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Pink Floyd, “Wish You Were Here” compie 50 anni: il capolavoro nato tra malinconia, genio e destino

Mezzo secolo fa usciva “Wish You Were Here”, l’album dei Pink Floyd dedicato a Syd Barrett. Da “Shine On You Crazy Diamond” alla celebre copertina, il disco è oggi riconosciuto come un pilastro della storia del rock.

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“Wish You Were Here” compie 50 anni e conferma quanto i Pink Floyd restino un mito senza tempo. Nonostante lo scioglimento della band risalga al 1994 e l’ultimo disco, “Endless River”, sia uscito dieci anni fa, ogni anniversario, ristampa o riedizione continua ad accendere l’entusiasmo dei fan.

L’album seguì il trionfo planetario di “The Dark Side of the Moon”, portando i Floyd in una dimensione ancora più alta, tra intuizioni artistiche, innovazioni tecnologiche e tensioni creative.

L’omaggio a Syd Barrett

Il disco è un atto d’amore verso Syd Barrett, fondatore e genio fragile della band, travolto dai disturbi mentali. “Shine On You Crazy Diamond” resta uno dei più grandi tributi mai scritti alla follia.

Indimenticabile l’episodio accaduto durante le registrazioni: il 5 giugno 1975 Barrett comparve negli Abbey Road Studios, con lo sguardo assente e i capelli rasati, proprio mentre il gruppo stava incidendo il brano a lui dedicato. Fu l’ultima volta che i compagni lo videro realmente: un’apparizione tanto struggente quanto simbolica.

La critica, il mercato e la copertina iconica

Oltre al rimpianto per l’amico perduto, l’altro grande tema dell’album è il difficile rapporto tra arte e industria discografica. A rappresentarlo, la leggendaria copertina firmata da Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell di Hipgnosis: due uomini che si stringono la mano, mentre uno dei due prende fuoco. L’immagine, scattata con stuntmen e fiamme reali, simboleggia l’artista “bruciato” dall’abbraccio dell’uomo d’affari.

Dal tiepido esordio al mito eterno

Alla sua uscita nel 1975, “Wish You Were Here” fu accolto con freddezza da parte della critica, mentre il pubblico decretò subito il successo. Col passare degli anni, le sue tracce sono diventate tra le più riconoscibili della storia del rock, consacrando il disco come uno dei capisaldi assoluti della musica del Novecento.

Cinquant’anni dopo, il suo messaggio resta intatto: malinconico, visionario e incredibilmente attuale. Un album che ha saputo trasformare dolore e disillusione in arte immortale.

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Cronache

Trapianto fallito al Monaldi, i periti: «Domenico poteva essere salvato»

La superperizia sul trapianto fallito al Monaldi sostiene che Domenico Caliendo avrebbe potuto essere salvato. Il cuore del donatore sarebbe stato danneggiato durante il trasporto, mentre il successivo collegamento al Berlin Heart avrebbe consentito di attendere un nuovo trapianto. Ritenuta invece conforme alle regole mediche la decisione di procedere con la cardiectomia.

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Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto il 21 febbraio dopo il fallimento di un trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli, avrebbe potuto essere salvato. È la conclusione contenuta nella perizia di 553 pagine depositata dai tre esperti nominati dal gip Mariano Sorrentino.

Secondo i professori Biagio Solarino, Ugolino Livi e Ferdinando Luca Lorini, le possibilità di sopravvivenza sarebbero state concrete se fossero state rispettate le procedure di trasporto dell’organo e se il bambino, una volta accertato il danneggiamento del cuore, fosse stato collegato entro 72 ore al Berlin Heart.

Il cuore danneggiato durante il trasporto

L’organo era stato prelevato a Bolzano e trasportato a Napoli per il trapianto del 23 dicembre 2025. Secondo i periti, il cuore sarebbe stato irrimediabilmente danneggiato dal contatto con il ghiaccio secco.

La relazione definisce «non congrua» la condotta della dottoressa Gabriella Farina, incaricata di recarsi a Bolzano per l’espianto. La professionista, secondo gli esperti, non avrebbe portato una quantità sufficiente di ghiaccio idoneo e non avrebbe controllato il materiale ricevuto per la conservazione dell’organo.

