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Corona Virus

Omicron,i test per scoprire se sfugge ai vaccini

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Se sono necessarie due settimane per capire se la variante Omicron riesce a sfuggire ai vaccini, come e’ stato detto piu’ volte da quando e’ arrivata la prima segnalazione dal Sud Africa, e’ perche’ questo e’ il tempo richiesto dai due test che permettono di avere la risposta. Su questa base, le aziende produttrici dei vaccini potranno decidere se aggiornare o meno i vaccini. I due test possibili, che probabilmente sono gia’ in corso in molti laboratori del mondo, si basano sull’analisi degli anticorpi presenti nei sieri ottenuti da soggetti vaccinati e sull’analisi del comportamento dei linfociti T, ossia delle cellule immunitarie legate alla cosiddetta memoria indotta. “Si tratta di due tipi di esperimenti che, in modo diverso, permetteranno di capire la tenuta dei vaccini attuali”, rileva il virologo Francesco Broccolo, dell’Universita’ di Milano Bicocca. Al primo gruppo appartengono i “test di sieroneutralizzazione”, che utilizzano sieri ottenuti da soggetti vaccinati e permettono di vedere come gli anticorpi siano o meno in grado di neutralizzare il virus Omicron. “A questo scopo – osserva – si puo’ utilizzare la variante Omicron tal quale del virus SarsCoV2, ma questa e’ una strada rischiosa poiche’ richiede l’isolamento della stessa su colture cellulari con produzione di stock virali di variante Omicron, oppure si possono utilizzare pseudovirus, ossia virus modificati inerti, inserendo tutte le 35 mutazioni della variante Omicron”. Mettendo a contatto il virus con gli anticorpi contenuti nei sieri dei soggetti vaccinati a diverso titolo e’ possibile osservare se la variante riesce o meno a sfuggire agli anticorpi neutralizzanti indotti dal vaccino. Il secondo banco di prova e’ un test di citofluorimetria per verificare l’efficienza della memoria dei linfociti T, ossia l’immunita’ cellulo-mediata: “potrebbe essere piu’ plastica e proteggere dalla variante Omicron. In questo caso si va a vedere se, a contatto con l’antigene Spike della nuova variante, i linfociti T memoria sono ancora in grado di riconoscerla nonostante le diversita’ presenti tra la proteina Spike della Omicron e quella del vaccino, misurando la produzione specifica di interferone a seguito della stimolazione antigenica”, spiega il virologo. La tecnica che permette di controllare se questo avviene e in che misura si chiama Elispot (dall’inglese Enzyme-Linked immunoSPOT): “E’ un approccio molto usato per misurare la risposta della memoria cellulare”, osserva. “Entrambi questi tipi di esperimenti richiedono un tempo di circa due settimane”, aggiunge. Sarebbe interessante, inoltre, misurare la risposta dei linfociti T dei pazienti che hanno avuto la malattia per valutare la protezione cellula-mediata in soggetti che hanno avuto il COVID. Dal punto di vista epidemiologico, intanto, si potrebbe verificare la percentuale di infezioni da variante Omicron rispetto alla Delta nelle persone vaccinate. Molto probabilmente, rileva Broccolo, “per avere la risposta non dovrebbe essere necessario il sequenziamento per tutti: considerando che Delta e’ di gran lunga la piu’ diffusa, i tamponi molecolari multitarget permettono gia’ di individuare un sospetto caso da variante Omicron”. Quest’ultima ha infatti una caratteristica che i test possono riconoscere in quanto e’ presente solo nella variante Alfa, ora praticamente scomparsa: si tratta delle delezione 69-70. “Se i test individuassero questa delezione, allora – conclude l’esperto – si potrebbe cercare la conferma nel sequenziamento”.

