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“Papa Luciani fu avvelenato dal Cardinale Marcinkus”, 33 anni dopo la morte parla il nipote del boss mafioso Lucky Luciano

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Papa Luciani fu avvelenato con il cianuro, in una congiura di palazzo ordita da Paul Marcinkus, perché voleva denunciare frodi azionarie compiute in Vaticano. L’ultima versione fantapolitica sul Pontefice che morì 33 giorni dopo il Conclave che lo elesse nel 1978 è esposta da un ex gangster della famiglia mafiosa americana dei Colombo, Anthony Luciano Raimondi, suo libro di memorie ‘When the Bullet Hits the Bone’, appena pubblicato negli Usa dalla casa editrice Page Publishing. Uno scenario non nuovo, per uno dei più imperituri gialli vaticani, che è stata però già smontata da una accurata indagine pubblicata pochi mesi fa da Stefania Falasca, giornalista nonché vice-postulatrice della causa di beatificazione. Il libro ‘Papa Luciani. Cronaca di una morte’ (Piemme), che ha due meriti. Il primo, più evidente, è ricostruire, per la prima volta con referti medici e testimonianze-chiave sinora inedite, perché sub secreto pontificio, le circostanze del decesso di Giovanni Paolo I, sfatando così le svariate leggende noir che si sono accumulate intorno ai destini del pontefice veneto. Il secondo – una volta sgombrato il campo dal ‘giallo’ – restituire al lettore il significato di un pontificato che, pur breve, non fu per questo minore. Luciani morì per un infarto che si era manifestato con un dolore al petto già poche ore prima della sua morte. La gravità del malore fu sottovalutata dal Papa stesso così come dai collaboratori che ne erano a conoscenza. Attingendo ai fascicoli sinora secretati della Santa Sede, Falasca porta alla luce, in particolare, la testimonianza di suor Margherita Marin, l’unica sopravvissuta delle religiose che servivano nell’appartamento pontificio (e incredibilmente non interrogata nel corso della causa diocesana per la beatificazione di Luciani), e il referto clinico firmato dal dottor Renato Buzzonetti, primo medico ad essere chiamato al capezzale del Papa morto.

Papa Luciani. Il Papa buono

 

Dalla ricostruzione degli eventi che sfociano nella morte del Pontefice vengono alla luce molti particolari precisi, e inediti, come il fatto che, per volontà dell’allora cardinale di Stato Jean-Marie Villot la sala stampa vaticana diffuse un comunicato stampa che dichiarava falsamente che il Pontefice era stato trovato morto dal suo segretario John Magee (e invece era stato rinvenuto da suo Marin e, prima ancora, da una sua consorella più anziana); la inadeguatezza nel ruolo dell’altro segretario del Papa, don Diego Lorenzi, e la scarsa credibilità di molti dettagli raccontati negli anni da quest’ultimo nonché da Magee; il fatto che Luciani – contrariamente a notizie messe in giro anche da qualche cardinale – non era riverso a terra ma sembrava essere morto nel sonno; ma anche le domande che, in preparazione del successivo Conclave, i cardinali vollero rivolgere ai medici (se ‘l’esame della salma’ consentiva di ‘escludere lesioni traumatiche di qualsiasi natura’, se fosse accertata la diagnosi di ‘morte improvvisa’, se ‘la morte improvvisa è sempre naturale’), che mostrano come tra gli stessi porporati ci fosse chi non escludeva l’ipotesi di una morte provocata, smentita invece dai medici. Luciani, è il quadro che emerge e che smentisce tante ipotesi di questi decenni, non era oppresso dal peso delle responsabilità, viveva con serenità il suo mandato, non prevedeva di essere eletto né che il suo pontificato sarebbe durato poco, si sentiva fisicamente bene, e, da quel che è possibile ricostruire, prima di morire non si stava occupando dello Ior, ma della nomina del suo successore a Venezia (il riottoso Angelo Viganò, che non riuscì a nominare prima di morire). Giustamente Pia Luciani, citata nel volume, commenta nella sua deposizione per la causa di beatificazione: ‘Credo che la Curia romana sia stata poco prudente nel dare informazioni non esatte circa il suo rinvenimento, aprendo così la strada alle illazioni’.

