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Paura per l’uragano Hanna, Texas flagellato dai venti

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Hanna si scaglia sul Texas con tutta la sua forza di uragano di categoria 1, il primo della stagione. Con venti a 150 chilometri orari si abbatte sul sud dello stato gia’ in difficolta’ per il coronavirus. Le forti piogge causano ingenti danni: 250.000 persone sono al buio e molte case sono state distrutte. L’allerta e’ massima anche per il timore di tornando che Hanna potrebbe causare. “Ogni uragano rappresenta una sfida enorme. Questa sfida e’ oggi complicata e resa piu’ difficile dal fatto che si abbatte su una delle aree dello stato piu’ colpite dal coronavirus”, afferma il governatore del Texas, Greg Abbott. Di solito, aggiunge, e’ in momenti come quelli di un uragano che si sceglie di “stare insieme alla propria famiglia per cercare di rispondere all’emergenza. Ma lo stare insieme continua a offrire al Covid-19 la possibilita’ di trasmettersi da persona a persona”. Con Hanna molte aree del Texas si attendono fino a 2,1 metri di piogge torrenziali e inondazioni, soprattutto nell’area di Rio Grande Valley. I pompieri e le squadre di primo soccorso lavorano ininterrottamente per aiutare chi e’ in difficolta’, in particolare coloro bloccati nelle proprie abitazioni. Operazioni complicate dalla mancanza di elettricita’ che, al momento, e’ un problema che non si puo’ affrontare: per gli addetti ai lavori e’ infatti troppo pericoloso intervenire a causa della velocita’ dei venti e delle piogge.

“L’uragano Hanna ha dato un duro colpo al nostro sistema. Siamo pronti a ricostruirlo ma non possiamo farlo fino a che non sara’ sicuro. Preparatevi a dei blackout prolungati”, spiega la Magic Valley Electric Cooperative, responsabile del servizio elettrico nell’estremo sud del Texas. Con il passare delle ore Hanna sta pero’ perdendo progressivamente forza e si appresta a entrare in Messico come tempesta tropicale. L’allarme pero’ in Texas resta alto: un altro potenziale sistema tropicale si sta formando nell’Atlantico e sembra orientato a seguire la stessa traiettoria di Hanna. Intanto scatta l’emergenza anche alle Hawaii per l’uragano Douglas, che si fara’ sentire soprattutto sull’isola di Ohau, dove si trova Honolulu. Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza, autorizzando di fatto la Federal Emergency Management Agency, la protezione civile americana, a coordinare gli sforzi e fornire l’assistenza necessaria.

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Il potere del finocchio: da rifiuto difficile da smaltire a risorsa economica

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Secondo uno studio scientifico è possibile riciclare gli scarti del finocchio. Si intitola “FENNEL – FavorirE l’utilizzo degli scarti del fiNocchio ai fini della BioEcoNomia utilE allo sviluppo delle imprese agricole” il progetto che intende valorizzazione l’ingente biomassa di scarto proveniente dalla lavorazione di questo ortaggio secondo i principi dell’economia circolare.

In un mondo funestato dalla pandemia, che prova ad essere sempre più green e attento alla sostenibilità anche le biomasse di scarto del finocchio da rifiuto speciale difficile da smaltire possono diventare una risorsa economica anche per le stesse aziende senza alcun ulteriore investimento di rilievo.

I protagonisti del progetto stanno lavorando in sinergia: la Fondazione Idis-Città della Scienza di Napoli con il Distretto Campania Bioscience, il Dipartimento di Agraria e il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, la società agricola F.lli Napolitano Carmine e Giuseppe. Un esempio di economia circolare applicata all’agricoltura, un modello virtuoso di agricoltura sostenibile per una corretta gestione degli scarti organici. Le biomasse di scarto agro-industriali maggiormente prodotte in Campania sono rappresentate dalle parti non commestibili del finocchio (fonte ISTAT 2017): il 55-60% è trattato come un rifiuto speciale da smaltire, costituendo un costo ingente per tutta la filiera mentre solo il 40-45% del frutto rappresenta la parte mangiabile.

Il materiale di scarto può infatti essere un’interessante fonte di biomolecole con un ampio potenziale applicativo in agricoltura e in vari settori industriali. Da biomasse da rifiuto a risorsa economica per un impiego in ambiti diversi, rappresentati da compost, tè di compost e sostanze umiche da compost, integratori nutraceutici quali capsule gastro-resistenti, bevande funzionali, barrette dietetiche ricche in fibra.

