Cultura
Pietra Viva, Carotenuto in mostra a Villa Campolieto rompe gli schemi: la pietra lavica diventa racconto e identità
Intervista ad Antonio Carotenuto sulla mostra “Pietra Viva” a Villa Campolieto: un progetto tra arte, territorio e identità che trasforma la pietra lavica in racconto contemporaneo.
La mostra si sviluppa in sei sale e presenta quaranta opere tra scultura e pittura. Ma ciò che la distingue è la sua impostazione: non una sequenza cronologica, ma un percorso tematico che attraversa materia, corpo, migrazione, mito e identità.
“Pietra Viva” è anche un progetto editoriale. Il catalogo non si limita a documentare l’esposizione, ma si configura come un libro autonomo, arricchito dal saggio critico di Massimo Bignardi e dal contributo letterario di Maurizio de Giovanni, coinvolto in un dialogo che amplia il perimetro dell’arte verso la narrazione e la memoria collettiva.
Abbiamo incontrato Antonio Carotenuto alla vigilia del vernissage che si terrà a Villa Campolieto di Ercolano l’11 aprile alle 10:30.

Migranti nu mare ‘e speranze, opera in pietra lavica realizzata da Antonio Carotenuto (accanto all’opera) tra il 2016 e il 2025
Maestro, partiamo dalla materia. Perché la pietra lavica?
Perché è la mia origine.
Sono cresciuto in un territorio dove la pietra lavica non è un materiale, è parte del paesaggio umano. È sotto i piedi, nelle case, nella memoria.
Non è stata una scelta artistica, è stata una necessità. La pietra porta con sé il Vesuvio, il fuoco, il tempo. Quando la lavori entri in relazione con tutto questo.
Nel suo lavoro la pietra sembra avere una vita autonoma.
Sì, perché ce l’ha davvero.
Non è una materia docile. Oppone resistenza, ha una struttura, una memoria.
Il mio lavoro non è imporre una forma, ma trovare un equilibrio tra quello che voglio fare e quello che la pietra mi consente di fare. È sempre un dialogo. E non sempre è facile questo dialogo.

Clandestini, opera in pietra lavica del 2003
Il titolo della mostra, “Pietra Viva”, insiste su questa idea.
Sì, perché la pietra è viva nel momento in cui continua a generare senso. È lava raffreddata, ma dentro conserva il segno della trasformazione. Non è mai neutra. È memoria solidificata.
Questa mostra ha un impianto molto preciso, non è una personale tradizionale.
Assolutamente no, e questo è uno degli aspetti che mi ha convinto subito del progetto. Il lavoro fatto con Paolo Chiariello è stato anticonformista. Ha messo in discussione l’idea stessa di mostra personale. Non si tratta solo di esporre opere, ma di costruire un racconto che tiene insieme arte, territorio, comunità e identità.
In che modo questo si riflette nell’allestimento?
Nella costruzione del percorso, prima di tutto. Non c’è una sequenza cronologica, ma un attraversamento per temi. E poi nel modo di esporre: le opere non sono isolate, ma dialogano tra loro e con lo spazio. Villa Campolieto non è uno sfondo, è parte attiva del progetto.

Prometeo, opera in pietra lavica del 2001
Il rapporto con la Villa è molto forte.
Sì, perché c’è un contrasto evidente tra l’armonia dell’architettura settecentesca e la tensione della materia vulcanica.
Questo dialogo è stato cercato, voluto. E qui si vede il lavoro curatoriale: non adattare le opere allo spazio, ma creare una relazione che produca senso.
Il catalogo ha un ruolo importante.
Direi centrale. Non è un catalogo tradizionale. È un libro. Va oltre la mostra, ha una sua autonomia. Questo è un altro aspetto innovativo del lavoro di Chiariello: costruire un prodotto editoriale che resta, che continua a parlare anche dopo la chiusura della mostra.
E il coinvolgimento di Maurizio de Giovanni?
È stato un valore aggiunto fondamentale. Maurizio de Giovanni ha una capacità unica di raccontare Napoli e il Sud senza retorica. Il suo contributo dà profondità al progetto, lo apre a una dimensione narrativa che dialoga con l’arte. E di questo gli sono molto grato, così come sono grato a Paolo Chiariello per aver creato questa connessione e al professor Massimo Bignardi, storico e critico d’arte che ho sempre ammirato e rispettato perché è tra i più attenti studiosi delle relazioni tra arte contemporanea, territorio e materia.

