha anche dimostrato come il cattolicesimo americano sia sempre piu’ ai ferri corti con la chiesa di Roma. Il testo del documento proposto non e’ stato ancora definito e richiedera’ la maggioranza dei due terzi per essere approvato in novembre, con un anno di anticipo rispetto alle cruciali elezioni di midterm. Secondo una sintesi venuta in possesso dalla rivista dei gesuiti Usa “America”, dovrebbe includere “le fondamenta teologiche per la disciplina della Chiesa relativa alla Comunione e un appello speciale per i leader politici, culturali e parrocchiali di dare testimonianza della propria fede”. Biden non viene nominato nella sintesi ma di lui si e’ parlato nel corso dell’acceso dibattito che ha preceduto la votazione alla luce della quale 60 parlamentari cattolici democratici hanno pubblicato un contro-documento in cui, invocando la separazione tra Chiesa e Stato, proclamano il primato della liberta’ di coscienza. La maggior parte dei cattolici a Capitol Hill, tra cui la Speaker Nancy Pelosi, sono democratici: secondo l’organizzazione anti-aborto Democrats for Life solo tre di loro hanno adeguate credenziali “per la vita”.

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Putin lusinga Biden, ‘un esperto, altro che Sleepy Joe’

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Vladimir Putin cavalca l’onda del summit all’indomani del suo faccia a faccia “costruttivo” con Joe Biden e lusinga “l’esperto” presidente americano, anche se il Cremlino continua a provocare sull’oppositore Alexei Navalny. Il leader Usa invece tira il fiato e si rituffa nella stagnante agenda domestica dopo un summit che ha suggellato una lunga settimana in Europa, il suo esordio presidenziale sul palcoscenico globale, dove ha ricompattato le democrazie occidentali – tra G7, Nato e Ue – togliendo a Putin spazi di manovra per sfruttare le divisioni tra alleati ma offrendogli anche un tavolo alternativo per allentare il soffocante abbraccio della Cina. Manovre che gli hanno permesso di incassare in casa anche il tacito consenso dei repubblicani, dopo le accuse della vigilia sui rischi di legittimare un autocrate, con cui comunque Donald Trump aveva flirtato apertamente tra sorrisi e pacche sulle spalle. Cosi’, mentre i media dei due Paesi promuovono i rispettivi leader e analizzano luci e ombre dell’evento, i piccoli progressi fatti e le grandi divergenze rimaste, il presidente russo si affretta a tenere viva la fiamma di speranza accesa dal vertice di Ginevra: “Siamo pronti a continuare questo dialogo nella stessa misura della parte americana”, ha assicurato lo zar, anche se per ora non sono previsti altri incontri tra i due leader. “L’incontro e’ stato molto amichevole e ci siamo capiti sulle questioni chiave”, ha ribadito, prima di lodare Biden smentendo il ritratto di anziano appannato che ne fanno la stampa russa e a volte americana, nonche’ Donald Trump col suo nomignolo di ‘Sleepy Joe’. “E’ un’immagine che non ha niente in comune con la realta’”, ha garantito, sottolineando che il presidente americano ha affrontato “lucidamente” e “brillantemente” il summit nonostante il lungo viaggio e il jet leg. “Biden e’ un professionista e bisogna stare attenti quando si lavora con lui perche’ non gli sfugge nulla”, lo ha adulato. Del resto i due sono passati dalle offese (“killer”, “macho”) ai complimenti. Anche il Cremlino ha fatto da cassa di risonanza a Putin, definendo il vertice come “alquanto positivo”, a dispetto delle basse aspettative iniziali. Ma sui diritti umani e sui dissidenti resta un abisso. Con tanto di scherno: a Navalny, ha osservato il portavoce Dmitri Peskov, potrebbe essere permesso di andare negli Stati Uniti solo “se si scoprisse improvvisamente che e’ un cittadino americano e lavora per i servizi segreti” di quel Paese, “o meglio, se verra’ confermato ufficialmente dagli americani”. Un’accusa che il Cremlino gli muove da tempo. Gli unici passi avanti per ora sono il ritorno dei rispettivi ambasciatori e soprattutto l’avvio di negoziati per il rinnovo del New Start, con la dichiarazione congiunta contro la possibilita’ di una guerra nucleare. Una mossa apprezzata anche da Pechino, che si e’ detta “disponibile a dialoghi bilaterali o nell’ambito della P5”, il club dei cinque Paesi con piu’ testate al mondo. Il primo vero banco di prova comunque saranno i cyber attacchi, dopo che Putin ha respinto ogni responsabilita’ e Biden gli ha consegnato una lista di 16 infrastrutture critiche che devono restare off limit da ogni forma di attacco: si misurera’ prima di tutto su questo la volonta’ di Putin di mantenere il dialogo. Sull’Ucraina Putin si e’ limitato a richiamare gli accordi di Minsk ma il patto tacito con Biden sembra congelare l’ingresso di Kiev nella Nato in cambio di un allentamento delle tensioni al confine. Nessun dettaglio invece su dossier regionali come Siria, Libia, Iran, Corea del Nord e Afghanistan. Entrambi i leader comunque hanno dettato pragmaticamente le loro “linee rosse” in un clima di rispetto reciproco ed ora sperano che il dialogo tenga per avere relazioni “stabili e prevedibili”. “Non e’ una questione di fiducia, ma di interesse personale”, ha sintetizzato Biden. “Non c’e’ felicita’ nella vita ma solo un miraggio all’orizzonte, quindi godiamocelo”, gli ha fatto eco Putin citando Tolstoj e sperando che quell’orizzonte non svanisca troppo presto.

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