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Papa Francesco nel nord dell’Iraq tra i cristiani perseguitati da Isis

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Oggi papa Francesco si spostera’ da Baghdad verso il nord dell’Iraq, tra il Kurdistan iracheno e la Piana di Ninive. Sara’ a Mosul per pregare per le vittime delle guerre, poi a Qaraqosh per incontrare i cristiani che erano stati scacciati dalle loro case dall’Isis. Concluderà questo terzo e ultimo giorno di viaggio in Iraq a Erbil, in Kurdistan, con la Messa allo stadio.

Il dialogo tra le religioni e’ la sola via per costruire la pace in Iraq ma anche per realizzare quella fraternita’ alla quale il Papa lavora senza risparmiarsi. Fino ad andare anche in Iraq, nonostante condizioni, tra sicurezza e pandemia, che sembravano impossibili da superare. E’ il senso di questo secondo giorno di viaggio cominciato per il Pontefice a Najaf, la citta’ santa degli sciiti. Li’ ha incontrato il Grand Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani, uno degli eventi piu’ importanti in questa ‘missione’ di Francesco in Medio Oriente. Un incontro privato, senza discorsi o documenti. Ma basta la fotografia a scrivere la storia. Il Papa e la guida spirituale degli sciiti iracheni seduti a parlare, guardandosi negli occhi. Francesco vestito di bianco, Al-Sistani completamente di nero. Un’immagine che parla di quel dialogo che si puo’ costruire nelle differenze. Secondo fonti irachene l’anziano Al-Sistani, 91 anni, si sarebbe anche alzato in piedi per accogliere il Pontefice. Un gesto importante in questo mondo dove ogni dettaglio ha il suo valore. Un divano semplice, pareti bianche, e’ una residenza modesta quella del Grand Ayatollah che in questi anni ha fatto sentire la sua voce contro chi attaccava le minoranze religiose, e tra queste i cristiani.

E Papa Francesco oggi lo ha ringraziato per questo. Durante la visita, durata circa quarantacinque minuti, il Papa ha sottolineato “l’importanza della collaborazione e dell’amicizia fra le comunita’ religiose perche’, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell’Iraq, della regione e dell’intera umanita’”, ha riferito il portavoce vaticano Matteo Bruni. Da Najaf Papa Francesco e’ poi volato a Nassiriya. Li’ c’e’ Ur e la casa di Abramo, dove guardano tutte e tre le religioni monoteiste: cristiani, musulmani ed ebrei. Alle spalle, nel deserto rosso del Sud dell’Iraq, c’e’ anche uno dei piu’ importanti monumenti dell’epoca dei Sumeri, la Ziqqurat. Ma Nassiriya resta nelle cronache soprattutto come la ‘Ground Zero’ italiana, con quell’attacco terrorista del 12 novembre 2003 costato la vita a 28 persone, di cui 19 italiani. Il Papa si reca nella Piana di Ur dei Caldei, a un quarto d’ora dall’aeroporto di Nassiriya, per un incontro interreligioso. Ma in qualche modo le sue parole richiamano i nodi veri di questa terra devastata da guerre ed attentati: l’uso della religione. E quell’attentato contro gli italiani vedeva sul terreno estremisti sunniti contro gli sciiti, e la comparsa dei kamikaze legati ad Al-Qaeda. Un passato che ritorna poi sotto le bandiere nere del Califfato, con l’Isis che usa tra le sue parole d’ordine ‘Allah akbar’, ‘Dio e’ grande’. Ma invece Dio e’ soprattutto “misericordioso”, ha detto il Papa a Ur, e “l’offesa piu’ blasfema e’ profanare il suo nome odiando il fratello. Ostilita’, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso: sono tradimenti della religione. E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione”. Rivolgendosi ai rappresentanti delle altre fedi, ha rinnovato il suo appello a prendere le distanze dai fondamentalisti: “sta a noi dissolvere con chiarezza i fraintendimenti. Non permettiamo che la luce del Cielo sia coperta dalle nuvole dell’odio! Sopra questo Paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza”. “Chi crede in Dio – sono ancora le parole del Papa -, non ha nemici da combattere”, “non puo’ essere contro qualcuno, ma per tutti. Non puo’ giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione”. Nella Piana di Abramo risuona il canto di chi legge la Bibbia, poi di chi declama il Corano, in un abbraccio corale per dare la speranza che davvero un mondo in armonia, dove tutti conservano la loro identita’ rispettando gli altri, e’ possibile.