Paul Casimir Marcinkus. Il Cardinale accusato dal nipote del boss di aver avvelenato il Papa buono

Il libro di Stefania Falasca, che porta la prefazione di un altro veneto, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, non è solo un avvincente ricostruzione storiografica su uno dei più discussi ‘gialli’ del Vaticano, bensì – come ‘l’atto di giustizia e di pace’ rappresentata dal processo di beatificazione – una riscoperta del pontificato di Luciani. Perché ‘nel corso del pur breve pontificato si sono così manifestate le priorità in cantiere di un pontefice che ha fatto progredire la Chiesa lungo le strade maestre indicate dal Concilio: la risalita alle sorgenti del Vangelo e una rinnovata missionarietà, la collegialità episcopale, il servizio nella povertà ecclesiale, il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell’unità con le Chiese cristiane, il dialogo interreligioso, la ricerca della pace’. C’è un aspetto sul quale il volume indugia a più riprese, grazie anche ad alcune carte conservate nell’archivio di Giulio Andreotti, da ultimo direttore della rivista 30Giorni – da dove Falasca proviene – che, caso raro nel panorama editoriale cattolico, non ha mai sottovalutato la figura di Giovanni Paolo I. E’ la presenza di Papa Luciani nella politica internazionale dell’epoca. L’attenzione a lui riservata dalla diplomazia russa e dal presidente Breznev in persona, gli appelli – in un caso omessi dalla comunicazione ufficiale vaticana – per i colloqui di Camp David, la cordiale corrispondenza con il presidente statunitense Jimmy Carter che quei colloqui promosse.

 

Al lettore del libro viene spontaneo domandarsi come sarebbe stata la Chiesa cattolica se il pontificato di Giovanni Paolo I fosse durato più a lungo. Come avrebbe inciso nella ricezione del Concilio vaticano II appena concluso, aperto da Giovanni XXIII e chiuso da Paolo VI: ‘Con l’inedita scelta del binomio ‘Giovanni Paolo”, annota Falasca, ‘aveva eretto l’arco di congiunzione di coloro che erano stati le colonne portanti di tale opera. Colonne che furono da taluni giudicate staccate. Luciani conosceva questo dissidio serpeggiante in seno alla Chiesa e lo considerava offensivo della verità e nemico dell’unità e della pace’. Come avrebbe inciso sulla storia della Chiesa, marcata, dal secondo Conclave del 1978, dalla forte personalità – e dalla decisa posizione politica – dal polacco Karol Wojtyla, un Papa schierato senza esitazione contro il comunismo internazionale. Come avrebbe inciso sulla storia d’Italia e del mondo della guerra fredda. E’ significativo, al riguardo, che il primo nome al quale Luciani pensò per Venezia – e anche questo è uno scoop del libro – fosse il flamboyant gesuita Bartolomeo Sorge, che, come si legge in una lettera molto critica inviata al Papa dall’allora presidente della Cei Angelo Poma, ‘dopo la lettera di Berlinguer a mons. Bettazzi, ha auspicato pubblicamente un dialogo culturale con il comunismo italiano. Anche tale posizione non favorisce l’unità dell’episcopato italiano’. E a proposito di compromesso storico, la memoria del lettore non può non andare ad una altra morte traumatica – questa sì violenta – che segnò, poco più di un anno dopo, le sorti del paese e quelle del compromesso storico, l’uccisione di Aldo Moro. Ma questi, appunto, sono interrogativi del lettore, tutto sommato oziosi.La realtà, quella documentata con acribia, è quella contenuta nella ‘cronaca di una morte’. Ossia, che ‘Luciani non è stato ucciso’.

