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Corona Virus

Oms, in Gb si intravede la luce in fondo al tunnel

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 Il progressivo rallentamento nella curva del Covid nel Regno Unito, che in Europa ha anticipato tutte le ondate del virus, autorizza a intravedere una “luce in fondo al tunnel”. La stima arriva dall’Oms, in un trend che sembra essere confermato anche in America, con il picco dei contagi vicino a New York ed in altri Stati. Allo stesso tempo l’organismo Onu predica cautela nell’abbandonare le restrizioni, come si appresta a fare Londra. Avvertendo che la pandemia “e’ tutt’altro che finita” e portera’ “probabilmente altre varianti” dall’impatto sconosciuto. Oltremanica, nell’ultima settimana c’e’ stato un calo di quasi il 42% dei contagi, dopo un mese di crescita esponenziale alimentata da Omicron. I casi quotidiani si sono stabilizzati sotto i 100mila e c’e’ una lieve ma graduale discesa anche dei ricoveri. Secondo gli esperti ci sono le condizioni perche’ il Paese sia il primo del continente a uscire dalla pandemia, dopo essere stato il primo a venirne travolto ed a subire le successive ondate (ma anche a partire con le vaccinazioni). Cosi’, proprio “guardando le cose dal punto di vista del Regno Unito, sembra ci sia luce in fondo al tunnel”, ha rilevato l’emissario speciale dell’Oms per il Covid David Nabarro, sottolineando che gli ultimi dati britannici “ci offrono basi per sperare”. Ma non per cantare vittoria, ha avvertito il funzionario, evocando un percorso “ancora accidentato per arrivare alla fine” vera e propria della pandemia. Il numero uno dell’Oms, in seguito, e’ stato ancora piu’ categorico. Il virus circola ancora “troppo intensamente” e la probabilita’ che si evolva in nuove varianti e’ alta, ha rilevato Tedros Adhanom. Giudicando “fuorviante la narrativa secondo cui Omicron sia lieve”, perche’ anche se “in media e’ meno grave”, sta provocando “ricoveri e decessi e anche i casi meno gravi stanno inondando le strutture sanitarie”. Segnali incoraggianti sul fronte della curva arrivano anche dal Paese europeo piu’ investito dalla nuova ondata, la Francia. “Ci sono motivi per essere ottimisti”, ha spiegato il portavoce del governo Gabriel Attal. “L’onda della Delta”, la variante piu’ pericolosa per la salute, e’ “regredita”, mentre le regioni in cui Omicron si e’ diffusa per prima registrano un “inizio di declino” della curva. Mentre “le terapie intensive si stabilizzano”. Guardando ad altri quadranti il trend e’ positivo negli Stati Uniti. New York e altri Stati della costa nordorientale hanno visto un rapido calo dei casi di Covid e, secondo gli esperti, si avviano a raggiungere il picco di Omicron. Nella Grande Mela la media settimanale e’ scesa dai 40.000 contagi del 9 gennaio ai 28.000 di domenica, con i ricoveri rimasti stabili. Anthony Fauci “spera” che questo sia il preludio del passaggio ad una fase endemica. A meno che, ha chiarito il consigliere della Casa Bianca, non compaiano nuove varianti in grado di “eludere la risposta immunitaria a quella precedente”. La cautela e’ d’obbligo anche nella misura in cui il rallentamento dei contagi e’ tutt’altro che generale. Tornando all’Europa, la Germania ha registrato un nuovo picco dell’incidenza. E nell’est, ancora in ritardo con le vaccinazioni, Omicron continua a bruciare record, come nel caso di Serbia e Bulgaria. Sul fronte del Pacifico, colpisce il picco di decessi in Australia. Dove c’e’ una pressione sugli ospedali talmente forte che il governo ha spostato decine di migliaia di infermieri e personale sanitario privato negli ospedali pubblici.