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Sabotato l’impianto nucleare iraniano, sospetti su Israele

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C’e’ l’ombra di Israele sul misterioso incidente di questa mattina al complesso di arricchimento dell’uranio di Natanz, fulcro del programma nucleare iraniano, dove ieri sono state inaugurate nuove centrifughe vietate dall’accordo del 2015. Il “sabotaggio” ha riguardato la rete elettrica dell’impianto di Chahid-Ahmadi-Rochan e non ha causato ne’ vittime ne’ fughe di materiale radioattivo. E’ un “atto di terrorismo”, ha accusato Ali Akbar Salehi, capo dell’agenzia atomica iraniana, invocando una presa di posizione della “comunita’ internazionale e dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica)”. Da Israele e’ stata la televisione pubblica israeliana Kan a rivendicare la paternita’ dello Stato ebraico sull’attentato chiamando in causa imprecisate “fonti di intelligence” secondo le quali si e’ trattato di “una cyber-operazione israeliana in cui e’ stato coinvolto il Mossad”. Sempre secondo le fonti, il danno provocato all’impianto e’ superiore a quanto riferito da Teheran. Intanto e’ stato convocato per domenica prossima il Consiglio di difesa del governo israeliano, dopo una pausa di due mesi, per esaminare le crescenti tensioni con l’Iran. Dal premier Benyamin Netanyahu e’ arrivata una sorta di dichiarazione di guerra che suona come una conferma. “La lotta contro l’Iran e le sue metastasi, contro le armi di Teheran, e’ un enorme compito. La situazione come esiste oggi non e’ detto che esista necessariamente anche domani”, ha detto sibillinamente ai capi della sicurezza nel corso di un brindisi in vista del Giorno dell’Indipendenza. “Noi – ha aggiunto – siamo sicuramente una potenza regionale ma in qualche maniera anche globale. Mi auguro per tutti noi che continuiate a tenere la spada di Davide nelle vostre mani”. Dopo l’esplosione del luglio 2020 sempre a Natanz e l’uccisione nel novembre scorso dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh, di cui l’Iran ha attribuito la responsabilita’ a Israele, i fatti di oggi rialzano la tensione in un teatro mediorientale dove la nuova amministrazione Usa tenta di riaffermare un ruolo di moderazione senza abdicare, anzi tutt’altro, alla storica alleanza con Israele. L’incidente di oggi, giunto per di piu’ al termine di una settimana di colloqui a Vienna per salvare l’accordo sul nucleare del 2015, suona come un avvertimento dopo il lancio, ieri, di nuove centrifughe per arricchire piu’ rapidamente l’uranio. E’ stato il presidente Hassan Rohani ad inaugurare a Natanz una linea di 164 centrifughe IR-6 e un’altra delle delle 30 IR-5 con una cerimonia in videoconferenza trasmessa dalla televisione di Stato. Nella stessa giornata in cui da Washington e’ arrivata la precisazione che l’amministrazione Biden non rimuovera’ tutte le sanzioni economiche imposte da Donald Trump ma, eventualmente, solo quelle che non sono in linea con l’intesa del 2015. “Un pugno di ferro dentro un guanto di velluto”, e’ stata la risposta a stretto giro del capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il general maggiore Mohammad Hossein Bagheri, che ha precisato che “la linea politica strategica dell’Iran e’ solo una piena rimozione delle sanzioni”.