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Morto 28enne novax, si era strappato casco ossigeno

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Fino all’ultimo ha negato di avere il covid ma quando le sue condizioni sono diventate piu’ gravi e non riusciva piu’ a respirare e’ andato in ospedale. I medici gli hanno messo il casco dell’ossigeno ma, da convinto no vax, se lo e’ strappato dicendo di non averne bisogno. I sanitari gli hanno pazientemente spiegato quello che rischiava e alla fine lo hanno convinto a rimetterlo. Ma non e’ bastato. E’ morto di covid un 28enne di Terracina, non vaccinato. Un altro giovane morto all’indomani di una sua coetanea, anche lei no vax, deceduta a Roma sempre per covid dopo aver messo al mondo il suo bambino prematuro. Il 28enne era giunto al Pronto soccorso di Terracina il 16 gennaio scorso e gli era stata diagnosticata infezione SarsCov2 e insufficienza respiratoria grave. Il giorno successivo era stato trasferito all’ospedale Goretti di Latina nel reparto di Terapia Intensiva Covid, ma le sue condizioni si erano ulteriormente aggravate, fino ad arrivare al decesso avvenuto ieri. “Quando il giovane, convinto no vax, e’ arrivato all’ospedale di Terracina aveva gia’ bisogno del casco, era in condizioni critiche – spiega la dg della Asl di Latina, Silvia Cavalli – Se lo era strappato via ma i medici ci hanno parlato e lo hanno convinto a rimetterlo. Purtroppo quando i no vax arrivano in ospedale non sono ai primi sintomi, arrivano gia’ in gravi condizioni perche’ c’e’ la negazione della malattia. E’ fondamentale vaccinarsi e recarsi in ospedale ai primi sintomi senza aspettare troppo a lungo”, e’ il suo accorato appello. Un appello rivolto anche dall’assessore alla Sanita’ della Regione Lazio, Alessio D’Amato: “Il Covid colpisce duramente anche i giovani. E’ importante fare la vaccinazione, e’ troppo pericoloso”. La giovane di 28 anni, deceduta nella notte tra il 20 e il 21 gennaio al Policlinico Umberto I di Roma, non era vaccinata ed era ricoverata dal 7 gennaio scorso quando e’ arrivata con una polmonite bilaterale covid. Durante la degenza, il 13 gennaio, e’ stato possibile farla partorire quando si e’ capito che le sue condizioni erano ormai disperate. Il bimbo, nato prematuro con un peso di 1,800 chili, e’ stato ricoverato in terapia Intensiva neonatale, e dopo una iniziale difficolta’ respiratoria e’ ora in condizioni cliniche buone e non necessita di supporto ventilatorio. Durante le fasi della degenza si e’ tentato di tutto per salvare la vita della giovane, compresa la terapia intensiva in Ecmo (ossigenazione extracorporera).

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Il virus sbarca nei paradisi Covid-free del Pacifico

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Per due anni erano rimaste immuni dal virus. Mentre ovunque la vita veniva sconvolta dalla pandemia, grazie alla loro posizione remota tra le profondita’ del Pacifico, le isole di Kiribati e Samoa potevano vantare lo status privilegiato di territori Covid-free, senza mascherine ne’ la costante paura del contagio. Ora pero’, con i primi arrivi dall’estero al tempo della dilagante variante Omicron, hanno capitolato anche loro: boom di contagi (che da quelle parti equivalgono a poche decine di casi) ed e’ subito scoccata l’ora sconosciuta del lockdown. Dall’inizio della pandemia, Kiribati non aveva segnalato neanche un solo caso di coronavirus, mentre Samoa ne aveva registrati appena due, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanita’. Il primo focolaio e’ arrivato adesso con un volo per Kiribati dalle Fiji – il primo dalla riapertura dei confini dopo 10 mesi – a bordo del quale sono stati riscontrati 36 positivi sui 54 passeggeri, nonostante fossero tutti vaccinati e con un test negativo alla partenza. A Samoa, invece, le restrizioni sono scattate dopo 15 casi legati a un volo di rimpatrio da Brisbane, ha spiegato la premier Fiame Naomi Mata’afa, e dureranno fino a lunedi’ sera. In entrambi i casi, le autorita’ di questi paradisi del Pacifico hanno attuato una serie di inedite misure restrittive, mentre tutti i contagiati sono stati messi in quarantena. Una stretta ulteriormente rafforzata dopo la positivita’ di alcuni dipendenti di una struttura dove i passeggeri contagiati stavano trascorrendo l’isolamento. Nell’arcipelago di Kiribati, dove secondo l’Oms solo il 34% della popolazione e’ completamente vaccinato, le restrizioni nella capitale prevedono che i residenti – la meta’ di tutti i 120mila abitanti – possano uscire di casa solo per procurarsi il cibo o ricevere assistenza sanitaria. Misure che dureranno almeno fino a giovedi’. A Samoa, invece, gli immunizzati con doppia dose sono il 62%. Ma adesso, con l’arrivo ufficiale del virus e in vista della futura riapertura delle frontiere, la campagna vaccinale dovra’ subire un’accelerazione. Per cercare di restare libero dal virus, continuano invece gli sforzi nell’arcipelago di Tonga, colpito una settimana fa dall’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai e dal conseguente tsunami, che nelle scorse ore ha rimandato indietro un aereo carico di aiuti dall’Australia dopo che a bordo era stato scoperto un caso di Covid.

