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Esteri

Powell risponde all’indagine del Dipartimento di Giustizia: “Nessuno è al di sopra della legge, ma è una pressione politica”

Jerome Powell commenta l’apertura di un’indagine del Dipartimento di Giustizia, parlando di pressioni politiche e ribadendo il rispetto dello stato di diritto.

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Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha commentato con una nota l’apertura di un’indagine a suo carico da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. «Nutro profondo rispetto per lo stato di diritto e per il principio di responsabilità nella nostra democrazia. Nessuno, e certamente non il presidente della Federal Reserve, è al di sopra della legge», ha dichiarato Powell.

Il riferimento alle pressioni politiche

Pur riaffermando il rispetto delle regole, Powell ha inquadrato l’iniziativa giudiziaria «nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni» esercitate dall’amministrazione di Donald Trump. Secondo il presidente della Fed, l’indagine rappresenterebbe «un’azione senza precedenti».

“Un pretesto”

Nel passaggio più netto della nota, Powell ha definito l’apertura dell’indagine «una nuova minaccia» e «solo un pretesto», lasciando intendere che l’iniziativa giudiziaria possa avere una valenza politica. La vicenda si inserisce in un clima di forte tensione istituzionale tra la Casa Bianca e la banca centrale statunitense.

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Esteri

La rivoluzione dei droni iraniani: armi da 25 mila euro che stanno cambiando la guerra moderna

Dai primi modelli iraniani fino agli Shahed usati in Ucraina e nel Golfo: la diffusione dei droni a basso costo ha cambiato la strategia militare globale costringendo anche Usa, Russia e Cina ad adattarsi.

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Un’arma dal costo relativamente contenuto, stimato intorno ai 25 mila euro, ha contribuito a modificare in profondità la strategia militare contemporanea. I droni sviluppati dall’Iran, comparsi per la prima volta circa quindici anni fa, sono oggi uno degli strumenti più discussi nei conflitti moderni.

La Repubblica islamica annunciò nel 2010 il primo drone a lungo raggio, il Karrar, progettato per trasportare missili aria-terra. Due anni più tardi fu presentato lo Shahed-129, considerato il predecessore dei più noti droni kamikaze Shahed-136, utilizzati oggi in diversi scenari di guerra, tra cui il conflitto in Ucraina e le operazioni militari nel Golfo Persico.

Le origini della tecnologia dei droni Shahed

Sulle origini tecnologiche dei droni iraniani esistono interpretazioni diverse.

Secondo una versione diffusa, la progettazione sarebbe stata possibile grazie all’analisi di un drone statunitense Lockheed Martin RQ-170 Sentinel catturato dall’Iran nel 2011 nel nord-est del Paese.

Altri analisti ritengono invece che il progetto Shahed – termine che in persiano significa “testimone” – abbia affinità con un drone tedesco degli anni Ottanta, il Die Drohne Antiradar (Dar). In entrambi i casi il principio è simile: realizzare un’arma relativamente economica, destinata a colpire obiettivi strategici senza impiegare mezzi più costosi come aerei o navi militari.

Dall’attacco agli impianti sauditi alla guerra in Ucraina

La diffusione di questa tecnologia ha avuto uno dei primi effetti evidenti nel settembre 2019, quando droni Shahed-131 furono utilizzati negli attacchi contro gli impianti petroliferi della compagnia Aramco ad Abqaiq e Khurais, in Arabia Saudita. Le esplosioni provocarono incendi che richiesero ore per essere domati. L’azione fu rivendicata dai ribelli Houthi, ma venne attribuita da diverse analisi all’Iran.

Lo Shahed-131 ha una gittata stimata tra i 700 e i 900 chilometri. Il modello Shahed-136, più grande, lungo circa tre metri e mezzo e con un’apertura alare di due metri e mezzo, può raggiungere distanze superiori ai 2.000 chilometri.

Questi droni seguono coordinate geografiche programmate prima del lancio e vengono costruiti con una combinazione di componenti commerciali reperibili sul mercato internazionale, caratteristica che rende più complessa la loro intercettazione.

La diffusione globale della tecnologia dei droni a basso costo

Il modello iraniano ha influenzato anche altre potenze militari.

La Russia ha iniziato a produrre versioni proprie dei droni, denominati Geran-1 e Geran-2, impiegati nel conflitto contro l’Ucraina attraverso attacchi coordinati con sciami di velivoli senza pilota.

La Cina sta sviluppando sistemi di nuova generazione che, secondo alcune analisi, potrebbero integrare capacità di intelligenza artificiale. Anche gli Stati Uniti hanno avviato programmi simili, ispirati all’idea di droni d’attacco economici.

Il progetto americano Lucas e la nuova economia della guerra

Negli Stati Uniti è stato presentato nel 2025 il sistema Lucas, acronimo di Low-Cost Uncrewed Combat Attack System. Il nome richiama indirettamente la saga cinematografica di Guerre Stellari, ma indica in realtà una nuova generazione di droni militari a basso costo.