La cardiectomia ritenuta corretta

I periti escludono invece profili di censura nella decisione dei cardiochirurghi Guido Oppido, Emma Bergonzoni e della collaboratrice Addonizio di procedere con la cardiectomia, ossia la rimozione del cuore malato prima dell’impianto dell’organo donato.

Quella scelta viene considerata sostanzialmente conforme alle regole mediche applicabili in una situazione di emergenza. Le contestazioni più rilevanti riguardano quanto accaduto successivamente, quando si scoprì che il cuore destinato al trapianto non poteva essere utilizzato.

«Con il Berlin Heart poteva essere ritrapiantato»

Domenico venne sottoposto all’Ecmo, il sistema di ossigenazione extracorporea a membrana. Secondo gli esperti, il ricorso entro 72 ore al Berlin Heart, un dispositivo di assistenza ventricolare extracorporeo, avrebbe potuto preservare più a lungo la funzionalità degli organi e renderlo candidabile a un nuovo trapianto.

«Con il ritrapianto, la probabilità di sopravvivenza di Domenico a medio e lungo termine sarebbe stata significativa», scrivono i periti.

Francesco Petruzzi, legale della famiglia, sostiene che le possibilità di riuscita avrebbero superato il 70% e ha chiesto alla Procura di valutare la contestazione dell’omicidio volontario al posto di quello colposo. Saranno i magistrati a stabilire se esistano i presupposti giuridici per modificare l’ipotesi di reato.

Il confronto davanti al gip

Le conclusioni della perizia saranno discusse in contraddittorio con la Procura di Napoli e le difese dei sette medici indagati durante le udienze dell’incidente probatorio, fissate per il 12 e 13 novembre.

Intanto il Tribunale del Riesame deve pronunciarsi sulle interdizioni professionali disposte nei confronti di Oppido e Bergonzoni, indagati anche per le ipotesi di falso materiale e ideologico relative al referto operatorio. Per Oppido l’udienza è stata rinviata al 21 settembre, mentre sulla posizione di Bergonzoni i giudici si sono riservati.

Le responsabilità individuali dovranno essere accertate nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

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Di Battista lascia Cuba in aeroambulanza: domani il rientro a Roma

Alessandro Di Battista è partito da Cuba a bordo di un’aeroambulanza dopo l’intervento chirurgico d’urgenza subito all’Avana. L’ex parlamentare, colpito da un malore mentre realizzava un reportage, dovrebbe arrivare domani a Roma ed essere trasferito al Policlinico Gemelli per proseguire cure e riabilitazione.

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Alessandro Di Battista ha lasciato Cuba a bordo di un’aeroambulanza diretta in Italia. Dopo il tentativo di trasferimento non riuscito il 4 settembre, l’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è riuscito a partire dall’Avana e dovrebbe arrivare domani a Roma.

Il viaggio viene effettuato seguendo un protocollo sanitario adeguato alle sue condizioni. Secondo quanto riferito, il volo dovrebbe mantenere una quota più bassa del normale e prevedere uno o più scali.

Il malore durante il reportage

Di Battista si trovava a Cuba per realizzare un reportage quando, il 28 agosto, ha accusato forti dolori alla testa. Inizialmente è stato visitato nell’ospedale di Santa Clara, la struttura più vicina al luogo nel quale si trovava.

La serietà del quadro clinico ha successivamente reso necessario il trasferimento all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana, dove la scorsa settimana è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza.

L’équipe del Gemelli arrivata a Cuba

Un neurochirurgo e un rianimatore del Policlinico Agostino Gemelli avevano raggiunto Cuba per assistere Di Battista e valutarne il trasferimento. Dopo l’arrivo nella Capitale, l’ex deputato potrebbe essere accompagnato direttamente nell’ospedale romano.

Comincerà così una nuova fase del percorso sanitario, dedicata alle cure, alla riabilitazione e alla convalescenza.

I ringraziamenti ai medici cubani

In queste settimane Di Battista è stato assistito dalla compagna Sahra, con la quale ha due figli, e da Luca Di Giuseppe, amico e presidente dell’associazione Schierarsi. Quest’ultimo ha gestito anche la comunicazione, cercando di conciliare l’interesse pubblico con la richiesta di riservatezza avanzata dalla famiglia.