O meglio: ‘E’ stato ucciso post mortem dal silenzio di quanti, fuori e dentro le mura vaticane, non hanno potuto trarre vantaggi personali in termini di onori mondani dal suo fugace passaggio, dalla sua limpida e scarna testimonianza evangelica. È stato ucciso post mortem dal sussiego di un oblio storico e storiografico perché sfuggente ai compartimenti stagni degli incasellamenti e ai ritorni d’interesse dei riscontri in chiave ideologica di quanti allora, come ancora oggi, confrontano gesti e parole con la tabella dei valori stabiliti dalle agende liberal o conservative. E’ stato ucciso post mortem dall’avido accredito alle pièce teatrali di certa fumettistica noir che ha speculato abilmente sull’immaginario accattivante di una morte violenta relegandolo a una damnatio memoriae per la quale valgono le parole di Cristo agli scribi e ai farisei: ‘Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre’. Anche l’epilogo compiuto della Causa – che si offre quale contributo per una sistematica ricerca e una riscoperta – diviene allora non la riabilitazione staliniana dei caduti, non una questione di risarcimento o di ‘ricorso in appello’, ma un atto di resipiscenza profonda, che restituisce a Luciani esattamente quello che Lucianiha significato nella e per la Chiesa. Diviene così un atto di giustizia e di pace, cioè un vero atto di Chiesa. Non si è potuto del resto ignorare che dalla morte di Giovanni Paolo I una fama di santità non artefatta, non sponsorizzata da strategie ecclesiastiche, si è diffusa sempre più in crescendo spontaneamente e universalmente. La voce degli umili ha scalzato il silenzio. Hanno gridato le pietre’.

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Palazzo Fienga da fortino di camorra del clan Gionta a commissariato di polizia di Torre Annunziata

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A Palazzo di Governo, in una riunione presieduta dal Prefetto, Marco Valentini, alla presenza del Vice Capo della Polizia preposto all’attività di Coordinamento e Pianificazione delle Forze di Polizia, del Direttore dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, del Direttore Centrale dei Servizi tecnico-logistici e della Gestione Patrimoniale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dei vertici locali delle Forze dell’ordine, del Responsabile Servizi Territoriali della Direzione Regionale Campania dell’Agenzia del Demanio e del Sindaco di Torre Annunziata, si è discusso della ipotesi di un riutilizzo a fini pubblici di Palazzo Fienga, complesso immobiliare confiscato al clan camorristico Gionta, sito in Torre Annunziata. Un complesso immobiliare simbolo della camorra oplontina. L’orientamento condiviso nel corso dell’incontro è stato, anche per l’alto valore simbolico che il complesso immobiliare riveste nel contesto territoriale di riferimento, l’interesse ad allocazione di presìdi ed uffici delle Forze di polizia. Entro la fine del prossimo mese di giugno sarà composto un quadro analitico delle specifiche esigenze dei diversi corpi che sarà definito, in occasione di una prossima riunione, presso l’Ufficio Tecnico logistico della Polizia di Stato Campania e Molise, di concerto con i comandi interessati.

Successivamente sarà attuata, previa convenzione con l’Agenzia del Demanio la progettazione dell’intervento sul Palazzo, il quale, in quanto inserito nel progetto “Recupero beni esemplari” dal Tavolo di indirizzo e verifica dell’attuazione delle strategie nazionali di utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, potrà beneficiare di finanziamenti del Fondo per lo sviluppo e la coesione gestito dal Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Il capo della setta satanica si faceva chiamare Diavolo e abusava sessualmente anche di minori, arrestato

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Si presentava come un ‘diavolo-vampiro’, con poteri sovrannaturali: una maschera per plagiare ragazzi e ragazze spesso ancora minorenni, portati alla “cieca obbedienza e totale accondiscendenza”, con la promessa di realizzare i propri desideri e poi spinti a partecipare a rituali (‘Il morso del vampiro’) esoterici e a subire abusi sessuali. Ora è stato arrestato il 23enne italiano, nato in Russia, studente universitario, residente a Montemurlo (Prato), che, qualificandosi come “il Diavolo”, si era messo a capo di una setta satanica da lui creata, cinque anni fa, “al fine di ottenere da ogni componente del gruppo la cieca obbedienza e totale accondiscendenza a qualunque sua richiesta mediante inganno, violenza e minacce”. Il giovane, che operava nel Pratese, è ritenuto responsabile “di aver ridotto e mantenuto in uno stato di profonda soggezione diverse persone, alcune delle quali anche minori, abusando della loro condizione di inferiorità psichica e approfittando di situazioni di vulnerabilità per compiere violenze sessuali”. Per questo motivo il gip del Tribunale di Firenze, su richiesta della Procura della Repubblica del capoluogo toscano, ha emesso nei suoi confronti l’ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari, con l’accusa “di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, violenza sessuale e pornografia minorile”. Al 23enne sono state contestate 13 violenze sessuali, alcune delle quali commesse su minori. Nello scorso febbraio era stato perquisito.