Dio mio, opera in pietra lavica del 2002
Nei suoi lavori torna spesso il tema del corpo.
Il corpo è il luogo dove si manifestano tutte le tensioni. La pietra diventa corpo, si piega, si apre, si ferisce. Mi interessa quel passaggio in cui la materia smette di essere solo materia e diventa presenza.
E il tema della migrazione?
È un tema che sento molto, ma non lo tratto in modo illustrativo. La lava è movimento, è spostamento, è trasformazione.
C’è una relazione profonda tra la materia e questi fenomeni. Le opere cercano di rendere visibile questa tensione.

Il pugno: azione e reazione, opera in pietra lavica e ferro del 1994
La pittura, invece, sembra avere un altro ritmo.
Sì, la pittura è più immediata, più libera. Ma nasce dalla stessa origine. Anche lì c’è il magma, c’è la materia in trasformazione.

Fallica, opera in pietra lavica del 2003
Che cosa deve portarsi via il visitatore da “Pietra Viva”?
Non una spiegazione. Ma una percezione. La consapevolezza che la materia non è mai neutra, che quello che vediamo ha una storia, una profondità. E forse anche l’idea che l’arte può ancora creare relazioni, non solo oggetti.
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Pietra Viva di Carotenuto, a Villa Campolieto un vernissage che unisce arte, memoria e coscienza civile
Grande successo per il vernissage di Pietra Viva a Villa Campolieto: arte, istituzioni e territorio si incontrano in un progetto identitario dedicato al Vesuvio.
Oltre duecento persone, un flusso continuo di presenze, un clima di partecipazione autentica. Non è stato soltanto un vernissage quello di “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, ma un momento in cui una comunità si è riconosciuta dentro un racconto.
Negli spazi del Salone delle Feste di Villa Campolieto, affacciati sul mare di Ercolano, l’arte di Antonio Carotenuto ha incontrato istituzioni, cittadini, professionisti, creando un dialogo che è andato oltre l’esposizione.
A condurre l’incontro, con un registro volutamente diretto, è stato il curatore Paolo Chiariello, che ha trasformato la presentazione in un confronto aperto tra visioni, responsabilità e identità.

Cultura e coscienza civile: il senso del progetto
Ad aprire gli interventi è stata Anna Brancaccio, presidente dell’associazione In Oltre, promotrice della mostra:
«Abbiamo sempre cercato di uscire dalle aule dei tribunali per raccontare il bello e il buono del nostro territorio, senza mai smettere di illuminare le criticità e i problemi atavici che ancora lo attraversano. Questa mostra rappresenta esattamente questo spirito: un ponte tra coscienza civile e valorizzazione culturale».
Un passaggio che definisce la natura stessa di “Pietra Viva”: non semplice evento artistico, ma progetto culturale con una responsabilità sociale.

Le istituzioni: Villa Campolieto come luogo vivo
Nel dialogo con il curatore sono intervenuti i rappresentanti delle istituzioni, che hanno riconosciuto nel progetto un valore strategico.
Gennaro Miranda ha sottolineato: «La Fondazione è impegnata a mantenere aperti tutti i canali con il presente artistico. La mostra di Antonio Carotenuto rappresenta uno dei momenti più alti di questo percorso, dimostrando come Villa Campolieto possa essere un luogo vivo, capace di accogliere e valorizzare esperienze artistiche di grande spessore».