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Tragedia del covid: lei è positiva e non vaccinata, partorisce un bel bimbo e muore

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Hanno salvato il bimbo, fatto partorire prima del tempo, ma non sono riusciti a salvare la madre, una ragazza di 28 anni postiva al Covid e non vaccinata. La donna e’ morta la notte tra il 20 e 21 gennaio al Policlinico Umberto I di Roma per le conseguenze di una polmonite bilaterale da Coronavirus: una settimama prima, il 13 gennaio, aveva partorito un bimbo che ora e’ in condizioni stabili e non in pericolo di vita. La 28enne era ricoverata dal 7 gennaio ma i primi sintomi del Covid li aveva avuti il 29 dicembre. Solo quando ha avuto difficolta’ respiratorie si e’ reso necessario il ricovero in ospedale dove e’ arrivata alla 31esima settimana di gravidanza. All’ingresso l’ecografia polmonare evidenziava una importante polmonite bilaterale dovuta al Covid confermata da test molecolare. Le condizioni cliniche della donna, spiegano dall’ospedale romano, “dimostravano una grave insufficienza respiratoria tanto da essere subito ricoverata in reparto Covid e sottoposta a terapia con casco con il 100% di Ossigeno”. Le condizioni si sono poi aggravate tanto da richiedere il trasferimento in area sub-intensiva a gestione rianimatoria. Il monitoraggio continuo, eseguito dai ginecologi, non dimostrava condizioni patologiche fetali. Ma il 13 gennaio, quando si e’ registrato un repentino e drastico peggioramento delle condizioni della donna, si e’ deciso di sottoporla a parto cesareo d’urgenza e al successivo trasferimento in Terapia Intensiva Covid per essere ventilata meccanicamente. Il bambino nato il 13 gennaio di 1,800 Kg e’ stato ricoverato in terapia Intensiva neonatale, e dopo una iniziale difficolta’ respiratoria, e’ ora in condizioni cliniche buone e non necessita di supporto ventilatorio. La madre invece e’ andata via via peggiorando. Il 15 gennaio vista la recrudescenza dell’insufficienza respiratoria e’ stato deciso l’avvio del trattamento di ossigenazione extracorporea (ECMO). Nei giorni seguenti non si e’ assistito a nessun miglioramento delle condizioni cliniche della paziente che sono invece progressivamente peggiorate fino al decesso nella notte tra il 20 e il 21 gennaio. Alla luce di questa storia la Regione Lazio ricorda “l’assoluta importanza di vaccinarsi anche in gravidanza e formula ai famigliari della giovane donna le piu’ sentite condoglianze”. E’ stato inoltre programmato per il 2 febbraio un Open day per le donne in gravidanza e in allattamento al Sant’Eugenio.

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