Il provvedimento, eseguito questa mattina dalla polizia, raccoglie l’esito delle articolate indagini, svolte dalla squadra mobile di Firenze, diretta da Antonino De Santis, con la collaborazione del Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine di Roma, e coordinate dalla Procura della Repubblica di Firenze, che sono iniziate nell’aprile del 2019 a seguito della segnalazione da parte della madre pratese di due figli di 17 e 18 anni all’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici. La mamma aveva espresso preoccupazione perchè da alcuni mesi i suoi due ragazzi si comportavano in modo anomalo e partecipavano a incontri nei boschi. Durante l’inchiesta, diretta dal sostituto procuratore Angela Pietroiusti, gli inquirenti hanno assunto “importanti informazioni dalle vittime” ed eseguito complessi accertamenti tecnici sul traffico telefonico e sui profili social dell’indagato 23enne. È stato così possibile ricostruire, spiegano gli investigatori, “un contesto di soggezione continuata indotto mediante inganno, minacce e violenza, contraddistinto da una visione distorta della realtà” nella quale il leader della setta era considerato “il Diavolo”, con capacità e poteri sovrannaturali, e “i suoi seguaci entità non umane che, al fine di acquisire più poteri, sarebbero stati costretti a rituali di ogni genere, anche di natura sessuale”. La setta sarebbe stata creata nel settembre 2015 e avrebbe praticato “i suoi riti propiziatori” fino al febbraio scorso. Nel corso dei cinque anni di attività avrebbe avuto una ventina di adepti, con un’età variabile tra i 14 e i 21 anni, tutti della provincia di Prato.

A tal proposito il giovane avrebbe fatto credere a tutti gli appartenenti al gruppo che erano persone prescelte, che nelle precedenti vite avevano avuto un’altra identità sovrannaturale (Amon, Atena, Banshee, Aracne, Eva, le Sette Furie, Ares, ecc. erano ad esempio i nomi loro affidati dalle presunte reincarnazioni) e che la loro missione era quella di “salvare il mondo”. Il 23enne avrebbe così sottoposto i suoi adepti a una serie di domande su presenze estranee invisibili, quali vampiri e lupi mannari, al fine di convincerli a fare una specifica richiesta al diavolo mediante la stipulazione di un patto in ragione del quale gli dovevano essere fedeli e mantenere il segreto per evitare disgrazie e sofferenze a sé stessi e alle proprie famiglie. Per dimostrare di essere immortale, il 23enne si sarebbe addirittura fatto stringere il collo con le mani da un fidato appartenente al gruppo per poi cadere a terra fingendosi morto fino a quando non si sarebbe rialzato rimettendo a posto l’osso del collo e la trachea.

Il giovane a capo della setta avrebbe inoltre asserito che ogni persona che si avvicinava al gruppo e seguiva i suoi precetti poteva acquisire gli stessi suoi poteri sovrannaturali attraverso una serie di rituali: premere con forza il proprio indice sul loro occhio; dare morsi sulle braccia con fuoriuscita di sangue; afferrare la testa premendo forte sulle tempie; imporre di inalare incensi e cristalli; farsi inviare tramite Whatsapp immagini di corpi nudi facendo credere che le foto sarebbero state viste da un’entità cibernetica denominata ‘Hydra’; costringerli, infine, con violenza fisica e minacce di morte, rivolte anche ai loro familiari, a compiere e a subire, in diverse occasioni, rapporti sessuali di vario tipo. Gli adepti, anche minorenni, versavano in condizioni di totale sudditanza nei confronti dell’indagato. Molte vittime, hanno spiegato gli investigatori, venivano attratte dalla promessa di sbloccare le loro potenzialità e risolvere i loro problemi di isolamento, solitudine finanche, talvolta, di depressione.

