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Patrimoniale, il Campo largo si divide sulla tassa che nessuno vuole nominare

La patrimoniale torna a dividere il centrosinistra. Da Avs al Pd, dai 5 Stelle al centro riformista, il Campo largo si spacca su una proposta che accende il dibattito fiscale e rischia di diventare un assist alla destra.

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La patrimoniale è la parola che il centrosinistra prova ciclicamente a evitare e che puntualmente torna a dividere tutti. Basta nominarla perché il Campo largo, già attraversato da distanze politiche e personali, si ritrovi di nuovo sospeso tra giustizia fiscale, paura elettorale e antiche ossessioni.

La tassa che divide prima ancora di esistere

Il dibattito corre da sinistra verso il centro e fotografa un’alleanza ancora tutta da costruire. Ci sono i favorevoli convinti, come Angelo Bonelli e una parte di Alleanza Verdi e Sinistra. Ci sono i favorevoli più prudenti, come Nicola Fratoianni, che la presenta come una misura di buon senso contro le disuguaglianze.

Nel Partito democratico Elly Schlein sostiene che la patrimoniale non possa essere più un tabù. Ma Romano Prodi avverte che una proposta del genere rischia di far vincere la destra. Nei 5 Stelle Giuseppe Conte frena, mentre Chiara Appendino apre. Matteo Renzi la boccia senza appello. Ernesto Maria Ruffini invita a discutere prima di progressività fiscale e Irpef. Alessandro Onorato propone invece di non parlarne più.

Il problema politico del nome

Il punto non è solo tecnico. Prima ancora di capire chi tassare, quanto tassare e con quali strumenti, la patrimoniale diventa un simbolo. Per la sinistra più radicale rappresenta la risposta alla concentrazione della ricchezza e alla fatica del ceto medio. Per l’area riformista è invece una parola tossica, capace di spaventare elettori, imprese e risparmio.

Bonelli insiste da tempo su una patrimoniale sui super ricchi, definendola necessaria e persino imprescindibile. Fratoianni ne condivide l’impianto, ma prova a renderla più digeribile politicamente. Il problema resta sempre lo stesso: appena il tema entra nell’agenda pubblica, la discussione si sposta dalla giustizia fiscale alla paura di perdere le elezioni.

Il Pd tra Schlein e Prodi

Il Pd è il luogo dove la frattura si vede meglio. Schlein prova a spingere il partito verso una linea più redistributiva e sostiene che non si possa escludere a priori una tassazione dei grandi patrimoni. È una posizione coerente con la sua idea di sinistra sociale, ma espone il partito agli attacchi della destra e alle perplessità dell’area moderata.

Prodi, invece, mette il tema sul piano della convenienza politica. La patrimoniale, dice in sostanza, può anche apparire giusta in teoria, ma in campagna elettorale rischia di trasformarsi in un boomerang. È la vecchia tensione del centrosinistra: parlare al proprio popolo o provare a vincere nel Paese.

I 5 Stelle e la linea divisa

Anche nel Movimento 5 Stelle la posizione non è compatta. Conte ha più volte tenuto il tema fuori dall’agenda immediata, evitando di consegnare alla destra un argomento facile. Appendino, invece, ha aperto esplicitamente alla patrimoniale, sostenendo che molti nel Movimento la pensano come lei.

È una divisione che racconta la trasformazione dei 5 Stelle: da forza trasversale e anti-sistema a soggetto sempre più chiamato a scegliere dove collocarsi nel campo progressista. La patrimoniale, anche qui, diventa una prova d’identità.

Il centro dice no o prende tempo

Italia Viva resta sulla linea del no. Renzi considera la patrimoniale un errore tattico e strategico, un autogol politico. Per l’area centrista, il tema rischia di allontanare gli elettori moderati e di rafforzare la narrazione della destra contro una sinistra delle tasse.

Ruffini prova a spostare il discorso su un terreno diverso: non tanto una patrimoniale evocata come bandiera, quanto una revisione della progressività fiscale, a partire dall’Irpef. Il suo ragionamento è che chi guadagna molto di più non può essere trattato come chi ha redditi medi. Ma anche lui sa che parlare di patrimoniale è probabilmente il modo peggiore per raccontare una riforma fiscale.