Prima della partenza, Schierarsi aveva ringraziato medici, infermieri e fisioterapisti cubani per l’assistenza prestata. Di Giuseppe ha poi pubblicato una fotografia dell’aeroambulanza accompagnandola con un messaggio: «Buon rientro, fratello mio. Ci rivediamo a Roma tra qualche ora».

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Economia

Poste conquista il controllo di Tim: adesioni al 46,5%, quota complessiva oltre il 66%

Poste Italiane assume il controllo di Tim dopo che le adesioni all’offerta pubblica di acquisto e scambio hanno raggiunto il 46,5% del capitale. Sommando il 20,1% già posseduto, il gruppo supera il 66%. L’offerta, migliorata a 1,97 euro più 0,218 azioni Poste per ogni titolo Tim, sarà riaperta dal 21 al 25 settembre. La strategia prevede il delisting e un nuovo piano industriale nel 2027.

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Poste Italiane conquista il controllo di Tim. Al termine del periodo principale dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, le adesioni hanno raggiunto il 46,5% del capitale della società telefonica. Una quota che, sommata al 20,1% già detenuto dal gruppo guidato da Matteo Del Fante, porta Poste oltre il 66% di Tim.

L’offerta non si chiude definitivamente: dopo il miglioramento delle condizioni economiche deciso da Poste, i termini saranno riaperti per cinque sedute di Borsa, dal 21 al 25 settembre.

L’accelerazione nell’ultima giornata

Nel rush finale sono state apportate all’offerta altre 635.897.378 azioni, facendo salire il totale a 993.608.722 titoli. Le adesioni sono così balzate dal 16,75% registrato nella giornata precedente a oltre il 46% del capitale.

Le azioni conferite rappresentano il 58,23% dei titoli oggetto dell’offerta. «Se guardate i benchmark è sempre così: le accelerazioni arrivano negli ultimi giorni», aveva osservato poco prima della chiusura l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola.

Il rilancio di Poste

A favorire l’accelerazione è stato il rilancio annunciato da Poste. Il corrispettivo in denaro è stato aumentato di 30 centesimi per ogni azione Tim, raggiungendo 1,97 euro, ai quali si aggiungono 0,218 nuove azioni ordinarie Poste.

Il gruppo ha inoltre rinunciato alla soglia minima di validità dell’operazione, inizialmente subordinata al raggiungimento del 66,67% dei diritti di voto.

Proprio il miglioramento dell’offerta ha fatto scattare la riapertura dei termini. Gli azionisti Tim che non hanno ancora aderito potranno consegnare i propri titoli dal 21 al 25 settembre, ottenendo lo stesso corrispettivo maggiorato.

Verso il delisting e il nuovo piano

La settimana supplementare potrà consentire a Poste di rafforzare ulteriormente la propria posizione nel capitale di Tim. La tabella di marcia indicata dal gruppo prevede il delisting della società telefonica e la presentazione di un nuovo piano industriale all’inizio del 2027.

Al centro dell’operazione ci sono l’integrazione delle attività e le sinergie tra due gruppi strategici per il Paese, dalla telefonia ai servizi digitali e finanziari.

L’operazione ha ricevuto anche il sostegno del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo il quale Tim ha recuperato una prospettiva più ampia in un settore tecnologicamente fondamentale. Anche i vertici della società telefonica, a partire da Labriola, avevano annunciato l’intenzione di aderire con le azioni in loro possesso.

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Poste Italiane conquista il controllo di Tim superando il 66% del capitale dopo il balzo delle adesioni all’Opas.

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Poste conquista il controllo di Tim: le adesioni all’Opas raggiungono il 46,5% e la quota complessiva supera il 66%.

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Poste Italiane assume il controllo di Tim dopo che le adesioni all’offerta pubblica di acquisto e scambio hanno raggiunto il 46,5% del capitale. Sommando il 20,1% già posseduto, il gruppo supera il 66%. L’offerta, migliorata a 1,97 euro più 0,218 azioni Poste per ogni titolo Tim, sarà riaperta dal 21 al 25 settembre. La strategia prevede il delisting e un nuovo piano industriale nel 2027.

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