 

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Ecco tutti i nomi degli arrestati e le società coinvolte nell’inchiesta che ha portato in cella l’ex senatore Sergio De Gregorio

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Si chiama “Pianeta Italia” l’inchiesta della Squadra Mobile di Roma coordinata dalla DDA di Roma che ha portato alla luce un sistema di societa’ create per riciclare denaro ed estorsioni a locali del centro. Con l’esecuzione di 9 misure cautelari per estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, e il sequestro di 5 societa’ e oltre 470mila euro. E tra i provvedimenti eseguiti dalla Squadra Mobile della Questura capitolina c’e’ anche l’arresto e il trasferimento in carcere dell’ex senatore Sergio De Gregorio, 59 anni. Custodia cautelare in carcere anche per Antonio Fracella, di Nardo’ (Lecce), 41 anni, ex appartenente alla Marina militare; Vito Frascella, 40 anni, nativo di Taranto e anche lui ex appartenente alla Marina; Giuseppina De Iudicibus, 56 anni, di Napoli; Michela Miorelli, 43 anni, di Rovereto, pregiudicata per reati tributari, truffa e bancarotta fraudolenta; Schena Pietro, 43 anni, di Roma. Arresti domiciliari invece per Vito Meliota, 37 anni, di Conversano (Bari); obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria per Michelina Vitucci, 44 anni, di Bari. Irreperibile e attivamente ricercato e’ Corrado Di Stefano, 68 anni, di Roma, gia’ da tempo all’estero, destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari. Gli indagati sono ritenuti, a vario titolo e in concorso tra loro, responsabili di estorsione aggravata, autoriciclaggio e riciclaggio.  In particolare De Gregorio, Schena, Fracella, Di Stefano, Frascella accusati di estorsione aggravata nei confronti del titolare del bar “Enjoy” di Via Chiana; poi De Gregorio, Schena, Frascella e Di Stefano di autoriciclaggio, avendo, al fine di ostacolarne la riconducibilita’, impiegato il profitto derivante dall’estorsione investendolo nelle societa’ Apron srl e Italia Global Service srl; Meliota, insieme ad altri non identificati, di estorsione aggravata nei confronti del titolare del bar “Surma” di Via Flavia 66; Miorelli di autoriciclaggio, per aver impiegato parte dei proventi derivanti da attivita’ criminose nelle societa’ Pianeta Italia srl e Ittica Italiana srl; De Gregorio, Schena, Fracella, Vitucci, Frascella e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli all’interno delle societa’ Pianeta Italia srl, Italia GlobaL Service srl e APron srl; ancora De Gregorio, con Schena, Fracella, Vitucci, Frascella e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ Italia Global Service srl; De Gregorio, Schena, Frascella e Vitucci di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti delle societa’ Pianeta Italia srl e Italia Comunicazione srL; De Gregorio, Schena, Frascella, De Iudicibus e Vitucci di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ Pianeta italia srl; De Gregorio, Schena e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ della societa’ Ittica Italiana srl. Le attivita’ di indagine, condotte dalla I Sezione Criminalita’ Organizzata della Squadra Mobile di Roma, coordinate dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia si sono protratte per circa due anni ed hanno consentito di delineare il coinvolgimento degli indagati – il cui punto di riferimento e’ proprio l’ex senatore De Gregorio attorno al quale ruotano le dinamiche criminali del gruppo – nelle vicende estorsive in danno di due bar della capitale e nel reimpiego di oltre 470mila euro all’interno di societa’ a loro facenti capo.

