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Cronache

Pompei, schede fotografate e sospetti sul voto: in procura una pen drive con accuse tutte da verificare

Dopo le denunce per schede fotografate nei seggi di Pompei, una pen drive consegnata alla Procura di Torre Annunziata apre un nuovo fronte investigativo. Nei file ci sarebbero messaggi su presunti pagamenti e indicazioni di voto, ma il materiale dovrà essere verificato dagli inquirenti.

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Una scheda fotografata in cabina può essere soltanto una violazione della segretezza del voto. Tre schede fotografate, in momenti diversi, nella stessa tornata elettorale, diventano invece un campanello d’allarme. A Pompei, dove il ballottaggio si avvicina in un clima già teso, la Procura di Torre Annunziata dovrà ora capire se dietro quegli scatti ci siano leggerezze individuali o qualcosa di più grave: un possibile meccanismo di controllo del voto.

Il nuovo elemento è una pen drive consegnata nei giorni scorsi agli uffici giudiziari. Contiene messaggi e ricostruzioni che parlano di presunti pagamenti, indicazioni di preferenza, tessere elettorali e nomi di candidati. Materiale delicatissimo, ma ancora tutto da verificare: autenticità, provenienza, contesto e attendibilità dovranno essere accertati dagli investigatori.

La pen drive consegnata in procura

La denuncia arrivata alla Procura di Torre Annunziata è accompagnata da una lettera con un’anomalia evidente. Nel testo chi scrive si definisce “un elettore” di Pompei e si qualifica come “Salvatore Alfano”; in calce, però, la firma riporterebbe un altro nome, “Ciro Amato”.

Un elemento che impone cautela. Al di là dello pseudo anonimato e delle firme discordanti, le tre pagine dattiloscritte sarebbero articolate e conterrebbero nomi, cognomi, riferimenti a candidati e retroscena sul passato di alcuni consiglieri neoeletti.

La pen drive e la lettera saranno ora allegate al fascicolo già aperto dalla procura guidata da Nunzio Fragliasso sulle elezioni amministrative di Pompei. Un fascicolo nel quale risultano già tre fotografie scattate all’interno dei seggi durante il primo turno e due telefoni cellulari sequestrati.

I messaggi sui venti euro

Tra i contenuti indicati nella denuncia ci sarebbe un messaggio vocale nel quale una donna racconta un presunto pagamento di venti euro a un elettore. Nel messaggio si farebbe riferimento a un uomo chiamato “Antonio” e all’indicazione di votare per “De Caro” e per “Lu”, che nella ricostruzione viene associata a Luisa De Angelis, candidata poi eletta consigliera comunale.

La frase riportata è esplicita: “Hai votato? Lui ha risposto di no. E così ha preso venti euro e gliele ha date: tiè, mo’ va’ a votà”. La stessa voce aggiungerebbe di aver ricordato all’elettore quali nomi scrivere sulla scheda.

Sono parole gravi, ma al momento restano parte di un materiale consegnato agli inquirenti e non ancora validato. La procura dovrà stabilire se i messaggi siano autentici, chi li abbia registrati, a quando risalgano e se descrivano fatti realmente avvenuti.

Le schede fotografate nei seggi

Il primo fronte dell’inchiesta riguarda però fatti già emersi durante le operazioni di voto. La polizia ha denunciato tre persone sorprese a fotografare la scheda elettorale all’interno della cabina, condotta vietata dal decreto legge 49 del 2008 proprio per tutelare la libertà e la segretezza del voto.

Nel primo caso, un elettore sarebbe stato fermato all’uscita dalla cabina dopo aver scattato una foto alla scheda compilata. Gli agenti hanno controllato il telefono e documentato l’immagine come prova.

Poche ore dopo sarebbero emersi altri due episodi analoghi. La circostanza che, secondo le ricostruzioni investigative, alcune preferenze fotografate riguardassero gli stessi nominativi ha spinto gli inquirenti ad approfondire. Per due elettori è scattato anche il sequestro dei cellulari, ora all’esame dei periti.

La posizione dei candidati

Uno dei nomi ricorrenti nelle ricostruzioni è quello di Luisa De Angelis, eletta consigliera comunale nella coalizione guidata da Giuseppe Tortora. De Angelis, secondo quanto emerge, non risulta indagata e potrebbe non essere stata a conoscenza di eventuali modalità scorrette utilizzate durante la campagna elettorale a suo favore.

È un passaggio fondamentale. In questa fase non si può attribuire alcuna responsabilità personale a chi non risulta iscritto nel registro degli indagati. Sarà la Procura a verificare se dietro le condotte contestate agli elettori vi sia stata una regia, un’organizzazione, una promessa di denaro o soltanto comportamenti individuali e maldestri.

Il sospetto del “set elettorale”

Gli altri messaggi consegnati in procura parlerebbero anche di tessere elettorali da ritirare al Comune, documenti da consegnare e successive telefonate per concordare il resto. In un vocale una voce maschile direbbe che, se gli vengono forniti i documenti, può occuparsi lui del ritiro delle tessere.