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Con Covid boom casi psichiatrici ma 1000 medici meno

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Aumentano i casi di disturbi psichiatrici per effetto della pandemia cosi’ come la domanda di assistenza specialistica, ma di contro diminuisce il numero degli psichiatri – tanto che in soli 2 anni, al 2025, se ne conteranno 1000 in meno tra pensionamenti e dimissioni – ed al comparto della salute mentale sono indirizzati ‘zero fondi’ dal Piano nazionale di ripresa e resilienza Pnrr. Dieci Societa’ scientifiche lanciano l’allarme e chiedono l’istituzione immediata di un’Agenzia nazionale ad hoc. L’Italia, avverte l’alleanza delle Societa’ scientifiche (tra cui la Societa’ italiana di psichiatria, di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, di Psichiatria delle Dipendenze e la Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze FeDerSerD) in un incontro promosso dalla Societa’ Italiana di NeuroPsicoFarmacologia Sinpf, e’ “tra gli ultimi in Europa” per la salute mentale nonostante un aumento stimato del 30% di diagnosi tra depressione e altre patologie psichiche causato da due anni di pandemia, soprattutto tra giovani e studenti. Si va quindi verso “l’impossibilita’ di garantire i servizi minimi in un settore in ginocchio gia’ prima della pandemia”. Gli investimenti, spiegano gli psichiatri, che “sarebbero dovuti crescere almeno fino al 5% del fondo sanitario nazionale, per raggiungere l’obiettivo del 10% indicato in sede comunitaria per i Paesi ad alto reddito, sono invece tracollati dal gia’ misero 3,5% del 2018 al 2,75% del 2020”. Restano poi forti differenze regionali a complicare la situazione e “non si vede, tra le risorse destinate dal PNRR alla salute – affermano – un solo euro destinato alla Salute Mentale”. In questo contesto giunge quindi l’appello per la creazione di una Agenzia Nazionale per la Salute Mentale, che “dovra’ ripartire da zero per mettere l’Italia in condizioni di pareggiare i conti con l’Europa e di ridare dignita’ a chi soffre e a chi lavora in questo settore”. Servono quindi, affermano i presidenti Sinpf Matteo Balestrieri e Claudio Mencacci, “innanzitutto un coordinamento tra le Regioni e progetti terapeutico riabilitativi personalizzati”. Questo “impoverimento dei servizi pubblici – rileva inoltre Massimo di Giannantonio, presidente della Societa’ Italiana di Psichiatria – ormai sotto la soglia della sopravvivenza, fa si’ che si riducano anche le possibilita’ di intervento precoce, mettendo in seria difficolta’ le attivita’ di prevenzione, tassello fondamentale per evitare di precipitare nel buio”. E’ insomma urgente un “deciso cambio di passo – e’ il monito di Fabrizio Starace, presidente della Societa’ Italiana Epidemiologia Psichiatrica – che porti ad uno ‘straordinario’ investimento ordinario, che riporti allo standard minimo del 5% la spesa per la Salute Mentale. Un investimento imponente, a regime pari a 2,3 mld in piu’ all’anno, ma dalle dimensioni coerenti con le valutazioni epidemiologiche”. Aprono alla proposta di un’Agenzia nazionale per la salute mentale vari esponenti politici, da Fabiola Bologna, segretario della Commissione Affari Sociali, a Maria Rizzotti, componente della Commissione Sanita’ del Senato. Se da un lato cresce dunque il disagio psichico per effetto della pandemia, dall’altro continua a calare la curva dell’epidemia di Covid in Italia, anche se i numeri registrano oggi un rialzo dopo il calo fisiologico nel fine settimana per effetto del minor numero di tamponi effettuato. Secondo il bollettino quotidiano del ministero della Salute, sono 29.875 i nuovi contagi nelle ultime 24 ore (ieri 9.820) e le vittime sono 95, in aumento rispetto alle 80 di ieri. Il tasso di positivita’ e’ all’11%, in lieve aumento, mentre sono 290 i pazienti in terapia intensiva, uno in meno rispetto a ieri, ed i ricoverati nei reparti ordinari sono 6.257, ovvero 131 in meno.

