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Cronache

Piano Casa, 1,1 miliardi dai privati: investimenti a Napoli, Roma, Milano e Genova

Il Governo dichiara di interesse strategico nazionale il programma da 1,1 miliardi di Add Capital per case e studentati accessibili. Il 70% degli immobili sarà offerto a prezzi calmierati, con uno sconto previsto del 35% rispetto al mercato.

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Un investimento da 1,1 miliardi di euro per realizzare abitazioni e studentati a prezzi inferiori a quelli di mercato nelle città italiane dove l’emergenza abitativa è diventata più grave.

Il Consiglio dei ministri ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale il programma presentato da Add Capital, la società fondata e guidata da Mario Abbadessa, nominando l’ingegnere Elisabetta Pellegrini commissario straordinario per la sua realizzazione.

Il progetto rappresenta una delle prime applicazioni concrete della componente privata del Piano Casa del Governo e punta soprattutto su Milano, Roma, Napoli e Genova, oltre che sui distretti industriali nei quali la crescita delle imprese e dell’occupazione ha fatto aumentare la domanda di alloggi.

Case e studentati con prezzi ridotti del 35%

La strategia prevede che almeno il 70% degli immobili realizzati venga destinato ad abitazioni o studentati a canoni e prezzi calmierati.

Secondo il programma, lo sconto dovrebbe essere pari mediamente al 35% rispetto ai valori correnti di mercato.

Il restante 30% potrà invece essere collocato a condizioni ordinarie, contribuendo a rendere economicamente sostenibili operazioni immobiliari caratterizzate da rendimenti inferiori rispetto a quelli normalmente richiesti dagli investitori privati.

L’obiettivo è rivolgersi soprattutto a lavoratori, studenti, giovani coppie e famiglie con redditi troppo elevati per accedere all’edilizia popolare, ma insufficienti per sostenere i prezzi delle grandi città.

Napoli tra le aree prioritarie

Napoli rientra tra le prime destinazioni individuate dalla società insieme con Roma, Milano e Genova.

Il capoluogo campano presenta infatti una crescente pressione sul mercato degli affitti, determinata dalla scarsità dell’offerta, dalla domanda turistica, dalla diffusione delle locazioni brevi e dalla necessità di alloggi per studenti e lavoratori.

Le iniziative non riguarderanno però soltanto i grandi centri urbani.

Add Capital intende intervenire anche nei distretti produttivi nei quali le aziende faticano ad attrarre personale perché dipendenti e tecnici non riescono a trovare abitazioni a costi sostenibili vicino ai luoghi di lavoro.

Diecimila alloggi in tre anni

Il fondo dedicato al mercato italiano, denominato Add Italy Living, dovrebbe investire 1,1 miliardi di euro e contribuire alla realizzazione di circa diecimila alloggi nell’arco di tre anni.

La piattaforma ha raccolto complessivamente 2,3 miliardi di capitale da destinare a due strategie differenti: una rivolta all’housing accessibile in Italia e una seconda, attraverso Add Value Fund, destinata a operazioni residenziali di mercato in Italia e in altri Paesi europei.

La parte interessata dal Piano Casa sarà dunque quella con una finalità sociale più marcata e con rendimenti attesi inferiori rispetto alle normali operazioni immobiliari.

Perché gli investitori accettano rendimenti inferiori

La convenienza dell’operazione dovrebbe derivare soprattutto dall’accelerazione delle procedure amministrative.

La dichiarazione di interesse strategico nazionale consente infatti di affidare il coordinamento del programma a un commissario straordinario, incaricato di seguire l’attuazione dei progetti, risolvere le eventuali difficoltà amministrative e ridurre i tempi per autorizzazioni e cantieri.

Il commissario potrà esercitare poteri speciali di deroga, nel rispetto dei limiti stabiliti dalla legge, e avrà anche compiti di monitoraggio e prevenzione della corruzione.

La certezza dei tempi è uno degli elementi decisivi per convincere i capitali privati a investire nell’housing accessibile, dove i margini sono più contenuti rispetto alla costruzione e alla vendita di immobili di lusso.

Chi è Mario Abbadessa

Mario Abbadessa ha guidato per oltre dieci anni le attività italiane del gruppo immobiliare internazionale Hines.

