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Pompei, la lettera di scuse di un sindaco perbene tradito e dimissionato dai suoi consiglieri

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Pietro Amitrano era stato eletto sindaco di Pompei più di due anni fa col 60 per cento delle preferenze. È una persona perbene. Molto benvoluto in città. Aveva portato una ventata di normalità, moralità, sobrietà e onestà nell’amministrazione della cosa pubblica nella città degli Scavi e del Santuario Mariano della Beata Vergine del Rosario tanto caro a tutta la cristianità.  Pietro Amitrano è stato sfiduciato. Undici consiglieri comunali, tra cui otto di maggioranza, la maggioranza di consiglieri comunali che Amitrano ha contribuito a far eleggere, si sono dimessi qualche giorno fa determinando così lo scioglimento del consiglio comunale. A tradire il sindaco Amitrano eletto dai cittadini di Pompei e mandato a casa da una congiura di palazzo sono stati alcuni consiglieri comunali del Pd. Il prefetto di Napoli Marco Valentini ha intanto avviato la procedura di scioglimento, “ha sospeso il consiglio comunale e nominato commissario prefettizio il prefetto in quiescenza Santi Giuffré incaricandolo della provvisoria amministrazione dell’Ente”.

I firmatari della sfiducia sono stati Luigi Lo Sapio, figlio del segretario cittadino del Pd Carmine, i consiglieri di maggioranza Giuseppe La Marca, Stefano De Martino, Vincenzo Vitiello, Raffaele Mazzetti, Bartolo Martire, Franco Gallo e Pasquale Caravetta e tre consiglieri comunali  d’opposizione, Andreina Esposito, Alberto Robetti e Alfonso Conforti. Non hanno firmato invece, Amato La Mura, Raffaele De Gennaro, Mario Estatico, Raffaele Serrapica e Gaetana Di Donna. 

Qualche giorno dopo la violenta defenestrazione eseguita con discutibili metodi istituzionali, il sindaco Pietro Amitrano ha scritto una lettera per spiegare alla città quello che è accaduto e perchè un primo cittadino eletto dai cittadini è stato impallinato da chi avrebbe dovuto sostenerlo per amministrare al meglio una città bella, ricca di umanità e altrettanto complessa. Abbiamo scelto di pubblicare questa lettera perchè non è la solita intemerata contro quei consiglieri comunali che l’hanno “dimissionato” o “tradito” e nemmeno è la spiegazione che tutto quello che accade è colpa degli altri. No, è un bella orazione civile. Una lettera in cui questo sindaco tradito chiede scusa a tutti. Anche a chi l’ha pugnalato. Chiede scusa sopratutto ai cittadini di Pompei che hanno creduto in lui, creduto nella politica e in chi si candida a fare politica per mettersi al servizio della collettività.      