Questi sistemi possono essere lanciati da terra o da piattaforme mobili, sono collegati a reti satellitari come Starlink e hanno un costo stimato intorno ai 35 mila dollari, cifra comparabile a quella dei modelli iraniani.

Il confronto con i droni utilizzati negli anni precedenti evidenzia il cambiamento strategico. I velivoli MQ-9 Reaper, impiegati dagli Stati Uniti in missioni antiterrorismo in Medio Oriente e Asia, sono molto più sofisticati ma hanno un costo che può variare tra i 20 e i 40 milioni di dollari per unità.

In un contesto di guerra sempre più tecnologica e caratterizzata dall’uso massiccio di sistemi autonomi, la diffusione dei droni a basso costo rappresenta uno degli elementi destinati a influenzare profondamente l’evoluzione dei conflitti contemporanei.

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Esteri

Guerra in Iran, la Cina convoca i colossi dello shipping: timori per i costi e le rotte commerciali

La Cina convoca Maersk e MSC dopo l’aumento dei costi di trasporto e la sospensione di alcune rotte verso il Medio Oriente a causa delle tensioni legate alla guerra in Iran.

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La Cina ha convocato i dirigenti delle due principali compagnie di navigazione europee per discutere delle perturbazioni nei trasporti marittimi causate dalla guerra in Iran.

Il ministero dei Trasporti cinese ha infatti chiesto chiarimenti al gruppo danese Maersk e alla compagnia svizzera Mediterranean Shipping Company in merito alle loro operazioni di spedizione internazionale.

L’incontro è stato organizzato dopo che i due colossi dello shipping hanno aumentato i costi di trasporto e sospeso alcune rotte verso il Medio Oriente.

Preoccupazione per la stabilità delle catene di approvvigionamento

Secondo quanto riferito da fonti vicine alle discussioni, i funzionari del ministero cinese dei Trasporti hanno espresso preoccupazione per le conseguenze sulle catene di approvvigionamento globali.

Le interruzioni nei collegamenti marittimi con il Medio Oriente rischiano infatti di incidere sulla stabilità dei flussi commerciali internazionali, in particolare per le merci che transitano tra Asia, Europa e il Golfo.

Il nodo dei costi di trasporto

Uno dei punti centrali del confronto riguarda l’aumento dei costi di spedizione introdotto dalle compagnie di navigazione dopo l’aggravarsi della situazione geopolitica nella regione.

La sospensione di alcune rotte e la necessità di percorsi alternativi stanno infatti generando costi aggiuntivi per il trasporto delle merci.

Il ruolo della Cina nel commercio globale

La questione è particolarmente sensibile per Pechino, uno dei principali attori del commercio mondiale e fortemente dipendente dalla stabilità delle rotte marittime internazionali.

Per questo motivo le autorità cinesi stanno monitorando con attenzione l’evoluzione della crisi e il suo impatto sui traffici commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente.

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Esteri

Bambini ucraini deportati in Russia, rapporto ONU: “Crimini contro l’umanità”

Un’indagine delle Nazioni Unite conclude che la deportazione e il trasferimento forzato di bambini ucraini in Russia durante la guerra costituiscono crimini contro l’umanità. Documentati circa 20mila casi.

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Un’indagine delle Nazioni Unite ha stabilito che la deportazione e il trasferimento forzato di bambini ucraini verso la Russia durante la guerra costituiscono crimini contro l’umanità.

La conclusione emerge dal lavoro della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sull’Ucraina, che ha esaminato centinaia di casi legati al trasferimento di minori dai territori occupati dalle forze russe.

Il rapporto sarà presentato il 12 marzo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Migliaia di minori trasferiti dai territori occupati

Secondo i dati raccolti dal database nazionale ucraino “Figli della guerra”, dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022 sarebbero stati documentati circa 20mila casi di bambini ucraini trasferiti dai territori occupati verso la Russia o verso aree sotto controllo di Mosca.

Il fenomeno riguarderebbe minori provenienti da diverse regioni occupate durante il conflitto.

Un modello definito sistematico

La commissione delle Nazioni Unite ha analizzato 1.205 casi documentati di rapimento di minori e ha condotto oltre 200 interviste nel corso dell’indagine.

Secondo il rapporto, i trasferimenti forzati dei bambini rappresenterebbero “un modello di condotta ben consolidato”, indicativo di una pratica diffusa e sistematica.

Nel documento si sottolinea che i minori rappresentano una delle categorie più vulnerabili tra le vittime della guerra.

Accuse di crimini di guerra e contro l’umanità

La commissione afferma che crimini di guerra e crimini contro l’umanità attribuiti alle autorità russe avrebbero colpito in modo particolare i bambini.

Le conclusioni dell’indagine saranno ora discusse in sede internazionale nell’ambito delle attività del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel quadro più ampio delle verifiche sulle violazioni commesse durante la guerra in Ucraina.

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