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Salute

Rapporto choc al Policlinico di Napoli: più del 10 per cento dei pazienti oncologici positivi al covid 19

Olga Fernandes

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“Più del 10 per cento dei nostri pazienti è risultato positivo al test per Covid. Non lo avremmo mai scoperto”. Queste le prime parole dell’incontro con Alfredo Marinelli – Unità Operativa di NEURONCOLOGIA AOU Federico II che continua: “Soprattutto perché avevano già superato il primo triage telefonico che, giorno dopo giorno, è volto ad identificare i sintomatici tra tutti coloro che devono effettuare la chemioterapia in Onco-Ematologia. Siamo rimasti impressionati come più del 10 per cento di oltre 300 persone fosse positivo al Test sul sangue per identificare gli anticorpi Covid”.

Alfredo Marinelli. Unità Operativa di Neuroncologia AOU Federico II di Napoli

Che cosa ne è stato di queste persone?
Le persone risultate positive al test sul sangue sono state sottoposte anche al Tampone nasofaringeo nonché segnalate al Medico di Medicina Generale per l’attuazione delle misure di contenimento e terapia previste dal nostro Sistema Sanitario. Man mano che riceveranno le risposte saranno attuate per loro le misure previste.
Ben sappiamo che le vittime più facili della morbosità da Covid, dette persone fragili, sono proprio quelle affette da tumore. Evitare che questo accada è una nostra responsabilità.


Come avete costruito questo servizio?
Lo scorso fine settimana poche ore dopo l’arrivo dei Test nella AOU Federico II la nostra Direzione Sanitaria ci ha dispensato il materiale, concordando con tutti i nostri Dirigenti Medici le procedure di tutela ed i percorsi per i pazienti Onco-Ematologici. Abbiamo normato i tragitti e le aree di attesa alle risposte come di separazione delle persone negative dalle positive al test sul sangue che sono state anche sottoposte anche al Tampone nasofaringeo.

Professore Marinelli ci risulta che lunedì mattina ci è stato un intervento delle Forze dell’Ordine perché qualcuno ha denunciato un assembramento.
Lunedì mattina, all’apertura del Day Hospital, le persone hanno scoperto che i soliti multipli accessi alla palazzina di Day Hospital erano chiusi con l’invito ad una entrata unica, scelta per controllare l’accesso. Ma ahimè anziché rispettare la fila, così come al supermercato, i familiari dei pazienti alla ricerca di informazioni si sono accalcati. Il Preside Luigi Califano immediatamente ha aperto gli ampi spazi didattici accanto al nostro Day Hospital. Ci ha fornito le aule e gli spazi accessori per espandere ed ancor meglio razionalizzare le procedure di Triage che abbiamo previsto e che durano tutta la giornata.

Ma per questo lavoro aggiuntivo su chi avete contato?
Abbiamo contato su Valeria e su Luigi, su Cinzia e su Carmine, su Alessandro e Roberto e su tutti i Dirigenti di Onco-Ematologia, che ben al di fuori dell’orario di lavoro hanno lavorato sulle procedure. Così come gli Specializzandi che seppur timorosi alla prima ora, vista la loro giovane età, lunedì erano lì un passo avanti a tutti. Importante era partire subito perché il tempo ci permette di salvare vite umane. E non con comodo nelle prossime settimane magari sotto i riflettori delle telecamere a registrare spot!
Che risultati vi attendete?
Il primo risultato è stato che in una popolazione asintomatica c’è un alto tasso di positivi al primo livello di indagine. Aspetteremo i dati dei tamponi. Ma fin quando non avremo il vaccino, in attesa di zero positivi, continueremo a sottrarre persone fragili al Covid.

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Aborto, dal ministero le nuove linee guida su Ru486

