Cronache
Omicidio Mastrapasqua, chiesti 27 anni anche in appello per Rezza: «Trenta secondi per morire per cuffiette da 14 euro»
La procura generale di Milano ha chiesto la conferma della condanna a 27 anni per Daniele Rezza, accusato di aver ucciso Manuel Mastrapasqua durante una rapina per un paio di cuffiette. La perizia ha escluso vizi di mente.
«Trenta secondi per morire per 14 euro di cuffiette». La sostituta procuratrice generale di Milano Olimpia Bossi ha ricostruito con queste parole l’omicidio di Manuel Mastrapasqua, il trentunenne ucciso a Rozzano mentre tornava a casa dal lavoro nella notte dell’11 ottobre 2024.
Davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, la rappresentante dell’accusa ha chiesto la conferma della condanna a 27 anni di reclusione pronunciata in primo grado nei confronti di Daniele Rezza, oggi ventunenne.
«Poteva andarsene e invece ha deciso di accoltellare. Non c’era nessun motivo per ammazzarlo», ha affermato la pg nella requisitoria.
L’aggressione durante il ritorno dal lavoro
Mastrapasqua aveva terminato il proprio turno in un supermercato di via Farini, a Milano. Dopo essere sceso dal tram a Rozzano, intorno alle tre del mattino, incontrò Rezza.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, il giovane gli sottrasse un paio di cuffie wireless del valore di circa 14 euro e lo colpì con un coltello vicino al cuore. La vittima morì poco dopo.
Rezza è imputato per omicidio e rapina. In primo grado, nel luglio 2025, la Corte d’Assise di Milano lo ha condannato a 27 anni di carcere, una pena superiore ai vent’anni che erano stati chiesti dalla procura.
La richiesta di confermare le aggravanti
Nel processo di secondo grado la procura generale ha chiesto di mantenere le aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa, già riconosciute dalla Corte d’Assise.
«Più futili di così», ha osservato Bossi, richiamando non soltanto il valore irrisorio dell’oggetto sottratto, ma anche quella che ha definito un’«abnorme sproporzione» tra la rapina e la decisione di colpire mortalmente Mastrapasqua.
La pg ha spiegato di non condividere la linea sostenuta dalla procura nel giudizio di primo grado, quando era stato chiesto di escludere le due aggravanti.
Le attenuanti e l’esclusione dell’ergastolo
La procura generale ha comunque ritenuto possibile confermare le attenuanti generiche, considerate equivalenti alle aggravanti.
Secondo Bossi, la giovane età, l’immaturità cognitiva, affettiva e morale dell’imputato e l’ammissione dei fatti possono giustificare il mantenimento della pena a 27 anni.
«L’ergastolo sarebbe una soluzione tombale», ha affermato la pg, sostenendo che la pena temporanea potrebbe consentire a Rezza di intraprendere un percorso di consapevolezza e cambiamento.
Allo stesso tempo, l’accusa ha evidenziato come l’imputato abbia mostrato finora indifferenza davanti alla vita spezzata e non abbia manifestato, secondo la valutazione della procura generale, un autentico pentimento.
Le motivazioni della sentenza di primo grado avevano già riconosciuto la giovane età e l’immaturità dell’imputato come elementi attenuanti, escludendo invece che il disagio sociale e familiare potesse assumere lo stesso rilievo.
La perizia esclude il vizio di mente
Nel processo d’appello è stata disposta una perizia psichiatrica, affidata alla specialista Mara Bertini.
La consulente ha concluso che Rezza era capace di intendere e di volere al momento del delitto, confermando così la piena imputabilità del giovane.
Nella relazione vengono descritte difficoltà nella regolazione delle emozioni e forme di aggressività reattiva e proattiva considerate clinicamente significative. Queste caratteristiche, tuttavia, non raggiungono la soglia giuridica dell’infermità mentale.
La perizia ha quindi escluso tanto un vizio totale quanto un vizio parziale di mente.
La richiesta di giustizia riparativa
La difesa ha riproposto in appello la richiesta di ammissione a un percorso di giustizia riparativa, oltre a domandare l’esclusione delle aggravanti e una riduzione della pena.
La procura generale ha espresso parere contrario. La famiglia Mastrapasqua ha manifestato una comprensibile chiusura e, secondo Bossi, non vi sarebbero al momento le condizioni per avviare un percorso utile, anche in considerazione dell’assenza di un pentimento ritenuto credibile.
Nella prima udienza del processo d’appello Rezza aveva chiesto «scusa e perdono» ai familiari della vittima, affermando di aver compreso di non poter restituire loro un figlio e un fratello. La madre di Manuel aveva reagito invitandolo a tacere.
La frase sulla coltellata
Durante il procedimento è stata ricordata anche una dichiarazione attribuita a Rezza, che avrebbe definito quella coltellata «una stupidata».
Per la procura generale si tratta di un’espressione indicativa della difficoltà dell’imputato nel comprendere fino in fondo la gravità del gesto compiuto e le sue conseguenze irreversibili.
Terminate le discussioni delle parti, la Corte d’Assise d’appello, presieduta dai giudici Caputo e Anelli, dovrà decidere se confermare la condanna a 27 anni, rideterminare la pena o modificare il riconoscimento delle aggravanti.
La sentenza non risultava ancora pronunciata al momento della requisitoria.
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