Il rischio dell’autogol

Il problema del Campo largo è tutto qui. La patrimoniale può essere una proposta di giustizia sociale se spiegata bene, delimitata ai grandi patrimoni e costruita dentro una riforma complessiva del fisco. Ma può diventare anche un regalo alla destra se resta una parola d’ordine vaga, agitata senza dettagli e senza una strategia comune.

La coalizione progressista, alla vigilia dell’ultima estate prima delle prossime politiche, avrebbe bisogno di parlare di salari, sanità, casa, giovani, lavoro, scuola, imprese e disuguaglianze. Invece rischia di restare impigliata nella discussione più antica e più divisiva: tassare i patrimoni sì o no.

Una coalizione ancora senza sintesi

La patrimoniale non è solo una proposta fiscale. È il test sulla capacità del Campo largo di costruire una linea comune. Se ognuno parla al proprio pezzo di elettorato, il risultato è una somma di posizioni incompatibili. Se invece la coalizione riesce a trasformare il tema in una riforma credibile della progressività, allora la discussione può diventare politica e non soltanto propaganda.

Per ora prevale la confusione. La sinistra la vuole, il centro la teme, il Pd la discute, i 5 Stelle si dividono. E la destra osserva, pronta a trasformare ogni sfumatura in uno slogan.

La patrimoniale, ancora una volta, non è solo una tassa. È il fantasma che torna a visitare il centrosinistra ogni volta che il centrosinistra prova a capire che cosa vuole diventare.

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Cronache

Caso Ranucci, la querela sul segreto investigativo riapre il dibattito sul “metodo Report”

Sigfrido Ranucci e alcuni giornalisti di Report hanno denunciato la presunta rivelazione di atti coperti da segreto. La vicenda riapre il confronto sui limiti del giornalismo d’inchiesta, sulla gestione delle fonti riservate e sull’uso di conversazioni private e materiali acquisiti informalmente.

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Sigfrido Ranucci e alcuni giornalisti di Report hanno presentato una querela nei confronti di persone che, secondo la loro denuncia, avrebbero violato il segreto d’ufficio e il segreto investigativo.

Una scelta pienamente legittima sul piano giudiziario. Ma anche una vicenda che ripropone un tema più ampio: il rapporto tra chi fa giornalismo d’inchiesta, le fonti riservate e il materiale coperto da vincoli di riservatezza.

Il paradosso, almeno apparente, è evidente. Report ha costruito negli anni una parte rilevante della propria identità editoriale proprio sulla pubblicazione di documenti riservati, registrazioni, conversazioni private e informazioni provenienti da soggetti vicini alle indagini o alle istituzioni. Oggi la trasmissione denuncia la diffusione di notizie riservate che la riguardano.

Il segreto vale anche quando riguarda i giornalisti

Non esiste, naturalmente, alcuna contraddizione giuridica automatica. Un giornalista può utilizzare informazioni ricevute da una fonte e, nello stesso tempo, denunciare chi abbia illegittimamente divulgato atti coperti da segreto.

Il punto è invece culturale e deontologico. Qual è il confine tra il diritto di cronaca e la pubblicazione di materiale privato? Quando una registrazione diventa rilevante per l’interesse pubblico e quando si trasforma soltanto nell’esposizione di una vicenda personale?

È una domanda che non riguarda soltanto Report, ma l’intero giornalismo.

La conversazione privata di Sangiuliano

Uno degli episodi più discussi resta la trasmissione della conversazione privata tra l’allora ministro Gennaro Sangiulianoe la moglie, registrata durante la crisi provocata dalla relazione con Maria Rosaria Boccia.

Quel materiale aveva certamente un collegamento con una vicenda politica e istituzionale. Ma conteneva anche passaggi strettamente personali, segnati dalla rabbia, dal dolore e dalla dimensione privata di una coppia.

La domanda resta aperta: la pubblicazione integrale di quella conversazione aggiungeva elementi indispensabili alla comprensione dei fatti oppure serviva soprattutto ad aumentarne l’impatto mediatico?

La libertà di stampa protegge il diritto di informare. Non elimina però il dovere di valutare pertinenza, essenzialità e continenza.

Il rischio delle tesi costruite in partenza

La critica più ricorrente al cosiddetto “metodo Report” riguarda la struttura narrativa delle inchieste. L’impressione, in alcuni casi, è che si parta da una tesi già definita e si selezionino testimonianze, documenti e immagini capaci di sostenerla.

