Cultura
Pietra Viva conquista il pubblico: la Fondazione Ente Ville Vesuviane proroga la mostra di Antonio Carotenuto fino al 9 settembre
Il successo di pubblico e di critica premia Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio: la Fondazione Ente Ville Vesuviane proroga fino al 9 settembre la mostra di Antonio Carotenuto ospitata a Villa Campolieto. Un riconoscimento a un progetto culturale che unisce arte, territorio e identità vesuviana, arricchito dal catalogo di Ebone Edizioni con i contributi di Maurizio de Giovanni e Massimo Bignardi.
Il successo di pubblico, il crescente interesse del mondo della cultura e il continuo afflusso di visitatori hanno convinto la Fondazione Ente Ville Vesuviane a prorogare fino al 9 settembre 2026 la mostra “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, la personale dello scultore Antonio Carotenuto (nella foto sotto) ospitata nel Salone delle Feste di Villa Campolieto, a Ercolano.
L’esposizione, inaugurata l’11 aprile e inizialmente destinata a concludersi il 18 luglio, continuerà dunque per tutta l’estate, trasformando quella che era nata come una grande mostra dedicata alla scultura contemporanea in uno degli eventi culturali più seguiti dell’anno nell’area vesuviana.
La decisione della Fondazione rappresenta un riconoscimento concreto della qualità del progetto culturale e della straordinaria risposta del pubblico. In questi mesi Villa Campolieto ha accolto migliaia di visitatori, appassionati d’arte, studiosi, studenti, turisti italiani e stranieri, confermando come il linguaggio artistico di Antonio Carotenuto riesca a parlare tanto agli addetti ai lavori quanto a chi si avvicina per la prima volta all’arte contemporanea.

Con circa quaranta opere tra sculture e dipinti, realizzate prevalentemente in pietra lavica, Pietra Viva racconta il Vesuvio non soltanto come luogo geografico, ma come memoria collettiva, identità culturale e materia viva da cui nasce un linguaggio artistico originale e profondamente contemporaneo.
La mostra è stata organizzata dall’Associazione Forense In Oltre, presieduta dall’avvocato Anna Brancaccio, con la collaborazione della Fondazione Ente Ville Vesuviane. Fondamentale il sostegno dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli, del Comune di Boscoreale, del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, istituzioni che hanno condiviso fin dall’inizio la convinzione che arte, paesaggio e identità possano rappresentare un unico grande progetto di valorizzazione del territorio.

Un catalogo pensato per restare
Tra gli elementi che hanno contribuito al successo dell’iniziativa vi è anche il catalogo pubblicato da Ebone Edizioni, concepito non come un semplice supporto editoriale alla mostra, ma come un libro destinato ad avere una propria autonomia culturale.
Il volume, di 104 pagine, racconta infatti il percorso artistico di Antonio Carotenuto ben oltre la documentazione delle opere esposte. Ad aprirlo è la prefazione dello scrittore Maurizio de Giovanni, che accompagna il lettore in una riflessione sul rapporto tra arte, memoria e territorio, mentre il saggio del professor Massimo Bignardi, tra i più autorevoli storici e critici dell’arte contemporanea italiana, offre una lettura critica della ricerca dello scultore, evidenziando come la pietra lavica diventi nelle sue mani materia narrativa, memoria geologica e linguaggio dell’identità vesuviana.

Il catalogo ospita inoltre i contributi istituzionali del presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio Raffaele De Luca, del presidente della Fondazione Ente Ville Vesuviane Gennaro Miranda e del direttore generale della Fondazione Roberto Chianese, confermando il carattere corale di un progetto che ha saputo mettere insieme cultura, istituzioni e territorio.
Chiariello: “La proroga è il riconoscimento più importante”
«La proroga della mostra è probabilmente il riconoscimento più bello che potessimo ricevere», afferma il curatore Paolo Chiariello. «Non è soltanto un prolungamento del calendario espositivo: è la dimostrazione che il progetto ha suscitato un interesse autentico e crescente. Migliaia di persone hanno scelto di visitare Villa Campolieto per conoscere l’opera di Antonio Carotenuto, lasciandosi coinvolgere da un percorso che racconta il Vesuvio attraverso la forza della pietra lavica. È la prova che l’arte contemporanea, quando è radicata nella storia e nell’identità di un territorio, sa ancora emozionare e creare partecipazione.»