“L’enorme quantità di scarto proveniente dalla filiera di lavorazione del finocchio – dichiara la professoressa Stefania De Pascale, responsabile scientifico del progetto e docente di orticoltura e floricoltura al Dipartimento di Agraria della Federico II di Napoli – rappresenta ancora una fonte di molecole bioattive che, opportunamente veicolate, possono trasformarsi da costo a valore aggiunto per le aziende agricole in linea con i principi dell’economia circolare”.

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Plastic tax, Salvini: slitta tutto al 1 gennaio 2022 ma Salvini vuole cancellarla

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Slitta dal 1° luglio 2021 al 1° gennaio 2022 l’entrata in vigore della Plastic tax. E’ quanto prevede una bozza ancora provvisoria del decreto sostegni bis. La notizia è vera e ad intestarsi la paternità di questo rinvio è la Lega. “Grazie alla Lega ed al governo, si rinvia (e lavoriamo perché si cancelli definitivamente) una tassa che metterebbe a rischio 30.000 posti di lavoro. Volere è potere”. Lo dice il leader della Lega Matteo Salvini a proposito del rinvio della plastic tax.

 

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Dal 2000 accelerato lo scioglimento dei ghiacciai

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L’alba del ventunesimo secolo è ‘rovente’ per i ghiacciai di tutto il mondo: negli ultimi 20 anni il loro scioglimento e’ accelerato su scala globale, e ha contribuito per quasi un quinto dell’innalzamento del livello dei mari. In media sono state perse 267 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di ghiaccio all’anno, con un’impennata del 130% tra il 2000 e il 2019. A descrivere il fenomeno con un’accuratezza senza precedenti sono le nuove misurazioni ad altissima precisione di oltre 217.000 ghiacciai del mondo, praticamente tutti gli esistenti escluse le calotte di Groenlandia e Antartide. La loro mappatura in HD, pubblicata su Nature da un team internazionale guidato dall’Universita’ di Tolosa, permettera’ di migliorare i modelli sul cambiamento climatico con cui prevedere gli scenari futuri e sviluppare nuove strategie per lo sfruttamento delle risorse idriche e la mitigazione dell’innalzamento dei mari. “Questo studio ha ridotto notevolmente i margini di incertezza presenti negli studi precedenti cosi’ come nell’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) del 2019”, commenta Massimo Frezzotti, glaciologo dell’Universita’ di Roma Tre e presidente del Comitato glaciologico italiano. “Grazie alle immagini aeree e satellitari, e’ stato possibile misurare le variazioni di spessore di quasi tutti i ghiacciai mondiali, e non solo di quelle poche centinaia che vengono solitamente monitorati perche’ piu’ facilmente accessibili”. I risultati ottenuti sono in linea con quelli di studi precedenti, ma molto piu’ precisi: “per questo permettono di capire meglio le correlazioni con le condizioni climatiche e ambientali”, sottolinea il glaciologo. E’ un po’ come sfregarsi gli occhi e riuscire finalmente a mettere a fuoco dettagli mai colti prima. “I dati indicano che attualmente i ghiacciai stanno cedendo piu’ acqua rispetto alle grandi calotte polari, anche se queste ultime (che contengono maggiori quantita’ di acqua) stanno accelerando molto piu’ in fretta: la Groenlandia dal 2000 a oggi ha aumentato la perdita di ghiaccio del 162%, mentre l’Antartide del 436%”, ricorda l’esperto. I ghiacciai presenti in Alaska e nelle Ande sono quelli che negli ultimi vent’anni hanno registrato le maggiori perdite, mentre i ghiacciai alpini detengono il primato mondiale per quanto riguarda la riduzione dello spessore medio, pari a circa un metro all’anno. “Un dato che non sorprende – dice Frezzotti – considerato che dall’inizio del ventesimo secolo i ghiacciai alpini si sono ridotti di oltre il 60%”. E’ evidente che “stiamo perdendo un grande patrimonio ambientale ed economico, con gravi implicazioni per molte popolazioni del mondo. La fusione dei ghiacciai – spiega l’esperto – comporta la perdita di importanti serbatoi d’acqua in grado di aiutare l’agricoltura e l’industria tamponando la scarsita’ delle precipitazioni nei periodi di secca. Inoltre l’acqua di fusione finisce nei mari, che si stanno innalzando di 3,5 millimetri all’anno: un problema non solo per citta’ come Venezia, ma anche per quell’11% della popolazione mondiale che abita in zone costiere che rischiano di essere sommerse”.

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