Collegati con noi

Economia

Prestiti in crescita, ma i mutui tornano a salire: l’Italia tra credito, tassi e incognita Iran

I prestiti a famiglie e imprese crescono del 3% su base annua, il ritmo più alto dal 2022. Ma i tassi sui mutui tornano a salire, mentre le prossime mosse della Bce restano legate all’inflazione e allo scenario geopolitico nel Golfo.

Pubblicato

del

Il credito all’economia italiana tiene, ma il costo del denaro torna a farsi sentire. A maggio i prestiti a famiglie e imprese sono cresciuti del 3% su base annua, segnando l’espansione più forte dal novembre 2022. È un dato che racconta una certa solidità del sistema bancario e una domanda di credito in ripresa, ma non cancella il peso dei tassi, soprattutto per chi deve comprare casa.

Secondo il rapporto mensile dell’Associazione bancaria italiana, i finanziamenti alle famiglie sono aumentati del 2,6%, mentre quelli alle imprese del 3,1%. Numeri positivi, in un quadro però ancora condizionato dall’inflazione, dalle decisioni della Banca centrale europea e dagli effetti geopolitici della guerra all’Iran.

Il credito tiene, ma non è un boom

La crescita dei prestiti conferma il miglioramento iniziato nei mesi precedenti. Il sistema bancario italiano resta complessivamente patrimonializzato e in grado di sostenere l’economia reale. Ma la ripresa del credito non va letta come una corsa generalizzata ai finanziamenti.

Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, aveva già sottolineato che gli impieghi alle imprese sono tornati ad aumentare, ma con una dinamica ancora contenuta. La domanda resta moderata anche perché molte aziende arrivano da una fase di buona redditività, con livelli di leva relativamente bassi e minori fabbisogni finanziari.

Resta inoltre significativo il ruolo delle garanzie pubbliche. I prestiti assistiti da garanzie dello Stato rappresentano ancora oltre un quinto degli impieghi alle imprese, un livello molto superiore a quello registrato negli altri principali Paesi europei.

Mutui più cari per le famiglie

Il segnale più delicato arriva dai mutui. Il tasso medio sui nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni è salito al 3,49%, contro il 3,47% del mese precedente. È un livello che non si vedeva da giugno 2024 e che può pesare sulle famiglie intenzionate a comprare casa.

Il tasso medio sui prestiti in essere resta invece intorno al 4,04%, vicino ai massimi dell’ultimo anno. Per le imprese, il tasso medio sui nuovi prestiti è sceso lievemente al 3,51%, dal 3,56% del mese precedente.

Il quadro è quindi a doppia velocità: i finanziamenti crescono, ma il costo del credito resta elevato e rende più prudente ogni scelta di investimento o indebitamento.

La Bce e il peso dell’inflazione

La decisione della Bce di alzare i tassi a metà giugno ha già iniziato a riflettersi sulle condizioni bancarie. Il tasso sui depositi è salito al 2,25%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è stato portato al 2,40%.

La banca centrale europea si muove in un contesto complicato. Da un lato c’è la necessità di contenere l’inflazione, alimentata anche dalle tensioni sui mercati energetici. Dall’altro c’è il rischio di frenare una crescita già fragile.

Per famiglie e imprese il punto decisivo sarà capire se la stretta monetaria si fermerà o se arriverà un nuovo rialzo nei prossimi mesi. Molto dipenderà dai dati sui prezzi e dalla stabilità del quadro internazionale.

L’incognita del Golfo e dello stretto di Hormuz

Il fragile accordo legato alla crisi con l’Iran ha contribuito ad allentare parte delle tensioni sui mercati, anche attraverso il calo dei tassi Irs a dieci anni sotto il 3%. Le attese di inflazione di medio periodo si sono avvicinate nuovamente al target del 2%, sul presupposto di una graduale normalizzazione dei traffici marittimi e di una Bce ancora orientata al controllo dei prezzi.

Ma l’equilibrio resta esposto a nuove tensioni. La riapertura stabile dello stretto di Hormuz e la tenuta della cosiddetta pax trumpiana saranno determinanti per evitare nuovi scossoni su energia, inflazione e tassi.

Famiglie e imprese aspettano segnali più chiari

Il credito cresce, ma il futuro resta sospeso tra politica monetaria e geopolitica. Per le famiglie il nodo principale è il costo dei mutui. Per le imprese, invece, conta la possibilità di continuare ad accedere ai finanziamenti senza una nuova stretta selettiva.

La fotografia dell’Abi mostra un’Italia che continua a chiedere credito e un sistema bancario ancora in grado di erogarlo. Ma mostra anche un’economia che non può permettersi nuovi shock: né sui prezzi, né sui tassi, né sulle rotte strategiche del commercio mondiale.

Advertisement

Economia

UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo

Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.

Pubblicato

del

Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.

Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.

UniCredit vicina al 50 per cento

Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.

Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.

La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.

Le divergenze sul piano industriale

Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.

Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.

La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.

«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.

La posizione del governo tedesco

Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.

Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.

Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.

Nessuna scossa in Borsa

I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.

Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.

Continua a leggere

Economia

Petrolio, riserva strategica Usa sotto i 300 milioni di barili: minimo dal 1983

La riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti scende a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal gennaio 1983. Pesano i rilasci disposti dopo il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz.

Pubblicato

del

La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili, toccando il livello più basso degli ultimi 43 anni. Il nuovo calo fotografa la crescente pressione esercitata sulle scorte energetiche mondiali dal conflitto con l’Iran e dalla persistente crisi nello Stretto di Hormuz.