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Sull’aborto farmacologico l’Italia si allinea alla gran parte dei paesi europei e alle indicazioni dell’Oms, dopo anni in cui il nostro paese ha avuto la legislazione piu’ restrittiva. Sono state pubblicate oggi infatti le nuove linee guida sull’uso della pillola Ru-486, che annullano l’obbligo di ricovero dall’assunzione del farmaco fino alla fine del percorso assistenziale e allungano il periodo in cui si puo’ ricorrere alla procedura fino alla nona settimana di gravidanza. Il documento accoglie il parere del Consiglio Superiore di Sanita’ pubblicato lo scorso 4 agosto, e raccomanda anche “di effettuare il monitoraggio continuo ed approfondito delle procedure di interruzione volontaria di gravidanza con l’utilizzo di farmaci, avendo riguardo, in particolare, agli effetti collaterali conseguenti all’estensione del periodo in cui e’ consentito il trattamento in questione”. Il farmaco era stato approvato dall’Aifa nel 2009, ma l’impiego era limitato al regime di ricovero per i tre giorni necessari, anche se molte regioni con ordinanze proprie permettevano invece il day hospital. Proprio la decisione della governatrice dell’Umbria Donatella Tesei di annullare la delibera della precedente amministrazione che permetteva il day hospital, una delle piu’ avanzate in materia e che conteneva anche l’uso della telemedicina per assistere le donne, ha portato il ministro della Salute Roberto Speranza a chiedere un parere al Consiglio Superiore di Sanita’, che ha quindi rimosso il vincolo dopo meno di due mesi di dibattito, un tempo record rispetto alla media dei pareri della commissione. Il parere e’ stato accolto da forti polemiche da parte del mondo ‘pro life’ e dalla stessa Chiesa, contrari all’estensione, che invece, si legge anche nella circolare ministeriale, e’ la prassi in molti altri paesi. “Tenuto conto della raccomandazione formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) – scrive infatti il ministero – in ordine alla somministrazione di mifepristone e misoprostolo per la donna fino alla 9 settimana di gestazione, delle piu’ aggiornate evidenze scientifiche sull’uso di tali farmaci, nonche’ del ricorso nella gran parte degli altri Paesi Europei al metodo farmacologico di interruzione della gravidanza in regime di day hospital e ambulatoriale, la scrivente Direzione generale ha predisposto le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”.

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In Evidenza

Dai ricercatori Neuromed arrivano gli elettrodi innovativi per collegare il cervello al computer

Marina Delfi

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Una ricerca Neuromed avvicina la possibilità di utilizzare nuovi tipi di elettrodi, realizzati con nanotubi di carbonio, per registrare i segnali della corteccia cerebrale in cronico e utilizzarli per applicazioni di Brain Computer Interface. In altre parole un modo si può ridare autonomia  a pazienti paralizzati, parzialmente o del tutto, grazie alle istruzioni trasmesse attraverso questi elettrodi.

Infatti si potranno acquisire i segnali cerebrali in modo da elaborarli al computer per controllare protesi robotiche. È una delle frontiere più avanzate negli studi volti ad aiutare i pazienti paralizzati in seguito ad eventi acuti come l’ictus o a causa di patologie degenerative. Una ricerca condotta dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS) in collaborazione con l’Università Tor Vergata di Roma e altri centri di ricerca italiani, dimostra ora la possibilità di usare nanotubi di carbonio al posto degli elettrodi tradizionali, basati su metalli, per effettuare registrazioni di segnali cerebrali a lungo termine.

La precisa registrazione dei segnali elettrici del cervello si ottiene applicando, attraverso un intervento di neurochirurgia, particolari elettrodi sulla corteccia cerebrale. I segnali così rilevati possono essere elaborati e interpretati da dispositivi informatici che li potranno poi trasformare in istruzioni dirette a protesi robotiche o utilizzare per modulare l’attività cerebrale. In questo modo, diventa possibile comandare con il pensiero un braccio meccanico, oppure un “esoscheletro” robotico. Significa ridare autonomia e qualità della vita a pazienti parzialmente o interamente paralizzati.

Ingegner Luigi Pavone, Unità di Bioingegneria del Neuromed

“Gli elettrodi tradizionalmente usati nelle ricerche in questo campo – dice l’ingegner Luigi Pavone, dell’Unità di Bioingegneria del Neuromed, primo firmatario del lavoro scientifico assieme alla professoressa Slavianka Moyanova– sono costituiti da dischi metallici, depositati su film di materiale plastico o polimerico, che vengono impiantati, tramite intervento chirurgico, sulla corteccia cerebrale. Noi puntiamo a utilizzare, invece, i nanotubi di carbonio, un materiale più flessibile e quindi maggiormente capace di seguire tutte le curvature e le irregolarità della superficie del cervello e che consente di realizzare dispositivi di dimensioni molto piccole”.

Proprio per studiare le capacità tecniche di questo nuovo materiale, e soprattutto l’assenza di effetti negativi per l’organismo, la ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of Neural Engineering, ha utilizzato modelli animali sui quali sono stati impiantati gli elettrodi a nanotubi di carbonio in cronico. “Abbiamo potuto dimostrare – continua Pavone – che i nostri elettrodi sono biocompatibili. Nonostante il lungo periodo in cui sono stati mantenuti in sede, infatti, non sono stati registrati effetti negativi per la salute degli animali, come ad esempio fenomeni infiammatori. Inoltre i segnali registrati con i nostri elettrodi presentano un’efficienza maggiore a lungo termine rispetto agli elettrodi fatti con materiali tradizionali come il platino. Infine abbiamo dimostrato come essi siano molto più flessibili rispetto agli elettrodi tradizionali. Questo significa far aderire meglio i dispositivi alle cellule nervose, aumentando la precisione delle rilevazioni e, quindi, inviando al computer dati migliori sui quali basare le elaborazioni”.