«Desidero ringraziare la Fondazione Ente Ville Vesuviane – aggiunge Chiariello – per il coraggio dimostrato. Ha creduto nel progetto fin dal primo giorno e oggi, con questa proroga, rinnova quella fiducia premiando il lavoro dell’artista e di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della mostra. È una scelta che testimonia attenzione verso la cultura e verso un territorio che merita di essere raccontato anche attraverso il linguaggio dell’arte.»

Chianese: “Una scelta naturale davanti alla risposta del pubblico”
Per il direttore generale della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese, la proroga rappresenta la naturale conseguenza del successo registrato.
«Villa Campolieto nasce come luogo di conservazione della memoria ma anche come spazio aperto alla produzione culturale contemporanea. Pietra Viva ha dimostrato di interpretare perfettamente questa missione. L’interesse costante dei visitatori, la qualità del progetto espositivo e il valore artistico delle opere di Antonio Carotenuto ci hanno convinti a prolungare la mostra fino al 9 settembre, offrendo così a un pubblico ancora più ampio la possibilità di visitarla. È una scelta che conferma la volontà della Fondazione di sostenere iniziative culturali capaci di valorizzare il patrimonio delle Ville Vesuviane e l’identità del nostro territorio.»
Carotenuto: “La ricerca continua”
Per Antonio Carotenuto la proroga è soprattutto uno stimolo a proseguire il proprio percorso creativo.
«Ricevere una risposta così calorosa dal pubblico è la soddisfazione più grande per un artista. Ogni opera nasce da un dialogo lungo e difficile con la pietra lavica, una materia che non si lascia mai dominare ma che custodisce la memoria del Vesuvio e della nostra terra. Sapere che queste opere continueranno a essere viste e vissute ancora per settimane mi rende felice, ma nello stesso tempo guardo già ai nuovi progetti ai quali sto lavorando. Per me ogni scultura rappresenta un nuovo inizio.»
Con la proroga fino al 9 settembre, Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio consolida così il proprio ruolo di uno degli appuntamenti culturali più significativi del 2026 in Campania, dimostrando come un progetto costruito sulla qualità artistica, sulla collaborazione tra istituzioni e sulla valorizzazione dell’identità vesuviana possa trasformarsi in un autentico successo di pubblico e di critica.
La mostra “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio” di Antonio Carotenuto è stata prorogata e resterà aperta al pubblico fino al 9 settembre 2026.
DOVE
Villa Campolieto, Corso Resina 283, Ercolano (Napoli).
ORARI
La mostra è visitabile negli stessi giorni e negli stessi orari di apertura di Villa Campolieto.
L’ingresso consente di visitare anche gli splendidi ambienti della Villa Vesuviana, patrimonio del Miglio d’Oro.
Cultura
Oplontis, pane e cereali nella dieta delle vittime
Lo studio sui resti delle vittime di Oplontis rivela una dieta basata soprattutto su cereali, legumi e altre risorse terrestri.
Pane, cereali e legumi costituivano la base dell’alimentazione delle persone morte a Oplontis durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.
La ricerca è stata condotta dal Laboratorio di Ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei con il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Gli studiosi hanno riesaminato i resti recuperati nell’ambiente 10 della cosiddetta Villa B, complesso commerciale situato nell’attuale Torre Annunziata. Qui un gruppo di persone aveva cercato riparo, probabilmente in attesa di fuggire via mare. Le nuove analisi hanno permesso di riconoscere almeno 60 vittime, rispetto alle 54 precedentemente conteggiate.

Il pesce aveva un ruolo marginale
Le analisi isotopiche indicano una dieta fondata prevalentemente su risorse terrestri. Tra gli alimenti più probabili figurano grano, orzo, legumi e prodotti agricoli locali, accompagnati da quantità moderate di proteine animali, riconducibili a carne e latticini.