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Ospedali in affanno fra Long Covid e liste d’attesa

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A corto di personale nel 91% dei casi e di letti nel 70%, gli ospedali sono in affanno tra Covid, Long Covid e gli altri pazienti che tornano a bussare alle loro porte. E anche se continua la discesa dei casi (17.744 i nuovi contagi registrati nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Salute, rispetto ai 23.976 di ieri; 34 vittime rispetto alle 91 di ieri; e ricoveri in diminuzione) facendo tirare un sospiro di sollievo alle strutture, gli ospedali restano sotto stress, dovendo fare i conti con una situazione complessa di post emergenza. Il Long Covid continua a perseguitare anche dopo la guarigione un paziente su dieci, ma nel 50% dei casi i servizi dedicati per prestare loro assistenza sono ancora insufficienti. Gli assistiti sono tornati a bussare alle porte degli ospedali, mettendo a nudo i problemi di sempre: carenza di personale, lamentata nel 91,7% dei nostri nosocomi, mancanza di posti letto (nel 70,8% dei casi), difficolta’ organizzative (75%). Con le conseguenza di uno stress gestionale e di liste di attesa a smaltimento lento. Il tutto con le problematiche poste dalla necessita’ di conciliare i percorsi dei pazienti Covid con quelli non Covid, che comunque distraggono personale e letti, mettendo in difficolta’ il 70,8% delle strutture. A fotografare lo stato di affanno della rete ospedaliera italiana nell’era post-emergenza e’ la Survey lanciata da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, che hanno in carico il 70% dei pazienti Covid, dal 21 al 23 maggio in Congresso a Roma. L’indagine ha coinvolto tutte le regioni. A fronte di un 54,2% degli ospedali che non ha rilevato infatti alcuna recrudescenza delle malattie infettive no-Covid rispetto all’era pre-pandemica, il 37,5% ha denunciato un aumento, sia pur lieve. Consistente nell’8,3%% delle strutture. In oltre il 60% dei casi invece l’abrogazione dell’obbligo delle mascherine in molti luoghi anche al chiuso e la cancellazione delle altre restrizioni e’ probabilmente alla base dell’aumento dei pazienti con malattie infettive ricoverati recentemente negli ospedali. Aumento consistente nel 16,7% delle strutture, lieve nel 45,8%. Tornando al Long Covid nel 58,3% degli ospedali i pazienti che non si liberano dei postumi dopo essersi negativizzati sono tra il 5 e il 10%, nel 29,2% tra il 10 e il 20%, mentre solo il 12,5% e’ sotto la quota del 5%. In media quindi un paziente su dieci ne e’ afflitto, ma nel 50% degli ospedali i percorsi dedicati all’assistenza dei pazienti Long Covid non sembrano essere sufficienti rispetto ai bisogni, mentre nel 12,5% delle strutture non e’ stato attivato alcun servizio, invece presente ed in grado di rispondere efficacemente alla domanda di assistenza nel 37,5% degli ospedali. La stanchezza cronica e’ accusata dal 91,7% di questi pazienti seguito dalle difficolta’ respiratorie (62,5%), la cosiddetta “nebbia cerebrale” che colpisce il 58,3% dei pazienti. Problemi cardiaci sono rilevati nel 29,2% di loro, mentre il 25% accusa problemi di natura neurologica. “A fronte di questo quadro – afferma Dario Manfellotto, Presidente Fadoi- l’ospedale va ripensato secondo la cosiddetta ‘progressive patient care’, un modello che raggruppa i malati non piu’ per singola specialita’ medica ma in base al grado di intensita’ di cura della quale necessitano: intensivo, medio-alto, basso”.

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Covid: 17.744 positivi, 34 le vittime

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Sono 17.744 i nuovi contagi da Covid registrati nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Salute. Ieri erano stati 23.976. Le vittime sono invece 34 rispetto alle 91 di ieri. Sono 850.596 le persone attualmente positive al Covid, 6.273 in meno nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Salute. In totale sono 17.247.552 gli italiani contagiati dall’inizio della pandemia, mentre i morti salgono a 165.952. I dimessi e i guariti sono 16.231.004, con un incremento di 24.528 rispetto a ieri. Sono 160.995 i tamponi molecolari e antigenici per il coronavirus effettuati nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Salute. Ieri erano stati 231.931. Il tasso di positivita’ e’ all’11%, in aumento rispetto al 10,3% di ieri. Sono 292 i pazienti ricoverati in terapia intensiva, nove in meno rispetto a ieri nel saldo tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri sono 15. I ricoverati nei reparti ordinari sono 6.400, ovvero 170 in meno in rispetto a ieri.

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