“Questo è un campo emergente – commenta la professoressa Slavianka Moyanova – che potrebbe aprire nuove frontiere per aiutare alcune categorie di pazienti. Questi dispositivi neurali, basati su materiali conduttivi innovativi, potrebbero essere utilizzati per sviluppare interfacce uomo-macchina per aiutare le persone paralizzate a condurre una vita più indipendente, essendo in grado di controllare dispositivi esterni utilizzando i segnali elettrici del cervello. Ad esempio, un paziente paralizzato potrebbe essere in grado, con l’aiuto di tale impianto nel suo dispositivo cerebrale, di bere un bicchiere d’acqua o di camminare attraverso l’uso di esoscheletri. Potremmo anche pensare di utilizzare questi elettrodi nei pazienti epilettici per inviare stimoli elettrici nell’area epilettogena per interrompere le crisi epilettiche. Queste sono le principali applicazioni possibili in cui l’affidabilità, la sicurezza e la precisione dei sensori sono cruciali”.

Fabio Sebastiano, Consigliere delegato alla ricerca del Neuromed

“La ricerca sulle nuove tecnologie volte ad aiutare i pazienti – dice l’ingegner Fabio Sebastiano, Consigliere delegato alla ricerca del Neuromed – è una sfida che non è stata fermata dall’emergenza che stiamo vivendo. Il virus ha forse messo in ombra tutte le altre patologie, ma di sicuro non le ha fatte sparire. Proprio per questo dobbiamo continuare a esplorare strade nuove, uno sforzo per il quale è cruciale una rete di collaborazioni internazionali. Dobbiamo poi fare una riflessione: nella ricerca multidisciplinare, discipline diverse collaborano per trovare insieme soluzioni, ma ognuna contribuisce per le proprie competenze, che quindi rimangono separate. Al contrario, il progetto del nostro Istituto dimostra che nella ricerca ‘interdisciplinare’ le conoscenze in campi diversi permettono di creare nuovi modelli, strumenti, approcci che non sarebbero potuti emergere altrimenti. È così che si sviluppano sistemi innovativi per trovare nuove risposte”.

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Salute

Scoperta una nuova sindrome, oggi ha solo 7 bimbi malati

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 E’ stata scoperta una nuova sindrome, ora riscontrata in soli 7 bimbi in tutto il mondo. E’ legata alla mutazione di un gene, il Mapk1, e tocca lo sviluppo neurologico. Fa parte delle Rasopatie, un gruppo di malattie rare di origine genetica che coinvolge le proteine Ras, che trasmettono le informazioni dalla superficie della cellula al suo interno e che sono caratterizzate da un quadro clinico che include bassa statura, dismorfismi facciali, deficit cognitivo variabile, un ampio spettro di difetti cardiaci, anomalie a carico dell’apparato scheletrico e anche una predisposizione all’insorgenza di tumori in eta’ pediatrica. Questa scoperta vede la firma degli studiosi dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’, dell’Istituto superiore di sanita’ e di altri centri europei e statunitensi ed e’ stata pubblicata sulla rivista scientifica American Journal of Human Genetics. I 7 bimbi avevano un disordine del neurosviluppo associato a bassa statura, malformazioni cardiache e caratteristiche di viso e cranio riconducibili alla sindrome di Noonan, una delle Rasopatie piu’ comuni. La causa molecolare e’ stata identificata grazie all’uso delle nuove tecnologie di sequenziamento genomico nell’ambito di uno studio condotto all’interno del programma di ricerca “Vite Coraggiose” dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’. Sono passati 20 anni da quando e’ stato identificato il primo gene coinvolto nella piu’ frequente tra le Rasopatie, la sindrome di Noonan. Si trattava del gene Ptpn11, alla cui scoperta hanno contribuito le ricerche di Marco Tartaglia, responsabile dell’area di ricerca Genetica e Malattie Rare dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’. Da allora sono stati identificati numerosi altri geni responsabili della stessa sindrome di Noonan e delle altre Rasopatie correlate. “Il gene Mapk1 – spiega Tartaglia – era l’ultima proteina di questa importante via di comunicazione cellulare a non essere stata associata a una malattia genetica, quando mutata. Oggi si unisce alla famiglia dei geni implicati in una delle piu’ frequenti famiglie di malattie genetiche che colpiscono lo sviluppo e la crescita dei bambini”.(

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