Il pesce poteva essere consumato, ma avrebbe avuto un peso marginale nonostante la vicinanza dell’insediamento alla costa. Le analisi isotopiche non permettono di ricostruire un menù preciso, ma misurano il contributo relativo delle diverse categorie alimentari.
Non sono emerse differenze marcate tra l’alimentazione degli uomini e quella delle donne. «La maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali», osserva il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, richiamando il significato concreto dell’espressione evangelica “pane quotidiano”.
La ricerca proseguirà sui resti delle vittime degli altri siti compresi nella Grande Pompei.
Cultura
Tra soldati e briganti, le ferite della storia
Oltre duecento persone al Centro ricerche Neuromed di Pozzilli per la presentazione di Tra soldati e briganti di Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli. Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo: «La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
POZZILLI (ISERNIA) – La storia non è mai soltanto quella dei vincitori o degli sconfitti. È anche la storia di chi non ebbe voce, di chi rimase ai margini delle decisioni, di chi si trovò schiacciato tra la violenza delle bande e la durezza della repressione. È da questa prospettiva che nasce Tra soldati e briganti, il volume scritto da Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli, presentato nella sala congressi del Centro ricerche Neuromed di Pozzilli davanti a oltre duecento persone.

Una partecipazione imponente, con i vertici delle forze di polizia, rappresentanti delle istituzioni militari, sindaci, consiglieri e assessori regionali. La sala gremita ha restituito la dimensione non soltanto culturale, ma anche civile dell’incontro.
A moderare il confronto è stata la giornalista di Mediaset Anna Maria Chiariello. Con gli autori sono intervenuti il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, autore della prefazione, e il presidente nazionale della LILT, professor Francesco Schittulli.
L’intero ricavato del volume, al netto delle spese, sarà devoluto alla Lega italiana per la lotta contro i tumori e destinato alle attività di prevenzione oncologica sul territorio.
Il lungo applauso per l’Arma
Quando è stato pronunciato il nome del generale Luongo, dalla sala si è levato un applauso lungo e intenso. Non soltanto un omaggio al Comandante Generale, ma il segno di un legame profondo con l’Arma dei Carabinieri, percepita ancora oggi come una presenza vicina alle comunità, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree interne.
Quel sentimento ha attraversato l’intero dibattito. Il libro, infatti, non ricostruisce soltanto il fenomeno del brigantaggio, ma illumina il ruolo svolto dai Carabinieri in territori difficili, segnati dalla povertà, dall’isolamento, dalla fragilità delle istituzioni e da una violenza che investiva tanto le bande quanto le popolazioni civili.
Una valigia di cuoio e le carte di Domenico Fuoco
Aldo Patriciello ha raccontato l’origine della ricerca. Tutto cominciò con il ritrovamento, in una casa, di una valigia di cuoio contenente documenti appartenuti a Domenico Fuoco, uno dei protagonisti del brigantaggio nell’area molisana.
«Provai a capire se quei documenti fossero originali, perché raccontavano il brigantaggio in un territorio, il Molise, che ebbe un ruolo importante. Partendo da quelle carte ne abbiamo trovate altre».
Da quel primo nucleo documentale la ricerca si è allargata, portando gli autori a ricostruire vicende familiari, istituzionali e politiche capaci di collegare la storia locale alla storia nazionale.
Tra queste emerge quella della famiglia Cimorelli, presente nelle istituzioni prima monarchiche e successivamente repubblicane. Tra i suoi discendenti figura anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone.
«Non è una storia del brigantaggio. È un racconto dei fatti, anche di quelli criminali e sanguinari commessi dai briganti. Proviamo a rileggere uno spaccato di storia attraverso le carte di Fuoco».
Il libro, ha sottolineato Patriciello, poggia su una documentazione che consente di ricostruire una vicenda terribile, proseguita anche dopo le fasi più intense della repressione. Il brigantaggio non scomparve immediatamente, ma continuò a manifestarsi come fenomeno criminale in diverse aree del Mezzogiorno, dal Molise alla Basilicata.

La storia senza ideologia
Il generale Salvatore Luongo ha individuato nella fedeltà alle fonti il principale valore dell’opera.
«È un testo che racconta paesaggi, pietre e tradizioni di questa terra in un determinato momento storico. C’è sempre il tentativo di raccontare la storia con l’ideologia, ma questo testo non lo fa».