Secondo i dati diffusi dal Dipartimento americano dell’Energia, nell’ultima settimana la Strategic Petroleum Reserve, conosciuta con la sigla Spr, si è ridotta di 6,1 milioni di barili, attestandosi a 298,7 milioni.

Il livello più basso dal 1983

Per ritrovare una quantità così ridotta bisogna tornare al gennaio del 1983, quando la riserva statunitense era ancora in fase di costituzione. La Spr fu infatti istituita nel 1975, dopo la crisi petrolifera provocata dall’embargo arabo, con l’obiettivo di proteggere l’economia americana da improvvise interruzioni delle forniture.

Il petrolio viene conservato in grandi cavità saline sotterranee situate in Texas e Louisiana e può essere immesso sul mercato in caso di emergenze energetiche o gravi squilibri dell’offerta.

Il rilascio deciso da Trump

Il presidente Donald Trump aveva autorizzato a marzo il rilascio di 172 milioni di barili, dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz.

L’operazione statunitense rientrava in un intervento coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, finalizzato ad attenuare l’aumento dei prezzi e compensare almeno in parte la riduzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico.

Le consegne programmate stanno però assottigliando rapidamente la riserva americana, già ridimensionata dai precedenti prelievi effettuati negli ultimi anni.

Il nodo dello Stretto di Hormuz

Attraverso Hormuz transita una parte rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo. Il blocco imposto dall’Iran ha costretto produttori e compagnie di navigazione a cercare rotte alternative, aumentando tempi, costi e rischi per il mercato energetico.

Il calo della riserva limita progressivamente il margine di intervento di Washington qualora la crisi dovesse prolungarsi. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati con Teheran e dalla possibilità di ripristinare una circolazione stabile delle petroliere attraverso lo Stretto.

Continua a leggere

Economia

Pil, Napoli cresce dell’1,5%: quarta città d’Italia

Il Pil di Napoli è stimato in crescita dell’1,5% nel 2026, contro una media nazionale dello 0,9%. Preoccupa l’inflazione prevista al 3,5%.

Pubblicato

del

Napoli dovrebbe chiudere il 2026 con una crescita del Prodotto interno lordo dell’1,5%, conquistando il quarto posto tra le città capoluogo italiane. Davanti ci sono soltanto Bolzano, con un incremento stimato dell’1,8%, e Roma e Milano, entrambe all’1,6%.

La previsione emerge dall’analisi realizzata dal Centro Europa Ricerche per Confesercenti, elaborata sulla base delle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il dato napoletano supera nettamente la crescita nazionale prevista allo 0,9% e quella del Mezzogiorno, indicata allo 0,8%.

Napoli traina il Mezzogiorno

La stima rafforza il ruolo economico assunto da Napoli negli ultimi anni. La crescita della città risulta quasi doppia rispetto a quella prevista per la Campania, ferma allo 0,8%, e conferma l’esistenza di velocità differenti anche all’interno della stessa regione.

Nel Mezzogiorno si distingue anche Bari, con un aumento atteso dell’1,3%. All’estremo opposto della classifica si trova Reggio Calabria, per la quale viene prevista una crescita sostanzialmente nulla.

Il quadro nazionale resta comunque molto differenziato. Il Nord-est dovrebbe crescere dell’1,1%, il Centro dell’1%, mentre Nord-ovest, Sud e Isole sono appaiati allo 0,8%. Tra le regioni guida il Trentino-Alto Adige con l’1,5%; la Valle d’Aosta è l’unica per la quale si stima una contrazione, pari allo 0,1%.

Non è soltanto l’effetto del turismo

Il turismo resta uno dei principali motori dell’economia napoletana, ma da solo non basta a spiegare la crescita. Venezia, nonostante la sua fortissima vocazione turistica, dovrebbe fermarsi allo 0,7%, mentre Firenze è stimata all’1,1%.

A Napoli incidono anche l’artigianato, la gastronomia, le produzioni locali, la moda e la sartoria. Secondo le valutazioni di Confesercenti, il comparto turistico e le attività collegate generano tra Napoli e provincia un valore superiore a 5 miliardi di euro all’anno, coinvolgendo oltre 128mila imprese e 750mila occupati.

«Se in passato poteva sembrare una scommessa audace, oggi è una certezza», afferma Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Napoli e Campania e vicepresidente nazionale con delega al Mezzogiorno. «La città ha la struttura e la maturità per gestire e valorizzare contesti di grandissima visibilità».

L’allarme dell’inflazione

Alla crescita del Pil si accompagna però un aumento sostenuto dei prezzi. Per Napoli viene stimata nel 2026 un’inflazione del 3,5%, la seconda più alta tra i capoluoghi italiani dopo Reggio Calabria, indicata al 4,3%. Seguono Bolzano e Roma, entrambe al 3,4%.

Schiavo riconduce la riduzione dello storico divario dei prezzi tra Napoli e il Nord anche al crescente ricorso alle catene internazionali di approvvigionamento. La città e la Campania, sostiene, conservano tuttavia un costo medio inferiore rispetto alle aree settentrionali e un rapporto favorevole tra qualità e prezzo per numerosi prodotti locali.

Cinque città concentrano metà della crescita

Il presidente nazionale di Confesercenti, Nico Gronchi, invita a leggere le previsioni con prudenza, anche per le possibili conseguenze del caldo sui consumi e sulla produttività.

Il dato strutturale è che metà della crescita italiana attesa nel 2026 si concentra in appena cinque città. Le economie urbane stanno quindi diventando un motore autonomo dello sviluppo nazionale, ma la sfida sarà trasformare l’aumento del Pil in occupazione stabile, servizi migliori e benefici diffusi per famiglie e imprese.

Continua a leggere
error: Contenuto Protetto