LA LETTERA DEL SINDACO DI POMPEI PIETRO AMITRANO
Qualcuno me l’aveva chiesta. Qualcun’altro se l’aspettava qualche giorno prima. La realtà è che io non so nemmeno a chi indirizzarla, una lettera così. Figurarsi scriverla in tempi brevi, magari nell’ansia di rispondere chissà a cosa, chissà a chi.
La verità è che quando si perde le risposte sono inutili, i tentavi di difendere le proprie ragioni rischiano solo di diventare patetici.
Una settima fa otto consiglieri della ‘mia’ maggioranza, e tre consiglieri del gruppo di opposizione, hanno ritenuto che io non fossi più in grado di guidare questa amministrazione e io, sul serio, non vedo in che maniera dovrei e potrei difendermi dalla loro scelta. A sfiduciarmi sono i rappresentanti dell’elettorato cittadino, le persone cui Pompei aveva, con un voto democratico, assegnato il compito di guidare questa città. La loro scelta, il loro disagio, è evidentemente la scelta e il disagio di una città intera. E se uno non è stupido, questa cosa qui non può che accettarla.
Avrei, quindi, preferito starmene zitto. A leccarmi le ferite, forse. O a riflettere su errori di cui, probabilmente, sono l’unico responsabile.
Il problema è che, però, alcune volte, il silenzio rischia di trasformarsi in una mancanza di rispetto, per chi aveva creduto in me, per chi aveva scelto me per rilanciare Pompei, e ho preferito affidare a questa mia l’unica cosa che sento di dover dire con onestà e umiltà. Vi chiedo scusa. Chiedo scusa a chi mi ha votato, a chi mi ha sostenuto, a questa città, ai suoi giovani, e anche a quella squadra di ‘governo’, consiglieri, assessori, dirigenti, lavoratori, che non hanno trovato in me quella guida, quella leadership, che si aspettavano.
La realtà è che guidare un paese, è tutt’altro che facile. Guidare Pompei, lo è mille volte di più. Bisognerebbe studiare per anni, prepararsi per una vita intera, ad avere un onere ed un onore così alto, importante, impegnativo.
E forse quanto è capitato a me dovrà diventare lezione per molti. Politici improvvisati, amministratori forti solo della capacità di intercettare consensi, o di mettere insieme alleanze e coalizioni impossibili, rappresentanti di una volontà popolare che implode nel delirio di onnipotenza, nella vertigine del potere.
Già. Perché, per quanto possa sembrare eccessivo, la verità è che ritrovarsi da un giorno ad un altro ad essere ‘primo cittadino’ della città che ti ha visto crescere, in molti casi ‘signor nessuno’, è una roba che fa girare la testa, che fa perdere lucidità, che, paradossalmente, ti allontana da tutto e da tutti. Quasi come se ci si ritrovasse detentori di una verità assoluta, di un mandato divino.
Io so, io posso. Dimenticando che poi, proprio il ruolo di un sindaco, è un complicatissimo reticolo di posizioni, vedute, istanze, esigenze, così diverse, da rendere quasi impossibile l’obiettivo prefissato.
Il mio obiettivo, di partenza, era quello di imparare. L’ho detto e l’ho scritto, in tempi non sospetti. Avevo chiesto un anno per rimettere insieme i tasselli di quanto era stato fatto, e ‘non’ fatto, prima di me, di noi. Oltre quell’anno, avremmo dovuto cominciare a lavorare, a disegnare la Pompei che desideravamo. Il Palazzetto dello Sport, le strade, il rilancio della Fonte e la realizzazione definitiva di piazza Schettini, la Biblioteca, il Cinema, il ritorno dei vecchietti nella ristrutturata Casa Borrelli, erano obiettivi reali, possibili, in molti casi addirittura già raggiunti, eppure qualcosa non è andata per il verso giusto. Nelle more di questo lavoro, di questo inizio, di questi primi risultati, invece di insistere sui contenuti, sui progetti, sul rispetto dei programmi, ci siamo (mi sono) perso nel complicatissimo gioco degli equilibri di potere. Come se tenere insieme le componenti di un veicolo fosse più importante che conoscere la direzione, il percorso da intraprendere e da seguire.
Questa è la mia colpa.
Quando avrei dovuto solo accelerare, raccogliere i primi risultati, concretizzare gli impegni presi per il futuro di questa città, i bisogni dei suoi abitanti, le speranze dei giovani, delle nuove generazioni, ho sbattuto la faccia sulla complessa realtà delle amministrazioni pubbliche. Calate, molte volte, più nell’ansia di comprendere il potere, di servirlo, come di combatterlo.
E in queste complessità ci si perde. Questa è la verità. E alla fine l’unica onestà che rimane è proprio chiedere scusa.
Non tanto per non essere riuscito, in soli due anni e mezzo, a cambiare il volto della città, ma per aver creduto di poterlo fare.
Solo, ‘straniero’ (Salerno, la ‘colpa’ di avere una moglie di Salerno), estraneo alla politica e alle sue complesse e, a volte, inaccettabili dinamiche.
Ma le lezioni sono sempre tardive. E oggi, almeno per me, le parole del consigliere regionale Antonio Marciano suonano come un doloroso bilancio che non è nemmeno una scusante, ma è solo un’amara consapevolezza: “(…) puoi vincere le elezioni, ma se sommi esperienze che non condividono lo stesso perimetro di valori, di politica come servizio, di dimensione etica nella gestione della cosa pubblica, di capacità di offrire alle proprie comunità una visione ed un futuro, quelle esperienze crollano sotto la spinta di interessi personali ed opachi”.
Io ho creduto di poter tenere insieme tutto questo. Sono stato un presuntuoso.
Chiedo scusa a tutta la città.
Troppo facile? No, credetemi, no. Perché oltre al senso di sconfitta, si fa spazio, in me, anche una pericolosa disillusione. E nella vita si può perdere, ma non bisogna mai ingenerare il dubbio che sia diventato troppo difficile vincere. Che la politica sia il male, e i sogni diventino, d’un tratto, un giochino per inguaribili romantici.
E allora mi piacerebbe pensare che questa lettera, non rappresenti solo un presa d’atto, una banale resa, ma possa trasformassi, per chi vorrà, in una ragione per crederci ancora, partendo proprio dagli errori fatti. I miei. Quelli di un uomo che avrebbe solo voluto il tempo di mantenere le promesse. E che, forse, ci stava anche riuscendo. Ma tant’è.
“La verità rende liberi”. È un brano del Vangelo di domenica scorsa.
Io ho bisogno di questa libertà, per ricominciare.
Pietro Amitrano