È su questo che gli investigatori dovranno concentrare l’attenzione. Se quei messaggi fossero autentici e riferiti alla campagna elettorale, potrebbero indicare un sistema più strutturato: non solo l’indicazione del voto, ma anche l’assistenza logistica all’elettore, il recupero della tessera, il controllo della preferenza e, secondo una delle ricostruzioni, persino un corrispettivo economico.

Un possibile “set elettorale” completo, ma ancora tutto da dimostrare.

La procura dovrà separare fatti, sospetti e veleni

Il rischio, in una fase così delicata, è che la campagna elettorale e l’inchiesta giudiziaria finiscano nello stesso frullatore. Pompei è al ballottaggio e ogni accusa può diventare arma politica. Proprio per questo il lavoro della procura dovrà separare i fatti dai sospetti, le prove dai veleni, le violazioni accertate dalle ricostruzioni anonime o semi-anonime.

Le schede fotografate sono un fatto già oggetto di denuncia. I cellulari sequestrati sono un elemento investigativo concreto. I presunti tariffari, i messaggi vocali e la pen drive rappresentano invece un nuovo fronte che dovrà essere verificato con rigore.

Il voto libero è il primo bene da proteggere

Al di là degli sviluppi giudiziari, la vicenda tocca un principio essenziale: il voto deve essere libero, segreto e non controllabile. Fotografare la scheda non è un gesto innocuo. Può essere una bravata, certo. Ma può anche diventare lo strumento per dimostrare a qualcuno di aver rispettato un patto, una promessa, un ordine o uno scambio.

È per questo che la legge vieta l’uso del cellulare in cabina. Non per formalismo, ma per impedire che la libertà dell’elettore venga piegata da pressioni esterne.

A Pompei ora la parola passa agli inquirenti. Dovranno capire se si è davanti a episodi isolati o a un meccanismo più ampio. Nel frattempo una cosa è già chiara: quando anche solo il sospetto di compravendita del voto entra in una campagna elettorale, la ferita non riguarda soltanto i candidati. Riguarda la credibilità stessa della democrazia locale.

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Barano d’Ischia, scoperto resort di lusso abusivo nascosto tra gli scogli: devastata un’area protetta R4

I Carabinieri hanno sequestrato a Barano d’Ischia un resort abusivo mimetizzato nella macchia mediterranea a Capo Grosso – Scarrupata. Costruita in zona a elevato rischio idrogeologico (R4), la struttura comprendeva impianti idrici, elettrici e condotte clandestine. Denunciate quattro persone.

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Un’aggressione sistematica al territorio, perpetrata in una delle aree più fragili e suggestive dell’Isola Verde. I Carabinieri della Stazione di Barano d’Ischia hanno scoperto un vero e proprio villaggio-resort abusivo realizzato in località “Capo Grosso – Scarrupata”, un tratto di costa selvaggio raggiungibile quasi esclusivamente dal mare o attraverso impervi sentieri naturali.

Le indagini, scattate nel mese di luglio, hanno svelato un complesso sistema di opere edificate a ridosso di una parete rocciosa per trasformare la zona in una struttura ricettiva di lusso clandestina. I militari del Nucleo Navale sono dovuti giungere sul posto via mare e raggiungere la riva a nuoto, individuando scale in ferro e legno ancorate alla roccia per 16 metri e una rete di tubazioni idriche intubate nel sottosuolo per oltre 120 metri. L’area, livellata con uno sbancamento di terreno per posizionare una struttura di 32 metri quadrati, era dotata di impianti elettrici nascosti in una grotta naturale, adibita a deposito per un gruppo elettrogeno e motori artigianali.

Per eludere i controlli aerei e marittimi, l’intero abuso era stato occultato sotto una rete mimetica vegetata integrata nella macchia mediterranea. Il successivo sorvolo dei droni ha consentito di mappare con precisione l’impatto dei manufatti su un’area classificata dal Piano Paesaggistico Regionale come “Coste Alte”, soggetta a vincolo sismico e ricadente in zona R4 — ossia a rischio frana molto elevato — in prossimità di un impluvio naturale per il deflusso delle acque piovane.

Considerato il concreto pericolo di prosecuzione dei lavori, testimoniato dal rinvenimento di attrezzi e materiali edili pronti all’uso, i Carabinieri e l’Ufficio Tecnico Comunale hanno eseguito due sequestri preventivi d’urgenza. Quattro persone, tra proprietari e comproprietari dei terreni, sono state denunciate alla Procura per reati edilizi, paesaggistici e per danneggiamento di beni ambientali. Le perizie tecniche hanno escluso ogni possibilità di sanatoria per le opere realizzate.

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La difesa di Lavitola: «Ranucci fu avvisato prima dell’attentato»

Valter Lavitola renderà dichiarazioni spontanee al Tribunale del Riesame senza ritrattare la confessione. Secondo la difesa, avrebbe avvertito Sigfrido Ranucci del rischio di attentati oltre un mese prima dell’esplosione a Pomezia.

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Valter Lavitola tornerà a parlare dell’attentato a Sigfrido Ranucci. L’ex giornalista ed editore renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame, la cui udienza dovrebbe essere fissata nella settimana del 24 agosto.

