Politica
Pina Picierno lascia il Pd: “La casa dei riformisti non c’è più”
La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno lascia il Pd e apre un nuovo fronte politico nel centrosinistra. La sua uscita nasce dalla critica alla linea del partito sui riformisti, sull’Ucraina e sugli estremismi.
Pina Picierno lascia il Partito Democratico e apre una frattura politica pesante dentro il campo del centrosinistra. La vicepresidente del Parlamento europeo ha spiegato la sua decisione in un’intervista al Foglio, sostenendo che nel Pd “la casa dei riformisti non c’è più”.
È una rottura che arriva dopo mesi di tensioni sulla linea politica del partito, sul ruolo dell’area riformista e sulle scelte internazionali, in particolare sulla guerra in Ucraina e sul rapporto con le posizioni più radicali presenti nell’opposizione.
La critica: ambiguità su Putin ed estremismi
Picierno ha motivato il suo addio con parole nette. Secondo l’europarlamentare, non si può essere ambigui con il “fascismo putiniano” e con gli estremismi. Una formula che fotografa la distanza crescente tra la sua impostazione europeista, atlantista e riformista e la direzione politica assunta dal Pd negli ultimi anni.
Il messaggio è politico prima ancora che personale. Picierno contesta l’idea di un centrosinistra costruito su alleanze troppo larghe e su compromessi considerati eccessivi con forze giudicate distanti da una cultura riformista, liberaldemocratica ed europeista.
Verso il Partito Democratico Europeo
Secondo fonti vicine alla vicepresidente del Parlamento europeo, Picierno dovrebbe aderire al Partito Democratico Europeo, guidato da Sandro Gozi. All’Eurocamera il Pde è collocato nel gruppo Renew Europe, l’area liberaldemocratica e centrista del Parlamento europeo.
Il passaggio avrebbe un valore simbolico rilevante: dall’area socialista e democratica del Pd a una famiglia politica europea più esplicitamente liberale, federalista e riformista. Una scelta che conferma il tentativo di costruire uno spazio politico alternativo alla sinistra guidata da Elly Schlein.
Un colpo alla linea Schlein
L’uscita di Picierno rappresenta un problema politico per il Pd. Non solo perché riguarda una figura istituzionale di primo piano a Bruxelles, ma perché tocca un nervo scoperto: la difficoltà del partito a tenere insieme la cultura riformista delle origini e la svolta più radicale impressa dalla segreteria Schlein.
La questione non riguarda soltanto le correnti interne. Riguarda l’identità stessa del Pd: partito a vocazione maggioritaria e riformista, oppure forza di sinistra più marcata, orientata a costruire un’alleanza larga con Movimento 5 Stelle, sinistra ambientalista e altre componenti progressiste.
Il nodo dell’Ucraina e dell’Europa
Il riferimento al “fascismo putiniano” indica chiaramente uno dei punti di maggiore divisione: la posizione sulla Russia, sull’Ucraina e sulla sicurezza europea. Picierno ha costruito negli anni una linea fortemente europeista e contraria a ogni cedimento verso Mosca.
Nel Pd, invece, convivono sensibilità diverse: una parte più atlantista e favorevole al sostegno militare a Kiev, un’altra più prudente o critica rispetto alla prosecuzione dell’invio di armi. Questa ambiguità, per Picierno, rischia di rendere il partito meno credibile sul terreno internazionale.
Il centrosinistra davanti a una nuova frattura
La decisione di Picierno potrebbe accelerare il dibattito sulla nascita di un nuovo soggetto riformista o sul rafforzamento di un’area centrista ed europeista fuori dal Pd. La stessa europarlamentare parla della necessità di lavorare a qualcosa di nuovo “per vincere le elezioni”.
È una frase che va oltre l’addio personale. Segnala l’idea che l’attuale assetto del centrosinistra non sia sufficiente per costruire una proposta competitiva contro il centrodestra. Il punto sarà capire se l’uscita di Picierno resterà un caso isolato o diventerà il primo passo di una ricomposizione più ampia dell’area riformista italiana.
Una scelta che pesa anche a Bruxelles
Lo strappo avrà conseguenze anche nell’equilibrio europeo. Picierno è vicepresidente del Parlamento europeo e la sua collocazione politica non è un dettaglio. Il passaggio verso l’area Renew rafforzerebbe il profilo di una componente europeista, liberaldemocratica e fermamente contraria alle influenze russe nel continente.
Per il Pd, invece, si apre una fase delicata. La perdita di una figura istituzionale così visibile rende più evidente il disagio di una parte del mondo riformista. E pone una domanda politica difficile da evitare: c’è ancora spazio, nel Partito Democratico di oggi, per chi non si riconosce nella linea della sinistra più identitaria?
Politica
Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.
Il provvedimento del Governo
La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.
Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.
È il secondo scioglimento consecutivo
Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.
Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.
Attese le motivazioni del decreto
Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.
Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.
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Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati
Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.
Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.
La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.
L’esame iniziato il 4 giugno
La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.
Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.
Nessuna bocciatura delle promozioni
Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.
L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.
Il confronto istituzionale sulle nomine
La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.
Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.
Politica
Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica
La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.
Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.
Aula al completo per il voto decisivo
Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.
I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.
A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.
La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.
I telefoni per dimostrare la fedeltà
Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.
Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.
Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.
Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula
Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.
La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.
Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.
Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti
Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.
In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.
Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.
La sorpresa delle opposizioni
Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.
«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.
Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.
Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive
Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.
«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.
La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.