Non è una questione marginale. Il giornalismo d’inchiesta dovrebbe verificare un’ipotesi, non dimostrarla a ogni costo.

Quando una ricostruzione privilegia sistematicamente insinuazioni, montaggi suggestivi, telecamere nascoste, pedinamenti e audio presentati come esclusivi, il rischio è che la forza narrativa prevalga sulla solidità delle prove.

Questo non significa negare il valore delle numerose inchieste realizzate dalla trasmissione. Significa chiedere che anche il giornalismo più aggressivo sia sottoposto agli stessi criteri di verifica che pretende dagli altri.

Il caso Nordio e la fonte smentita

Un altro episodio significativo riguarda l’affermazione, riferita da Ranucci durante una trasmissione televisiva, secondo cui una fonte avrebbe visto il ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch dell’investigatore Emanuele Cipriani in Uruguay.

Nordio smentì immediatamente la circostanza.

Una fonte può sbagliare, mentire o riferire informazioni incomplete. È proprio per questo che l’esistenza di una fonte, da sola, non basta a trasformare un’indiscrezione in una notizia verificata.

Il giornalista deve proteggere l’identità della fonte, ma deve anche controllarne l’attendibilità. Altrimenti il segreto professionale rischia di diventare uno scudo dietro il quale si possono diffondere affermazioni impossibili da controllare.

Chi governa il rapporto con la fonte

Il nodo centrale non è l’uso delle fonti riservate. Senza fonti confidenziali, molte vicende di interesse pubblico non sarebbero mai emerse.

Il problema nasce quando il rapporto diventa opaco e non è più chiaro chi stia guidando il racconto. Il giornalista deve governare la fonte, verificarne gli interessi, comprenderne le motivazioni e cercare riscontri indipendenti.

Quando accade il contrario, la fonte può utilizzare il giornalista per regolare conti, indirizzare un’inchiesta, colpire avversari o far circolare materiale selezionato.

È su questo terreno che si misura l’affidabilità di una redazione.

Il caso Lavitola e la necessità di chiarezza

La vicenda dei rapporti tra Valter Lavitola, alcuni suoi collaboratori e l’ambiente di Report è ancora oggetto di accertamenti. Non è possibile attribuire responsabilità sulla base di indiscrezioni o semplici frequentazioni.

Fino a prova contraria, ogni rapporto personale o professionale deve essere valutato senza forzature e nel rispetto della presunzione di innocenza.

Ma proprio perché Report ha costruito la propria autorevolezza chiedendo trasparenza agli altri, è legittimo attendersi la massima chiarezza sul proprio metodo di lavoro, sulle fonti utilizzate e sugli eventuali contatti con persone coinvolte nelle vicende raccontate.

Non si tratta di mettere il bavaglio al giornalismo d’inchiesta. Al contrario, significa difenderne la credibilità.

Perché la libertà di stampa è tanto più forte quanto più è accompagnata da rigore, verifica e responsabilità.

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Esteri

Droni ucraini paralizzano il Mar d’Azov: Mosca sospende la navigazione, bloccate petrolio e grano

Gli attacchi dei droni ucraini nel Mar d’Azov costringono la Russia a sospendere la navigazione attraverso lo stretto di Kerch e il canale Don-Azov. Colpite decine di imbarcazioni, rallentate le esportazioni di petrolio e cereali e messa sotto pressione la logistica militare del Cremlino.

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Il Mar d’Azov, che dopo l’occupazione russa delle sue coste nel 2022 era stato trasformato da Mosca in una sorta di mare interno, è diventato uno dei nuovi fronti più delicati della guerra tra Russia e Ucraina. La crescente offensiva dei droni navali e aerei di Kiev ha costretto il Cremlino a limitare la navigazione commerciale e militare in un’area fondamentale per l’economia e la logistica russe.

Secondo fonti del settore marittimo citate da Reuters, la Russia ha sospeso il traffico attraverso il canale Don-Azov e limitato il passaggio nello stretto di Kerch dopo una serie di attacchi contro navi mercantili e petroliere. La misura, adottata per ragioni di sicurezza, non è stata annunciata ufficialmente dalle autorità russe ma è stata comunicata agli operatori del settore.

Oltre cento navi colpite secondo Kiev

L’Ucraina rivendica una delle più vaste campagne contro la logistica marittima russa dall’inizio della guerra.