Nella prefazione, Luongo descrive Venafro come un luogo che porta con sé la storia senza esibirla. Una storia custodita nelle case, nei palazzi, negli archivi, nei verbali e nelle memorie familiari.
Il volume parte infatti dalla dimensione concreta dei territori per allargare lo sguardo alla caduta del Regno borbonico, all’unificazione italiana e agli equilibri delle potenze europee. Non una lettura calata dall’alto, ma una ricostruzione che procede dalla microstoria verso la storia nazionale.
«Questo libro è bello perché è uno studio delle fonti. Rappresenta in maniera chiara quel periodo. Venafro è una comunità che merita rispetto».
Non c’è, nell’impostazione proposta, la volontà di assolvere o condannare in blocco. Il brigante non viene trasformato in un ribelle romantico, il soldato non è rappresentato automaticamente come un oppressore, il rappresentante delle istituzioni non diventa per definizione un eroe. I protagonisti sono restituiti alla complessità delle loro azioni e del tempo nel quale vissero.

I Carabinieri e la prossimità alle comunità
Luongo ha approfondito il ruolo dell’Arma negli anni successivi all’Unità d’Italia, quando i Carabinieri venivano inviati in territori che spesso non conoscevano.
Molti provenivano dal Nord e si trovavano a operare in paesi nei quali lo Stato unitario non era ancora pienamente riconosciuto. Dovevano comprendere comunità differenti, costruire rapporti e affermare la legge in una realtà segnata da complicità, paura e silenzi.
«Eravamo già caratterizzati da una mentalità che ancora oggi ci identifica: la prossimità ai problemi della gente».
Era stata costituita la Guardia nazionale, impegnata sotto la guida del generale Emilio Pallavicini nel contrasto al brigantaggio. In quel contesto, ha ricordato Luongo, i Carabinieri mostrarono una vocazione distinta: non soltanto la repressione, ma la presenza quotidiana e la costruzione di credibilità.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda proprio Domenico Fuoco, che definiva i Carabinieri “nemici onesti”.
«I briganti avevano rispetto dei Carabinieri. Lo spirito di sacrificio dei militari dell’epoca era e rimane esemplare. La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
Il generale ha quindi rivolto un pensiero ai caduti dell’Arma, uomini che persero la vita mentre l’Italia cercava ancora di diventare uno Stato effettivamente presente nei territori.
Il popolo tra incudine e martello
Pasquale Passarelli ha indicato nel popolo il vero protagonista del libro.
Non il popolo idealizzato, ma quello concreto: contadini, braccianti, donne, analfabeti, persone prive di rappresentanza e quasi completamente escluse dalle decisioni pubbliche.
«Era un popolo senza voce e senza possibilità di ascesa sociale, schiacciato tra un potere che non riconosceva e briganti che erano criminali e che commisero anche fatti irriferibili».
Gli autori hanno studiato i rapporti tra i cosiddetti cafoni e i galantuomini, tra le masse rurali e le élite locali. Hanno analizzato i dati elettorali di una società nella quale le donne non votavano e l’analfabetismo escludeva una parte enorme della popolazione dalla partecipazione politica.
«Ci ha colpito il protagonismo di un popolo che, in realtà, contava poco o nulla».
È proprio qui che il volume acquista profondità. La nascita dell’Italia unita non viene osservata soltanto dalle stanze del potere o attraverso gli spostamenti degli eserciti, ma dalle campagne, dalle masserie e dai paesi nei quali le persone comuni subivano le conseguenze di decisioni prese altrove.
Soldati, Carabinieri e rispetto della legge
Passarelli ha distinto il ruolo dei soldati da quello dei Carabinieri.
L’azione dell’esercito fu determinante nella repressione militare. L’Arma, invece, incarnava una funzione differente, legata alla tutela della legge e alla presenza permanente sul territorio.
«I Carabinieri combattevano coloro che non rispettavano la legge. Non odiavano e non privilegiavano nessuno. Erano impegnati a far rispettare la legge».
