Cronache
Pollena Trocchia, sgombero paradossale: rischiano la strada i cittadini onesti che abitano in case confiscate alla camorra
A Pollena Trocchia, in provincia di Napoli, un paradosso giudiziario rischia di trasformarsi in tragedia sociale. Nove nuclei familiari – tra cui anziani, minori, disabili e anche una palestra – vivono da anni in un complesso residenziale confiscato negli anni ’90 alla camorra. Oggi, quelle stesse famiglie sono sul punto di essere sfrattate, senza che vi sia stata alcuna decisione notificata formalmente e senza che l’Amministrazione comunale abbia dato seguito a richieste di tutela del diritto all’abitare.
A lanciare l’allarme è l’avvocato Cristina Piccolo, difensore di sette dei nove nuclei coinvolti: «È una vicenda molto complicata e grave. Aspettiamo la sentenza del TAR, al quale ci siamo rivolti dopo il silenzio del Comune. I miei assistiti sono cittadini onesti: pensionati, bambini, studenti. Ora rischiano di finire in mezzo a una strada. È diventata una questione di giustizia sociale».
La lunga storia del condominio Terracciano
La vicenda affonda le radici tra il 1989 e il 1990, quando il condominio Terracciano (tra via Enrico Caruso e via Apicella) fu confiscato a due fratelli, noti esponenti della criminalità organizzata. Solo uno dei due fu ritenuto colpevole. Negli anni successivi gli appartamenti vennero affittati legalmente: tra il 2008 e il 2012 furono registrati i contratti delle attuali famiglie residenti.
Nel 2015, l’Agenzia nazionale dei beni confiscati comunicò ufficialmente agli inquilini – ignari della confisca fino a quel momento – che erano diventati custodi a titolo gratuito, con divieto di versare canoni ai vecchi proprietari: «Altrimenti sarebbero risultati conniventi», spiega la legale.
La situazione si è ulteriormente complicata quando, nel 2022, il Comune di Pollena Trocchia ha acquisito gli immobili, ma senza avviare alcuna procedura chiara di regolarizzazione o tutela degli attuali occupanti. L’unica risposta è stata l’avvio della procedura di sgombero, senza però che sia mai stata notificata l’ordinanza formale.
Ricorso al TAR e silenzi istituzionali
L’avvocato Piccolo ha promosso un ricorso al TAR (nella foto in evidenza) contro l’inerzia dell’Amministrazione, accusata di non aver mai costituito un dialogo reale con le famiglie e di aver agito solo dopo la notifica del ricorso. Solo allora, il Comune ha presentato due istanze di modifica della destinazione d’uso degli immobili – da sociale a commerciale – motivando la necessità con la tutela dei diritti costituzionali. Quegli stessi diritti che, fino ad allora, erano stati ignorati.
Ma la questione più delicata riguarda le notifiche di sgombero, irregolari e incomplete. La prima, nel novembre 2022, riportava una relata dei Carabinieri con numero e data di ordinanza inesistenti. La seconda, nel 2023, non è mai stata notificata.
«Vittime della mafia, ma trattati come abusivi»
«Questa storia dimostra come anche una legge nobile come il Codice antimafia possa produrre effetti paradossali, dove gli inquilini onesti rischiano di essere schiacciati da automatismi e vuoti normativi. Le famiglie del condominio Terracciano sono vittime della mafia, non complici», denuncia l’avvocato Piccolo. «E oggi rischiano di pagare il prezzo più alto. Non c’è un solo atto valido che legittimi lo sgombero da parte del commissariato incaricato».
Mentre il TAR è chiamato a pronunciarsi, il destino di intere famiglie resta appeso a un filo. E la richiesta è semplice: tutela del diritto alla casa, alla dignità e al futuro.
Cronache
Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»
La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.
«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.
Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.
«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».
Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.
«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»
Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.
L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.
All’inizio quasi come una ricompensa.
«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».
Gin e vodka.
Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.
Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.
Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.
«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».
«È il tuo party privato»
È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.
La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.
«È il tuo party privato», racconta Amenta.
Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.
«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».
Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.
Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale
Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.
La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.
Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.
«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».
È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.
Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.
«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»
Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.
«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».
Il percorso, però, è stato difficile.
Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.
Per adesso non è successo.
«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».
Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada
Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.
Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.
Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.
Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.
Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.
Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.
Persino senza aceto nell’insalata.
Non perché la battaglia sia terminata.
Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.
Cronache
Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia
Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.
Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.
Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.
Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.
Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni
La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.
Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.
La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.
Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.
È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.
Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.
Val d’Aveto, muore il copilota
Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.
Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.
La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.
Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.
Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.
Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore
Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.
Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.
Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.
L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.
Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.
Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza
Erice, Val d’Aveto, Brescia.
Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.
Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.
La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.
Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.
Una strada non sarà mai un autodromo
Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.
Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.
Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.
Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.
Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.
Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.
Non per mettere sotto accusa uno sport.
Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.
Non può diventare una roulette.
Cronache
Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela
Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.
Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.
L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.
Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.
Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.
«Un passo alla volta»
È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.
Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.
«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.
La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.
Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.
Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento
Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.
Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.
Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.
Il rientro in Italia può attendere
Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.
Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.
Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.
La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».
È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.
Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.
Per adesso, dunque, un passo alla volta.