Il comandante delle Forze ucraine per i sistemi senza pilota, il tenente colonnello Robert Brovdi, ha dichiarato che nell’ultima settimana sarebbero state colpite 105 imbarcazioni russe nel Mar d’Azov. L’ultimo attacco, secondo Kiev, avrebbe interessato 15 navi, tra cui sette petroliere, cinque cargo, un traghetto e due rimorchiatori.

Questi numeri provengono esclusivamente dalle autorità ucraine e non sono stati confermati in modo indipendente dalla Russia.

Il blocco dello stretto di Kerch

Le restrizioni impediscono alle navi di attraversare lo stretto di Kerch, il passaggio che collega il Mar d’Azov al Mar Nero e, attraverso il Bosforo, al Mediterraneo.

La sospensione della navigazione coinvolge anche il canale Don-Azov, una delle principali arterie commerciali della Federazione Russa. Attraverso questa rotta transitano infatti una quota significativa delle esportazioni di cereali provenienti dalle regioni di Rostov e Krasnodar, oltre a fertilizzanti, prodotti industriali e merci dirette dal bacino del Mar Caspio verso i mercati internazionali.

Secondo analisti del settore, fino a un quarto delle esportazioni russe di grano utilizza questa via marittima. La chiusura ha già provocato tensioni sul mercato internazionale dei cereali e un rialzo dei prezzi sui mercati europei.

La “flotta ombra” nel mirino

Tra gli obiettivi dell’offensiva figurano numerose petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, il sistema di navi utilizzato dalla Russia per continuare a esportare petrolio aggirando, almeno in parte, le sanzioni occidentali.

Negli ultimi giorni Kiev ha intensificato gli attacchi contro queste imbarcazioni, considerate fondamentali per mantenere i flussi energetici verso i mercati internazionali e per rifornire la Crimea occupata.

Un duro colpo alla logistica russa

L’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagorodnyuk sostiene che Mosca stia perdendo il controllo di uno dei propri corridoi logistici più importanti.

La paralisi della navigazione rallenta infatti non solo il commercio civile, ma anche i rifornimenti destinati alle forze russe impegnate nel sud dell’Ucraina.

Per il momento non risultano conferme ufficiali del Cremlino sull’entità dei danni né sulla durata delle restrizioni. Tuttavia, diverse fonti del settore confermano che le limitazioni alla navigazione sono ancora in vigore e che molte navi restano ferme nei porti o impossibilitate a lasciare il Mar d’Azov.

Un nuovo equilibrio nel Mar d’Azov

L’offensiva dimostra come l’impiego dei droni stia modificando profondamente gli equilibri del conflitto.

Un’area che fino a pochi mesi fa appariva saldamente sotto il controllo russo è oggi diventata vulnerabile agli attacchi ucraini, con conseguenze che si estendono ben oltre il piano militare, coinvolgendo esportazioni energetiche, commercio internazionale e approvvigionamenti alimentari.

Resta da capire se la sospensione della navigazione rappresenti una misura temporanea oppure l’inizio di una revisione più ampia della strategia russa nel Mar d’Azov, diventato uno dei teatri più sensibili della guerra.

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Esteri

Il Mossad puntò su Ahmadinejad per il dopo Khamenei: il piano segreto di Israele fallito in Iran

Secondo inchieste del New York Times e di Haaretz, il Mossad avrebbe cercato di reclutare l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ipotizzando per lui un ruolo nella guida dell’Iran dopo la caduta del regime. Il progetto, discusso anche con Donald Trump, non avrebbe prodotto i risultati sperati.

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Una delle operazioni politiche e di intelligence più sorprendenti progettate durante il conflitto contro l’Iran avrebbe avuto come protagonista Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano conosciuto per le sue durissime posizioni contro Israele e per le dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.

Secondo due inchieste pubblicate dal New York Times e dal quotidiano israeliano Haaretz, il Mossad avrebbe cercato per anni di avvicinare Ahmadinejad, arrivando a considerarlo un possibile uomo di riferimento per la fase successiva a un eventuale crollo della Repubblica islamica. Le informazioni riportate dai giornali si basano prevalentemente su fonti anonime e non risultano confermate ufficialmente né da Israele né dall’ex presidente iraniano.