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Sabato prossimo i funerali di Filippo: Harry ci sarà, Meghan no

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Una settimana per “celebrare una vita rimarchevole”, poi un funerale in stile: senza pompe cerimoniali da esequie di Stato, secondo le dettagliatissime volonta’ del defunto, e con una presenza ristretta di familiari e poche altre persone imposta anche dalle cautele dell’emergenza Covid. Sara’ sabato 17 il giorno dell’ultimo addio al principe Filippo, consorte della regina Elisabetta II e testimone di un secolo per lui tutt’altro che breve, spirato ieri quasi centenario nel castello di Windsor. E fra i presenti, con Elisabetta e i quattro figli in testa, ci sara’ spazio per il prediletto nipote-ribelle Harry, in arrivo dall’autoesilio californiano, ma non per sua moglie Meghan, fermata ufficialmente dal veto dei medici per lo stato di gravidanza avanzato e il precedente dell’aborto spontaneo di un anno fa. Il programma e’ stato formalizzato oggi dalla corte, dopo l’approvazione della regina e il via libera del governo di Boris Johnson, sullo sfondo di una giornata di lutto nazionale – la seconda di otto, stando alle consuetudini – in cui l’omaggio piu’ suggestivo e’ giunto dalle forze armate, con le 41 salve di cannone di rito sparate dalla Torre di Londra e da basi e unita’ militari sparse fra l’isola e i territori d’Oltremare in memoria del principe-reduce di guerra. Il feretro di Filippo sara’ trasportato su una Land Rover modificata ad hoc su progetto dello scomparso e seguito per il breve tragitto fra il castello e l’adiacente cappella di St George da un piccolo corteo guidato dal principe Carlo, suo primogenito ed erede al trono della regina Elisabetta. La quale ultima – “incredibile” nella sua forza d’animo alla soglia dei 95 anni, come assicura d’averla trovata oggi la nuora Sofia, contessa di Wessex, in barba a chi paventa scenari di abdicazione – aspettera’ invece in chiesa. Vi sara’ un minuto di silenzio nazionale, osservato in tutto il Regno in contemporanea con l’inizio del rito, ma nessuna camera ardente, espressamente rifiutata dal duca, la cui bara verra’ coperta solo dallo stendardo personale, da una corona di fiori e dal suo berretto e dalla sua spada di ufficiale veterano della Royal Navy, la Marina britannica: all’insegna del richiamo a quel “no fuss” (niente clamore) di cui Prince Philip aveva fatto un marchio di vita. Un’assenza di clamore che le restrizioni della pandemia contribuiscono del resto a suggellare. Obbligando la Royal Family – pur decisa in questo “momento di tristezza” ad esaltare “il vasto contributo” alla nazione del principe e “la sua durevole eredita’” per la monarchia e la nazione – ad invitare i sudditi a restare a casa. Visto che il funerale si svolgera’ “su scala ridotta” e senza “accesso del pubblico”. Nella cappella, dove la liturgia sara’ officiata dall’arcivescovo anglicano di Canterbury e dal rettore di Windsor, le linee guida attuali sulle cautele Covid permetteranno del resto l’ingresso solo a una trentina di persone: i familiari stretti e il fedelissimo segretario privato del duca, Archie Miller Bakewell. Mentre gli altri ospiti ammessi assisteranno dall’esterno. Il tutto nel segno della rigorosa adesione ai desideri di un uomo che fino all’ultimo ha voluto essere se’ stesso. Come confermano le testimonianze dei suoi giorni conclusivi partorite dai media d’oltremanica in profusione quasi monotematica. Le testimonianze su un uomo che e’ riuscito a morire nel suo letto, come voleva, e non in ospedale, rifiutandosi di restare ricoverato come pare gli suggerissero i medici sperando di permettergli magari di arrivare al 10 giugno e di girare la boa dei 100 anni in clinica. E che sembra abbia trascorso in uno stato di serena lucidita’ le ultime tre settimane a Windsor, dopo aver rifiutato con un’autoritaria battuta delle sue (“portate via quel dannato affare dalla mia vista”) la sedia a rotelle che un valletto aveva osato offrigli. Settimane durante le quali e’ stato vegliato costantemente della regina – presente anche in effigie accanto al suo letto, assieme alla madre del duca -, ha potuto ricevere uno per uno e “distanziati” i quattro figli e ha salutato per telefono i nipoti (non ancora vaccinati). Ma soprattutto si e’ congedato fra le sue cose dalla donna della quale per 73 anni e’ stato il marito e “la roccia”: Sua Maesta’ la Regina per tutti, ‘Lillibet’ per lui.