Sulla stessa linea Raffaele De Luca: «Tenere alta l’attenzione su questo territorio significa investire nella cultura. La comunità vesuviana è straordinaria e ha tutte le potenzialità per essere protagonista anche sotto il profilo culturale. Mostre come questa dimostrano che la sinergia tra istituzioni non è solo auspicabile, ma necessaria per preservare e tramandare un patrimonio unico al mondo».
Cultura, sviluppo e responsabilità
Il vicepresidente della Camera Sergio Costa ha collegato il progetto al tema dello sviluppo: «Quando le istituzioni lavorano insieme e utilizzano bene le risorse, i risultati arrivano. Questo territorio ha ricevuto investimenti importanti e oggi è fondamentale continuare su questa strada, valorizzando progetti come quello di Carotenuto, che uniscono cultura, identità e sviluppo».
Mentre il procuratore Nunzio Fragliasso ha riportato il discorso su un piano etico: «Siamo davanti a un territorio straordinario che non può essere raccontato solo attraverso le sue ombre. È necessario alzare il tasso di moralità e continuare a contrastare con determinazione chi deturpa ambiente e territorio. La cultura è uno strumento fondamentale anche in questa battaglia».

La chiave critica: la pietra come linguaggio
Lo storico dell’arte Massimo Bignardi ha offerto la lettura più profonda dell’opera:
«La pietra lavica, nelle mani dell’artista, diventa materia viva, capace di raccontare il tempo, la memoria e l’identità di un intero territorio. Non è mai decorazione, ma presenza attiva, corpo e linguaggio». Una definizione che sintetizza l’intero impianto della mostra.
Il senso della mostra secondo il curatore
Nel suo intervento, Paolo Chiariello ha dato la chiave etica del progetto: «Antonio Carotenuto è un artista che non ha mai inseguito il mercato. Ha scelto, con coerenza e rigore, di restare fedele alla propria ricerca, scavando nella pietra viva per raccontare non solo una materia, ma una storia collettiva».
E ancora: «Dentro queste opere c’è il passato, il presente e il futuro di una comunità operosa, quella vesuviana, che ha sempre saputo esprimere valori universali. Questa mostra è un atto di restituzione al territorio, ma anche un invito a guardarlo con occhi diversi, riconoscendone la forza, la dignità e la bellezza».
L’emozione di Carotenuto
Il momento più intenso è stato quello dell’artista: «Non pensavo di vedere così tanta gente riunita per il mio lavoro. Qui dentro ci sono quarant’anni della mia vita, della mia fatica e della mia ricerca. La pietra lavica è la mia storia, è il Vesuvio, è la nostra identità». Parole semplici, interrotte dall’emozione, che hanno reso evidente il legame profondo tra opera e vita.

Una mostra vissuta, non solo visitata
Dopo l’apertura ufficiale, il pubblico ha affollato per ore il piano nobile della villa. Non una visita frettolosa, ma un confronto diretto con le opere e con l’artista, presente tra i visitatori.
A suggellare la giornata, la distribuzione del catalogo edito da Ebone Edizioni, con prefazione di Maurizio de Giovanni e saggio critico di Bignardi, concepito come opera autonoma.

Un evento che va oltre l’arte
Tra i presenti anche personalità del mondo dell’informazione, della cultura e della magistratura, segno di un interesse che travalica il perimetro artistico.
“Pietra Viva” si conferma così come qualcosa di più di una mostra: un momento di sintesi tra arte, istituzioni e territorio, capace di restituire al Vesuvio non solo la sua immagine, ma il suo significato più profondo.
Cultura
Pietra Viva di Carotenuto, a Villa Campolieto un vernissage che unisce arte, memoria e coscienza civile
Grande successo per il vernissage di Pietra Viva a Villa Campolieto: arte, istituzioni e territorio si incontrano in un progetto identitario dedicato al Vesuvio.