Da nemico di Israele a possibile interlocutore

Ahmadinejad, presidente dell’Iran dal 2005 al 2013, era stato per anni uno dei volti più radicali del sistema iraniano. Nel tempo, tuttavia, avrebbe assunto posizioni sempre più critiche verso la leadership religiosa e verso la gestione del Paese.

Questo progressivo allontanamento avrebbe attirato l’attenzione dei servizi israeliani. I primi contatti sarebbero cominciati nel 2022 e sarebbero proseguiti attraverso viaggi e incontri organizzati fuori dall’Iran.

Uno degli appuntamenti più delicati si sarebbe svolto nel 2024 a Budapest, formalmente in occasione di una conferenza sul clima. Secondo la ricostruzione, l’invito sarebbe stato utilizzato per consentire ad Ahmadinejad di incontrare rappresentanti del Mossad e, probabilmente, lo stesso direttore dell’agenzia, David Barnea.

Il capo del Mossad David Barnea

Il progetto per il dopo Khamenei

L’obiettivo non sarebbe stato soltanto quello di ottenere informazioni. Una parte della leadership israeliana avrebbe immaginato Ahmadinejad come possibile figura di transizione nel caso in cui gli attacchi militari avessero provocato il collasso delle istituzioni iraniane.

Il piano sarebbe stato sostenuto da Barnea e dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che avrebbe indicato l’ex presidente a Donald Trump come possibile alternativa alla leadership religiosa dopo l’eliminazione di Ali Khamenei.

La proposta avrebbe però provocato forti perplessità anche all’interno degli apparati israeliani. Affidarsi a un politico che per anni aveva costruito la propria immagine sulla contrapposizione radicale allo Stato ebraico appariva a molti funzionari una scelta rischiosa e difficilmente sostenibile davanti all’opinione pubblica iraniana.

L’ipotesi di armare i curdi

La strategia attribuita a Israele comprendeva anche un secondo fronte. Le forze curde presenti nel nord dell’Iraq avrebbero dovuto essere armate e addestrate per esercitare pressione sulle regioni occidentali dell’Iran e contribuire alla destabilizzazione del sistema.

Anche questa parte del progetto non avrebbe però trovato attuazione. Le formazioni curde non hanno aperto un fronte militare significativo e l’apparato iraniano, nonostante i durissimi attacchi subiti, è riuscito a mantenere il controllo del territorio e delle principali istituzioni.

Dopo la morte di Ali Khamenei, il potere è rimasto nelle mani dell’establishment politico, religioso e militare della Repubblica islamica, con la successione affidata al figlio Mojtaba Khamenei e con i Pasdaran ancora determinanti negli equilibri interni.

La misteriosa sorte di Ahmadinejad

Il destino dell’ex presidente resta avvolto nell’incertezza. Secondo alcune fonti citate dalle inchieste, Ahmadinejad sarebbe stato sorvegliato da uomini dei Guardiani della rivoluzione già prima dell’inizio dell’offensiva del 28 febbraio.

Durante uno dei primi raid, le guardie che lo controllavano sarebbero state uccise. Il Mossad lo avrebbe quindi trasferito in un luogo sicuro, ma Ahmadinejad avrebbe successivamente lasciato il rifugio, forse perché convinto che il piano per rovesciare il sistema fosse ormai fallito.

Da quel momento sarebbe stato preso in custodia dai Pasdaran o sottoposto a una forma di arresto domiciliare. Non esistono tuttavia conferme ufficiali sulla sua condizione.

L’ex presidente è riapparso brevemente durante le cerimonie funebri per Ali Khamenei, alimentando ulteriormente interrogativi sui suoi rapporti con il regime e sulla reale natura dei suoi contatti con Israele.

Un’operazione rimasta senza esito

Il progetto attribuito al Mossad mostra quanto Israele avesse puntato non soltanto alla distruzione delle infrastrutture militari iraniane, ma anche a un cambiamento politico interno.

La mancata insurrezione popolare, l’assenza di un’offensiva curda e la capacità dell’apparato iraniano di riorganizzarsi avrebbero però reso impraticabile il piano.

Resta una vicenda costruita su informazioni riservate, fonti anonime e operazioni clandestine, i cui particolari non possono essere verificati in modo indipendente. La storia dei presunti rapporti tra Ahmadinejad e il Mossad potrebbe quindi essere soltanto all’inizio. La sua conclusione dipenderà anche dalla sorte dell’ex presidente, oggi nuovamente scomparso dalla scena pubblica.

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