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Bikeshedding, il profilo politico della destra italiana di fronte alla crisi del coronavirus

Angelo Turco

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Supponiamo che si stia discutendo, in un’importante riunione di esperti e politici, della costruzione di una centrale nucleare di nuova generazione che comporterebbe un investimento di 1 milardo di euro. Ciascuno porta il suo contributo sugli aspetti nucleari, ingegneristici, securitari, ambientali, economico-finanziari finché qualcuno solleva il problema della tettoia sotto la quale il personale dovrebbe ricoverare le proprie biciclette: il colore, per esempio, oppure la dimensione, oppure la posizione rispetto all’ingresso del perimetro della centrale. Che succede? Continuate voi, con l’avvertenza che questa storiella riassume la “legge di Parkinson sulla futilità” dal nome di colui che la formulò nel 1957.

Centrodestra. Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini

Ecco, il bikeshedding rappresenta esattamente il profilo politico che sta assumendo la destra di fronte alla crisi del coronavirus. Rivela la sua incapacità di contribuire, come opposizione, alla soluzione dei problemi centrali, di natura sociale e di sanità pubblica, generati dalla pandemia. Soffermandosi invece sulla “tettoia per le biciclette”: il governo ha cominciato in ritardo, le mascherine non sono a norma, i comunicati vengono fatti la sera tardi, il Parlamento non si riunisce per discutere le misure del Governo, il Presidente del Consiglio non può affidare le sue dichiarazioni a una diretta Facebook, quando riaprono le scuole, troppo presto, troppo tardi! E tentando di far apparire questo come “il problema” per il quale il Governo dimostrerebbe la sua sostanziale e gravissima incompetenza tecnico-sanitaria, la sua inefficacia economica e persino la sua pericolosità per le istituzioni democratiche. Francamente, la casalinga di Voghera, per ricordare Alberto Arbasino che ci ha appena lasciati, avrebbe saputo fare meglio. Di fatto, il bikeshedding rappresenta il clamoroso fallimento culturale della destra italiana confrontata a un problema gravissimo che avrebbe richiesto un contributo tanto utile quanto intelligente da parte di tutti, nell’intento di creare un clima di union sacrée per la salvezza della casa comune. Chiedendo non già di partecipare al tavolo in cui si prendono le decisioni (quali, tra le molte che il Governo prende quotidianamente?). Non già, quindi, di entrare in pratica nella maggioranza, ma sviluppando sostanzialmente tre prospettive su cui ci aspetteremmo “idee” da un’opposizione responsabile e dotata di senso della politica. La prima ha a che fare con la difesa della democrazia: vigilare, senza strepiti, per fare in modo che la “strategia brancolante”, necessaria per la comprensione e la gestione della crisi, non trasformi la decretazione d’urgenza -di cui ha bisogno per funzionare- in un temibile “Stato d’eccezione”. Rendersi conto, inoltre, che la crisi è un “ambiente di apprendimento” e che, pertanto, ci sono dei punti di rottura, delle biforcazioni determinate dall’accatastamento delle informazioni le quali hanno, accanto a risvolti tecnici (che bisogna lasciare ai tecnici), delle ricadute politiche importanti: per esempio sul tavolo europeo. Infine, e per chiudere qui, vegliare sul rispetto di un principio di equità sociale affinché la fattura di questa crisi, attualmente in carico ad anziani, malati, personale sanitario, e che sarà pesantissima sul piano economico, sociale e territoriale, non sia buttata sulle spalle dei soliti noti, delle fasce più deboli della popolazione, del tessuto produttivo di base che rimane nel pantano mentre la finanza fa quello che ha sempre fatto e che del resto sa fare con la sua cieca pulsione speculativa. Quale che sia il modello di società verso cui andiamo, o speriamo di andare, nessuna visione può fiorire, nessun progetto si può edificare in un mondo di disoccupati, di piccole e medie imprese in ginocchio, di partite Iva allo sbando, di territori drammaticamente indietro rispetto al resto del Paese. La giustizia sociale non può continuare ad essere “solo” una preoccupazione della sinistra: diventando un autentico valore nazionale, può e deve trasformarsi in un driver inderogabile nell’agenda di tutte le forze politiche. Insomma, avendo le capacità, ci si può occupare d’altro rispetto alla pur interessante questione delle tettoie per le biciclette. 

