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Musica

Olly conquista Genova, tre serate sold out al Ferraris e il primo tour negli stadi

Olly apre a Genova le tre serate sold out di “Tutti a casa” davanti a 30mila spettatori al Luigi Ferraris. Dopo il trionfo a Sanremo 2025, annuncia il primo tour negli stadi nel 2027.

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Genova si riprende il suo stadio anche con la musica e lo fa con uno dei suoi figli più amati. Olly entra al Luigi Ferraris da padrone di casa, davanti a 30mila spettatori nella prima delle tre serate sold out di “Tutti a casa”, per un totale di 90mila persone arrivate da tutta Italia e anche dall’estero. Dopo 22 anni senza concerti nello stadio genovese, il ritorno della grande musica ha il volto e la voce di Federico Olivieri.

Il ritorno della musica al Ferraris

L’ultimo grande artista ad aver suonato al Ferraris era stato Vasco Rossi. Non è un dettaglio secondario, soprattutto per Olly, che poco prima dell’inizio del concerto ha scelto di far risuonare “Albachiara”, quasi come un passaggio simbolico di testimone.

Per il cantautore genovese è stato il concerto “sognato da una vita”, nato quasi come un’idea impossibile. All’inizio, ha raccontato, pensava di esibirsi al Carlini, lo stadio più piccolo del rugby. Invece il sogno è diventato il Ferraris pieno, con il boato riservato alle grandi star.

Una scaletta tra rock, acustica e memoria

Olly ha portato sul palco i suoi brani con arrangiamenti rinnovati, più rock, più diretti, più graffianti. Ma ha lasciato spazio anche ai momenti essenziali, voce e chitarra, per tenere insieme energia e intimità.

Il concerto si è aperto con l’ingresso a sorpresa sulle note di “Ma te lo immagini se…”, da “I cantieri del Giappone”. Sugli schermi sono comparse frasi battute a macchina firmate da Ico, come un dialogo scritto direttamente al pubblico. Poi “È festa”, “Quei ricordi là”, “Balorda nostalgia”, il brano con cui ha vinto Sanremo 2025, e la nuova “Cantilena”.

L’omaggio a Tenco e il finale con De André

Nel cuore della serata è arrivato anche l’omaggio a Luigi Tenco con “Mi sono innamorato di te”, scelta che ha legato il concerto alla grande tradizione della canzone d’autore italiana.

Il finale è stato affidato a “Devastante” e “Menomale che c’è il mare”, chiusa come da tradizione con “Il pescatore” di Fabrizio De André. Un altro segno di appartenenza, di radici e di riconoscenza verso Genova e la sua storia musicale.

Il tour negli stadi nel 2027

Durante la serata Olly ha annunciato anche il suo primo tour negli stadi, previsto per l’estate del 2027. La partenza sarà l’11 giugno allo stadio Nereo Rocco di Trieste, con chiusura il 10 luglio a Padova.

Prima, però, ci sarà tempo per scrivere nuove canzoni e forse un disco, se ci sarà davvero qualcosa da dire. Olly lo ha spiegato con la semplicità di chi prova a tenere insieme la parte più intima dell’autore e quella più potente del performer.

Un ragazzo dentro un sogno più grande

A 25 anni, Federico Olivieri si sente cresciuto, ma resta un ragazzo che vive ogni anno un sogno più grande del precedente. Dopo Genova lo attendono Roma e Caserta, poi il desiderio di fermarsi, andare in Sardegna con gli amici, staccare e magari innamorarsi.

Sulle polemiche legate agli artisti e all’impegno politico, Olly ha scelto una linea semplice: ognuno deve poter dire ciò che vuole, ma per un cantautore il primo mezzo resta la musica. Il resto, ha spiegato, può anche stimolare il confronto.

Il Ferraris pieno, però, racconta già molto. Racconta il momento di un artista che ha trasformato il successo in una festa collettiva. E racconta una città che, dopo 22 anni, è tornata a cantare nel suo stadio.

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Zucchero accende Bologna con il suo blues: al Dall’Ara una festa lunga tre ore

Zucchero celebra al Dall’Ara di Bologna i 25 anni di Baila con uno show da 26mila spettatori, tra blues, grandi successi, omaggi a Miles Davis e Pavarotti e un messaggio di libertà.

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Zucchero Fornaciari torna a Bologna e trasforma lo stadio Dall’Ara in una grande casa del blues. Davanti a 26mila spettatori, l’artista emiliano apre il tour che celebra i 25 anni di Baila (Sexy Thing), brano scritto con Robyx e diventato uno dei suoi successi internazionali.

Il palco, Pessoa e il sole gigante

Lo show si apre con la voce fuori campo di Zucchero e con una citazione di Fernando Pessoa sui maxischermi. Al centro della scena domina un grande sole sospeso, che cambia colore e atmosfera accompagnando le diverse fasi del concerto.

Dopo l’introduzione, parte la festa. Spirito nel buio scalda subito il pubblico, seguita da Music in Me, mentre sul palco scorrono immagini e suggestioni visive che intrecciano Africa, soul, spiritualità e radici popolari.

Tre ore tra hit e memoria

La scaletta attraversa gran parte della storia musicale di Zucchero: Il mare impetuoso al tramonto salì sulla Luna e dietro una tendina di stelle…, Menta e rosmarino, Pane e sale, Partigiano Reggiano, Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica.

Con Dune mosse il concerto cambia passo emotivo: nel sole centrale compare il volto di Miles Davis, con cui Zucchero collaborò, mentre su Scintille lo stadio si illumina di migliaia di luci.