Anche la figura di Domenico Fuoco è stata affrontata evitando qualsiasi mitizzazione. Gli autori ne ricostruiscono la dimensione umana, le passioni e le fragilità, senza cancellarne la responsabilità per delitti e violenze.
«Lo abbiamo studiato come uomo e senza maschere ideologiche, per evitare di trasformarlo in un eroe negativo».
La Legge Pica e la repressione
Patriciello ha ricordato anche la durezza delle misure adottate dallo Stato per estirpare il brigantaggio.
Il generale Pallavicini applicò la Legge Pica, che introdusse strumenti straordinari di controllo e repressione. Una legislazione concepita come temporanea, ma i cui effetti si protrassero molto più a lungo.
Il libro ricostruisce una stagione nella quale furono imposti controlli sugli spostamenti, limitazioni alla circolazione e misure drastiche contro le reti di sostegno alle bande. Masserie isolate vennero murate o demolite, le comunità furono sottoposte a una forte pressione e anche i semplici sospetti potevano produrre conseguenze pesanti.
La repressione rispose a una violenza criminale reale, ma lasciò a sua volta ferite profonde nei territori e nelle popolazioni.
La prevenzione come investimento sociale
Il professor Francesco Schittulli ha legato il valore culturale dell’iniziativa alla sua finalità solidale.
Prima di entrare nel merito, ha sottolineato la presenza di Anna Maria Chiariello, unica donna sul palco, ricevendo un applauso dalla platea.
Schittulli ha ringraziato gli autori e la Fondazione Vincenzo e Mimosa Patriciello per avere scelto di destinare il ricavato alla LILT, precisando che le risorse resteranno sul territorio.
«Più investiamo nella prevenzione e nell’anticipazione della diagnosi, più sarà curabile quella che un tempo definivamo una malattia incurabile».
Il presidente della LILT ha posto una questione che riguarda il futuro dell’intero sistema sanitario: l’allungamento della vita richiede politiche capaci di garantire non soltanto più anni, ma una migliore qualità della vita.
«Dobbiamo investire in salute, non nella malattia. Occorre costruire più poliambulatori per la prevenzione e riconvertire gli ospedali dismessi, invece di pensare soltanto a nuovi ospedali».
Le persone prima delle contrapposizioni
Tra soldati e briganti non propone una nuova verità ideologica da contrapporre alle precedenti. Offre documenti, nomi, vicende e luoghi attraverso i quali osservare la nascita dello Stato unitario nella sua dimensione più concreta e dolorosa.
Il brigantaggio emerge come una reazione disperata, ma anche criminale. La repressione appare necessaria per ristabilire la legalità, ma fu condotta attraverso strumenti eccezionali e spesso durissimi. In mezzo rimasero le popolazioni, costrette a convivere con la paura delle bande e con il peso delle misure dello Stato.
Il merito dell’opera è riportare al centro proprio queste persone: i contadini che continuarono a lavorare la terra, le donne rimaste ai margini della storia ufficiale, i militari inviati lontano da casa, i Carabinieri caduti mentre cercavano di rendere reale la presenza dello Stato.
Non una celebrazione né un processo, dunque. Ma il tentativo di comprendere come una nazione sia nata attraverso conflitti, errori, sacrifici e vite rimaste troppo a lungo senza nome.
Cultura
Uffizi, parte il maxi restyling da 50 milioni: nuovi spazi espositivi, Boboli rinasce e cambia Palazzo Pitti
Le Gallerie degli Uffizi avviano un piano di interventi da 50 milioni di euro. Entro due anni nuovi spazi espositivi, restauri a Boboli e Palazzo Pitti, servizi potenziati e un museo sempre più moderno per oltre 5,2 milioni di visitatori.
Le Gallerie degli Uffizi si preparano a vivere una delle più importanti trasformazioni della loro storia recente. Un piano di investimenti da 50 milioni di euro cambierà il volto dell’intero complesso museale fiorentino, con restauri, nuovi allestimenti, spazi espositivi, interventi tecnologici e servizi destinati a migliorare l’esperienza dei visitatori.
Ad illustrare il programma è stato il direttore Simone Verde, che insieme al suo staff ha fatto il punto sui cantieri già conclusi, su quelli in corso e su quelli che partiranno nei prossimi mesi. L’obiettivo è completare tutti gli interventi entro il 2028, mentre alcune opere saranno terminate già nei prossimi due anni.