La foto di copertina è tratta dal profilo Twitter del leader della Lega Matteo Salvini. È un selfie scattato da Salvini assieme a Giorgia Meloni prima dell’inizio del primo incontro col premier per cercare di trovare una strada comune di lotta al coronavirus. Erano le fasi iniziali di una crisi che è poi diventata drammatica.  

*Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM

 

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Autista del 118 muore a Pozzuoli: 6 giorni per avere il risultato del tampone

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Quando è arrivato in ospedale, a Pozzuoli, al Santa Maria delle Grazie,  aveva problemi respiratori. In meno di 24 ore Enzo Lucarelli, 46 anni,  volontario della Croce Italia, è morto. Il suo ricordo sulla pagina Facebook ‘Nessuno tocchi Ippocrate’: “Oggi salutiamo per sempre e rendiamo omaggio ad uno dei valorosi guerrieri che stanno affrontando questa emergenza in prima linea senza le armi adeguate: Enzo Lucarelli. Autista 118 di Pozzuoli, strappato via dal coronavirus. A quanto riferiscono i conoscenti era da 6 giorni in attesa del tampone che alla fine e’ risultato positivo, ieri sarebbe andato in ospedale per difficoltà respiratoria e dopo poche ore è deceduto! Lascia una moglie ed un figlio piccolo. Onore a te!”.

Lucarelli aveva comunicato alla Croce Italia presso la quale prestava servizio agli inizi della passata settimana di essere positivo al virus e per questo motivo è stato fatto il tampone ad una ventina di persone con le quali era entrato in contatto l’autista. Per loro si è ancorai attesa dei risultati. Enzo Lucarelli quando  è arrivato al Santa Maria delle Grazie era in una situazione già compromessa a causa di alcune patologie pregresse. L’Asl Napoli 2 Nord in una nota ha espresso il proprio cordoglio alla famiglia dell’operatore deceduto.

 

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Le maschere snorkeling anti-covid sbarcano anche all’estero

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La maschera da snorkeling per bambini di Decathlon, modificata con una valvola per essere utilizzata come respiratore per i malati di coronavirus, dopo Brescia, dove e’ nata, si sposta in altri ospedali in Italia e all’estero. L’idea, concepita da un ex primario a Gardone Valtrombia con Isinnova, start up innovativa a tutto campo, ha gia’ centrato l’obiettivo delle 500 maschere d’emergenza chiesti dalla citta’ della Leonessa grazie all’aiuto arrivato da una ventina di aziende grandi e piccole. Dall’industria di armi Beretta al gruppo Leonardo per arrivare alla multiutility A2a, hanno tutte usato le stampanti 3D che avevano in uffici e impianti per produrre la valvola di raccordo, battezzata Charlotte, necessaria per collegare al respiratore nei reparti di terapia sub-intensiva la semplice maschera da snorkeling. Si tratta di una soluzione salvavita quando manca, come avvenuto all’ospedale di Chiari, dove e’ stata testata e usata per la prima volta su un paziente, la fornitura sanitaria ufficiale. L’idea semplice, veloce ed economica, si e’ diffusa e Isinnova e’ ora in contatto con nuove aziende di maschere subacquee, come Ocean Reef, per adattare prodotti simili a quello di Decathlon. Dopo le province di Brescia e Bergamo, le piu’ colpite dal coronavirus, “in altre zone d’Italia gli ospedali si sono mossi con imprese locali che hanno messo a disposizione le stampanti in 3D: e’ gia’ successo a Messina, Sassuolo e nel comasco” spiega Marco Ruocco, ingegnere di Isinnova che ha seguito l’operazione insieme alla Protezione Civile di Brescia. E lo strumento di chi ha fatto necessita’ virtu’ ha varcano i confini nazionali. “In Brasile e Tunisia gia’ fanno maschere modificate come la nostra e siamo stati contattati, soprattutto per informazioni sul file per la stampa in 3D, anche da Malesia, Francia e Spagna”, aggiunge Ruocco.

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