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La morte di Filippo è “un duro colpo per la regina, ma non abdicherà”

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Un colpo durissimo, dopo oltre 7 decenni di vita in comune e a due settimane dal proprio 95esimo compleanno. E’ questo, indiscutibilmente, l’effetto della morte del principe consorte Filippo sull’animo della regina Elisabetta, pur preparata all’inevitabile e sorretta dall’abituale forza agli occhi dei familiari. Un colpo che tuttavia non sembra destinato a preludere a scenari di abdicazione, almeno non a breve, nella convinzione pressoche’ unanime di esperti, commentatori e storici delle vicende reali britanniche, persuasi che il rispetto della tradizione e il senso del dovere verso l’istituzione monarchica possano prevalere ancora nella figlia di Giorgio VI sul dolore o sul contraccolpo emotivo del momento. Sposati dal 1947, la sovrana e il duca di Edimburgo hanno condiviso 73 anni di matrimonio e 69 anni di regno, iniziati con la morte prematura del padre della sovrana nel 1952. Un connubio di successo, nonostante le difficolta’ dettate dai divorzi dei figli, dagli scandali familiari, dalla pressione dei media, dagli inevitabili momenti di crisi di un tempo cosi’ lungo: ultimo dei quali, il traumatico trasloco negli Usa del nipote Harry, protagonista di recente con la moglie Meghan Markle, di un’intervista bomba che ha messo in grave imbarazzo la Casa Reale. “Posso assicurare che la regina non abdichera’ – l’opinione dello storico Hugo Vickers -. Ci sono indicazioni che sia in ottime condizioni di salute, e con un po’ di fortuna sara’ in grado di continuare ad essere la nostra sovrana per quanto le sara’ possibile”. Una resistenza fisica che l’aiuta a poter continuare a ritenere il suo ruolo di monarca al pari di una missione esistenziale. “Per la regina essere regina e’ un lavoro per tutta la vita. Non c’e’ spazio nella sua mentalita’ per l’opzione delle dimissioni, o per fare un passo indietro”, insiste Vickers. Sulla stessa lunghezza d’onda Jennie Bond, ex Royal Correspondent della Bbc, incline a escludere che l’uscita di scena del duca possa cambiare nell’immediato il corso degli eventi. “Ci sono fotografie che ritraggono i due reali assieme, nelle quali non sembrano neppure marito e moglie, ma padre e figlia – le parole di Bond -. La realta’ e’ che la loro unione andava ben oltre i loro ruoli. E per quanto alla sovrana manchera’ il sostegno del marito, non cambiera’ nulla nella sua osservanza dei doveri e del protocollo reale”. Ed e’ proprio l’irreprensibile rispetto verso la tradizione, un sentimento da tutti attribuito a Sua Maesta’, a convincere Simon Hart, altro osservatore del casato dei Windsor, che non ci siano da attendersi scossoni. Tanto meno una rinuncia, che nella visione del mondo ereditata e fatta propria dalla primogenita di Giorgio VI dopo lo shock dell’abdicazione vergognosa di Edoardo VIII somiglierebbe troppo a un tradimento dei propri doveri. “La regina Elisabetta – argomenta Hart – ha sposato la Corona qualche anno dopo il matrimonio con il principe Filippo, ma l’impegno alla fedelta’ piu’ inviolabile e’ quello con la monarchia. Un impegno che non ha mai tradito e mai tradira’: neppure adesso, nonostante la scomparsa di un coniuge davvero amato”.

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