Nel 2025 le Gallerie degli Uffizi hanno registrato oltre 5,2 milioni di ingressi, confermandosi tra i poli museali più visitati al mondo.
Nuovi Uffizi, ingresso rinnovato e nuovi percorsi espositivi
Tra gli interventi più significativi figura la realizzazione della nuova area di accoglienza dei visitatori, che sarà ospitata nella monumentale Sala Magliabechiana, destinata ai controlli di accesso e ai servizi di ingresso.
Prenderà forma anche una nuova sezione dedicata alla Storia delle Collezioni, pensata per raccontare ai visitatori la nascita e l’evoluzione di uno dei patrimoni artistici più importanti del mondo.
Prosegue inoltre il rinnovamento museografico del secondo piano: saranno riallestite le sale dedicate ai pittori fiamminghi con un nuovo progetto illuminotecnico, mentre verranno aperti al pubblico la sala con i celebri “Uomini illustri” di Andrea del Castagno e il Ricetto delle antiche iscrizioni.
Palazzo Pitti apre il “Piano degli Occhi”
Una delle principali novità riguarda Palazzo Pitti.
L’ultimo livello dell’edificio, conosciuto come “Piano degli Occhi”, sarà recuperato e trasformato in una nuova area espositiva di circa 1.000 metri quadrati, ampliando sensibilmente gli spazi disponibili per mostre e percorsi permanenti.
Sono inoltre previsti importanti lavori al Tesoro dei Granduchi, con interventi sugli impianti, manutenzione edilizia e un nuovo allestimento museale.
Anche la Galleria Palatina sarà interessata da un profondo intervento di valorizzazione che comprenderà il restauro dei parati tessili storici, una nuova illuminazione e il miglioramento complessivo dell’esposizione delle opere.
Boboli torna protagonista
Il programma di investimenti coinvolge anche il Giardino di Boboli, autentico museo all’aperto e patrimonio storico della città di Firenze.
L’Anfiteatro sarà sottoposto a un importante restauro conservativo e a un recupero funzionale che consentirà di ospitare nuovamente spettacoli e manifestazioni culturali.
Interventi sono previsti anche sulla Fontana del Nettuno e sulla grande vasca dell’Isola, due tra gli elementi più rappresentativi del celebre giardino mediceo.
Tecnologia e sicurezza dietro le quinte
Accanto agli interventi più visibili, il piano comprende una lunga serie di opere infrastrutturali fondamentali per la conservazione delle collezioni.
Saranno installati nuovi sistemi di climatizzazione con torri di raffreddamento e gruppi frigoriferi di ultima generazione, mentre proseguiranno i lavori per completare la climatizzazione del Corridoio Vasariano, recentemente riaperto al pubblico.
È inoltre in corso il completo rifacimento della segnaletica e dell’apparato didascalico dell’intero complesso museale, con l’obiettivo di rendere la visita più intuitiva e accessibile.
I Nuovi Uffizi verso il traguardo
Il grande progetto dei Nuovi Uffizi continua a procedere.
Dopo la rimozione della storica gru nel giugno 2025, un altro simbolo del lungo cantiere è destinato a scomparire: nella prima metà del 2027 saranno eliminate anche le impalcature che ancora interessano il piazzale principale.
La conclusione definitiva del cantiere dei Nuovi Uffizi è prevista nel 2028, chiudendo un percorso di trasformazione iniziato molti anni fa.
Simone Verde: «Un’operazione senza precedenti»
«Grazie al grande impegno di tutto il personale è in corso un’operazione di vastità e profondità senza precedenti: il complesso museale ne emergerà ancora più bello e sempre più icona fondamentale dell’Italia nel mondo», ha dichiarato il direttore Simone Verde.
Le Gallerie degli Uffizi puntano così a rafforzare il proprio ruolo internazionale, con un museo sempre più moderno, accessibile e capace di coniugare tutela del patrimonio storico, innovazione tecnologica e qualità dell’accoglienza, mantenendo Firenze al centro dei grandi itinerari culturali mondiali.