Nell’aprile 2016, infatti, il gestore del bar “Enjoy” di Via Chiana denuncia una patita estorsione di 80.000 euro. I riscontri effettuati mediante le intercettazioni telefoniche ed ambientali, la visione delle telecamere di videosorveglianza e le dichiarazioni rese dalle parti, hanno consentito di ricostruire la dinamica dell’estorsione, posta in essere attraverso una serie di minacce, tra cui quella di far apporre i sigilli al locale. E’ lo Schena, ritenuto braccio destro dell’ex senatore, ad inviare presso il bar sia Frascella che Fracella, all’epoca militari in servizio nella Marina italiana, per esigere dal gestore la restituzione di 80.000 mila euro, asseritamente dovuti al Di Stefano da una terza persona. Sul posto e’ presente anche De Gregorio, che, preoccupato del possibile coinvolgimento nell’indagine per l’estorsione, mette a punto una strategia difensiva e consiglia a Di Stefano di sporgere querela nei confronti del gestore del bar di Via Chiana, per la sottrazione degli 80.000 euro. Pochi giorni dopo l’estorsione, peraltro, la medesima somma viene investita da Di Stefano nelle societa’ Italia Global Service s.r.l. e Apron S.R.L, gestite occultamente da De Gregorio, Schena e Frascella. L’estorsione e il successivo autoriciclaggio del profitto da essa derivante vengono mascherate, sempre su consiglio dell’ex senatore, attraverso il riconoscimento a Di Stefano di una quota societaria dell’Italia Global Service srl, all’interno della quale possiede una quota anche la Pianeta Italia srl (nella cui compagine societaria risultano Vitucci Michelina, moglie di Frascella e la figlia di Schena). Nelle intenzioni degli indagati, infatti, si cerca di far apparire l’estorsione come un semplice tentativo di aiutare il socio Di Stefano a recuperare un credito.

L’estorsione nei confronti del bar “Surma” di via Flavia, invece, ha inizio dalla cessione da parte di Vito Meliota della licenza dello stesso bar, con la contestuale sottoscrizione di una clausola risolutiva espressa che gli consente di recuperare tale licenza in caso di inadempimento dell’acquirente. Ed e’ a seguito del mancato versamento di alcune rate che Meliota, supportato da Schena che ha interesse a subentrare nell’affare anche per conto di De Gregorio, inizia a minacciare il gestore del “Surma” per riottenere la licenza. E’ lo stesso gestore, nelle dichiarazioni rese, a tratteggiare le minacce ricevute: “Vito e’ venuto da me e mi ha minacciato e in una circostanza addirittura mi ha aspettato sotto casa”(…) “per pochi giorni ho deciso di chiudere il locale e dopo una settimana sono tornato e ho trovato una catena chiusa con un lucchetto (…) ho consultato gli altri soci ma abbiamo capito che era meglio evitare altre ripercussioni ed andare via mollando tutto (…). In diverse occasioni, infatti, sia Vito che alcuni suoi amici mi avevano consigliato di lasciare il locale e andare via”. Nel gennaio 2017 e dopo aver sottoscritto, dietro minaccia di Meliota – accertano le indagini della Mobile – e a condizioni assolutamente svantaggiose, un mandato di mediazione per la vendita della licenza del bar, il gestore del “Surma” lascia definitivamente il locale. La licenza viene poi monetizzata da Meliota, attraverso la vendita alla neo costituita societa’ Pianeta Italia Food srl, riconducibile sia allo stesso Meliota che all’ex senatore, che anche in questo caso e’ a conoscenza di tutta la vicenda e si adopera per gestire le questioni pratiche legate alla costituzione della societa’ e alla intestazione delle quote. Le attivita’ di indagine e in particolare gli accertamenti bancari sulle varie societa’ facenti capo direttamente o indirettamente agli indagati, hanno consentito di risalire all’ingente flusso di denaro transitato sui conti correnti delle stesse e quindi ricostruire le contestate operazioni di autoriciclaggio e riciclaggio. Tra le societa’ coinvolte, vi e’ anche la Italia Comunicazione srl che gestisce il magazine online Pianeta Italia News, “periodico di attualita’, politica, cultura e sport” all’epoca dei fatti diretto da Maria Palma, moglie di De Gregorio.

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