Durante la sua esperienza nel gruppo ha seguito importanti operazioni di rigenerazione urbana, soprattutto a Milano, tra cui i progetti dell’ex Trotto e dello Scalo Farini.

Nel 2026 ha lasciato Hines per fondare Add Capital, piattaforma indipendente con sede a Milano, della quale è amministratore delegato. Francesco Dini è stato nominato presidente.

La società punta a un modello integrato, seguendo direttamente le diverse fasi delle operazioni: acquisizione delle aree, sviluppo, costruzione e gestione degli immobili.

I capitali italiani e internazionali

Tra gli investitori e i sottoscrittori della piattaforma figurano soggetti istituzionali italiani e fondi sovrani stranieri.

Le ricostruzioni disponibili indicano la presenza di Mubadala, fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, della Kuwait Investment Authority e di investitori italiani come Cassa depositi e prestiti, Poste Vita e altri enti istituzionali.

La presenza di capitali pubblici e istituzionali dovrà contribuire a mantenere l’equilibrio tra sostenibilità finanziaria e finalità sociale del programma.

Il vero banco di prova sarà però rappresentato dal prezzo effettivo degli alloggi e dai requisiti che verranno richiesti agli assegnatari.

Il rischio di case calmierate solo sulla carta

La dichiarazione di interesse strategico e la disponibilità dei capitali rappresentano soltanto il primo passaggio.

Per valutare l’efficacia del progetto sarà necessario conoscere i territori scelti, il numero degli appartamenti, le dimensioni, i tempi di realizzazione e soprattutto i valori utilizzati per calcolare lo sconto del 35%.

In mercati nei quali i prezzi sono cresciuti rapidamente, una riduzione rispetto ai valori correnti potrebbe infatti produrre canoni ancora troppo elevati per molte famiglie.

Sarà inoltre necessario evitare che gli interventi si concentrino esclusivamente nelle zone più redditizie, trascurando le aree nelle quali la domanda abitativa è più urgente ma i margini economici sono inferiori.

Una prova per il Piano Casa

Il programma di Add Capital rappresenta una prova importante per la politica abitativa del Governo.

L’Italia ha bisogno di aumentare l’offerta di alloggi per quella vasta fascia di popolazione che non riesce ad accedere né alle case popolari né al libero mercato.

L’ingresso di investitori privati può accelerare la realizzazione degli immobili, ma richiede regole chiare, controlli pubblici e convenzioni capaci di garantire nel tempo prezzi realmente accessibili.

Il successo del progetto non sarà misurato soltanto dai miliardi investiti o dal numero dei cantieri aperti. Dipenderà dalla possibilità concreta per studenti, lavoratori e famiglie di vivere nelle città senza destinare all’affitto una parte insostenibile del proprio reddito.

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Cronache

Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»

La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.

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«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.

Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.

«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».

Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.

«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»

Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.

L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.

All’inizio quasi come una ricompensa.

«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».

Gin e vodka.

Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.

Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.

Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.

«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».

«È il tuo party privato»

È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.

La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.

«È il tuo party privato», racconta Amenta.

Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.

«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».

Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.

Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale

Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.

La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.

Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.

«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».

È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.

Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.

«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»

Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.

«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».

Il percorso, però, è stato difficile.

Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.

Per adesso non è successo.

«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».

Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada

Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.

Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.

Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.

Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.

Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.

Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.

Persino senza aceto nell’insalata.

Non perché la battaglia sia terminata.

Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.

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Cronache

Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia

Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.

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Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.

Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.

Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.

Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni

La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.

Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.

La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.

Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.

È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.

Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.

Val d’Aveto, muore il copilota

Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.

Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.

La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.

Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.

Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.

Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore

Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.

Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.

Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.

L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.

Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.

Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza

Erice, Val d’Aveto, Brescia.

Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.

Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.

La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.

Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.

Una strada non sarà mai un autodromo

Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.

Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.

Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.

Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.

Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.

Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.

Non per mettere sotto accusa uno sport.

Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.

Non può diventare una roulette.

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Cronache

Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela

Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.

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Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.

L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.

Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.

Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.

«Un passo alla volta»

È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.

Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.

«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.

La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.

Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.

Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento

Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.

Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.

Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.

Il rientro in Italia può attendere

Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.

Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.

Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.

La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».

È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.

Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.

Per adesso, dunque, un passo alla volta.

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