La decisione è arrivata dopo un colloquio di quasi tre ore nel carcere di Rebibbia con l’avvocato Arturo Cola. La difesa intende integrare la confessione resa il 12 agosto, senza ritrattare l’ammissione con la quale Lavitola si è attribuito l’organizzazione dell’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia.

Il presunto avvertimento del 7 settembre

Il punto nuovo riguarda un incontro che sarebbe avvenuto il 7 settembre, oltre un mese prima dell’esplosione. Secondo la ricostruzione della difesa, in quell’occasione Lavitola avrebbe avvertito Ranucci dei rischi di possibili attentati.

«Riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci prima di quanto avvenuto il 16 ottobre», ha dichiarato Cola. Questa circostanza, al momento, rappresenta la versione del difensore e dovrà trovare conferme nelle dichiarazioni dei diretti interessati e negli altri elementi dell’indagine.

La difesa sostiene che Ranucci avrebbe giudicato poco attendibile o non particolarmente rilevante l’allarme ricevuto. Questo spiegherebbe, secondo Cola, perché il giornalista non ne avrebbe parlato agli investigatori. Anche questa interpretazione non risulta ancora confermata da Ranucci.

Lavitola ha comunque escluso che tra lui e il conduttore di Report esistesse un accordo preventivo sull’attentato.

«Non vuole ritrattare»

Le dichiarazioni al Riesame dovrebbero servire a chiarire il movente e le modalità esecutive dell’azione. Il gip, nel confermare la custodia in carcere, aveva giudicato alcuni passaggi della confessione generici e privi di indicazioni concrete verificabili.

«Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse», ha spiegato Cola, ma di precisare quanto già riferito e offrirne, secondo la strategia difensiva, una corretta interpretazione.

Lavitola ha sostenuto di aver voluto organizzare un’azione dimostrativa per ottenere un aumento della protezione assegnata a Ranucci. La bomba, tuttavia, distrusse l’automobile del giornalista e danneggiò quella della figlia.

Il pentimento riferito dal legale

Al termine del colloquio, Cola ha descritto Lavitola come psicologicamente provato e pentito per aver coinvolto Gomes Clesio Tavares, considerato dall’ex editore come un figlio, e per aver messo nei guai Ranucci, definito un fratello.

Si tratta del racconto fornito dal difensore sulle condizioni e sulle parole del proprio assistito. La confessione, ha aggiunto Cola, avrebbe offerto un contributo decisivo alle indagini, che prima delle ammissioni poggiavano prevalentemente su elementi indiziari.

Il Tribunale del Riesame dovrà valutare la misura cautelare, non la responsabilità definitiva di Lavitola. Il gip aveva mantenuto la detenzione ritenendo ancora esistenti il pericolo di inquinamento probatorio e il rischio di fuga. La difesa ha chiesto che l’indagato possa partecipare personalmente all’udienza anziché collegarsi in videoconferenza.

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Lavitola parlerà al Riesame: nuove dichiarazioni sull’attentato a Ranucci

Valter Lavitola tornerà a parlare davanti al Tribunale del Riesame. La difesa vuole chiarire movente e modalità dell’attentato a Sigfrido Ranucci e chiederà una modifica della misura cautelare.

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Valter Lavitola renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci.

La decisione è stata presa dopo il colloquio nel carcere romano di Rebibbia con l’avvocato Arturo Cola, uno dei difensori dell’ex giornalista ed editore. L’udienza dovrebbe essere fissata nella settimana del 24 agosto, dopo il ricorso presentato dalla difesa il 15 agosto.

«La confessione ha aiutato le indagini»

«Siamo dell’idea che la sua confessione abbia dato un contributo enorme alle indagini», ha dichiarato Cola lasciando il carcere.

Secondo il legale, senza le ammissioni di Lavitola l’inchiesta sarebbe rimasta fondata su elementi indiziari. Si tratta, tuttavia, della valutazione della difesa, che punta a ottenere dal Riesame una modifica della misura cautelare.

Lavitola ha ammesso davanti al giudice di essere stato il mandante dell’attentato, sostenendo di averlo organizzato per favorire un rafforzamento della protezione assegnata al conduttore di Report. Ha inoltre negato l’esistenza di un accordo preventivo con Ranucci.

I punti ancora da chiarire

Le nuove dichiarazioni dovrebbero riguardare soprattutto il movente e le modalità esecutive dell’attentato. La difesa precisa che Lavitola non intende ritrattare, ma puntualizzare alcuni passaggi della confessione giudicati dal gip generici e privi di indicazioni concrete verificabili.

Il giudice ha mantenuto la custodia in carcere ritenendo ancora esistenti il pericolo di inquinamento delle prove e il rischio di fuga. Sarà ora il Tribunale del Riesame a valutare la legittimità e la necessità della misura cautelare, senza pronunciarsi sulla responsabilità definitiva dell’indagato.

L’avvocato Cola ha chiesto che Lavitola possa partecipare personalmente all’udienza e non in videoconferenza. In quella sede l’ex editore potrà depositare anche una memoria per integrare quanto già riferito durante l’interrogatorio di garanzia.

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