Baila e il dialogo con il pubblico

Il momento più atteso arriva a metà concerto: Baila fa alzare tutti in piedi e diventa il cuore della serata. Subito dopo Zucchero si ferma, si siede alla fine della passerella e parla al pubblico con il tono diretto di chi non ha bisogno di effetti speciali.

Ringrazia i fan per essere ancora lì “dopo tutti questi anni”, racconta il ritorno dal tour europeo e la nascita di quattro piccoli di pavone, poi riflette sull’amore per le cose semplici, sulla genuinità e sulla libertà. Da qui nasce il passaggio a Un soffio caldo, brano scritto con Francesco Guccini.

“La musica parla per me”

Zucchero rivendica anche la scelta di cantare in italiano ovunque. Ricorda quando da bambino ascoltava Aretha Franklin, i Beatles e i Rolling Stones senza capire le parole, ma sentendo comunque arrivare “un suono, un’anima, un modo di interpretare i ritmi”.

È una dichiarazione d’amore alla musica come linguaggio universale: non serve capire tutto, se arriva il cuore.

Da Pavarotti a Diamante

Nella parte finale arriva Nella casa c’era, brano raramente eseguito dal vivo perché legato a un dolore personale. Poi le immagini di Luciano Pavarotti accompagnano Miserere, mentre sugli schermi compare una frase che riassume la poetica della serata: chi non ama il blues ha un buco nell’anima.

Il concerto corre verso il finale con Il Volo, Diamante, X Colpa di Chi? e Diavolo in me, con il pubblico a cantare e alzare le mani sulle note di “Love”.

Il blues non morirà mai

Dopo quasi tre ore di musica, Zucchero saluta Bologna con una promessa e una fede: “Noi crediamo nel blues. Il blues non morirà mai”.

Sugli schermi resta un ultimo messaggio: “Che la musica scateni una scintilla e arcobaleni rasserenino il mondo”. È il sigillo perfetto di una notte costruita su radici, memoria, libertà e passione popolare.

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Geolier conquista il Maradona: tre notti da 150mila spettatori e Napoli diventa la sua casa

Geolier riempie lo stadio Maradona con tre concerti da 150mila spettatori complessivi e annuncia una nuova residency a Napoli nel 2027. Sul palco anche 50 Cent, Sfera Ebbasta, Anna, Luchè e il tributo emozionante a Pino Daniele.

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Geolier non è più soltanto il ragazzo del rione Gescal diventato simbolo del rap napoletano. È ormai un fenomeno popolare, musicale e sociale che Napoli ha scelto di abbracciare senza riserve. Le tre notti allo stadio Maradona, con circa 150mila spettatori complessivi, certificano una dimensione nuova: Geolier non riempie solo gli stadi, ma racconta una città che cambia centro, voce e immaginario.

Nel giorno in cui la Siae conferma la portata del suo richiamo, superiore anche ad alcune grandi partite del Napoli, il rapper porta nel tempio calcistico della città uno spettacolo costruito come un racconto di identità, riscatto e appartenenza.

Da 50 Cent a Pino Daniele, il palco diventa memoria e futuro

La serata accende subito il Maradona con ospiti di peso. Sul palco arriva 50 Cent per “Phantom”, mentre la voce di Pino Daniele entra nello stadio come un’apparizione emotiva sulle note di “Tutto è possibile”.

È uno dei momenti più forti del concerto: Geolier fa un passo indietro, lascia spazio al genius loci della musica napoletana e lega idealmente il proprio percorso a quello di chi, prima di lui, ha portato Napoli nel mondo senza tradirne lingua e anima.

Gli ospiti e i quattro atti dello show

Lo spettacolo è diviso in quattro atti: promessa, sangue, riscatto e gloria. Una struttura narrativa che accompagna il pubblico dentro la storia artistica e personale di Emanuele Palumbo.

Accanto a lui salgono Sfera Ebbasta per “M’ manc”, Anna per “Due giorni di fila”, Luchè per “Ginevra” e Mv Killa per “Cadillac”. Ma più degli ospiti conta il rapporto diretto con il pubblico, che canta ogni brano come fosse un coro collettivo: da “El pibe de oro” a “Money”, da “Chiagne” a “Fotografia”, fino a “I’ p’ me tu p’ te”.

Napoli è casa tua, l’annuncio per il 2027

Il messaggio centrale della serata è racchiuso nell’operazione “Napoli è casa tua”. Geolier ha annunciato che nel 2027 si esibirà soltanto a Napoli, ancora al Maradona, dal 9 all’11 giugno, con biglietti già in vendita.

Una vera e propria residency nella sua città, che potrebbe allargarsi ad altre date e ad iniziative collaterali anche sociali. È il modo scelto dall’artista per restituire qualcosa alla comunità che lo ha sostenuto quando era ancora, come dice lui, “nu’ muccusiello”.

Il dialetto, il rap e una città policentrica

Geolier non ha tradito il dialetto, anzi lo ha reso ancora più essenziale, contratto, musicale, adatto al flow e alla durezza poetica della strada. La sua forza sta nel tenere insieme rap, ballate neomelodiche, racconto di periferia, romanticismo popolare, fede, malinconia e desiderio di riscatto.

Sul palco non c’è solo base elettronica: chitarra, tastiere, batteria, basso e archi danno corpo a una musica suonata, cantata e condivisa. Qualcuno continuerà a storcere il naso, ma il Maradona racconta un’altra verità: Geolier è oggi uno degli artisti italiani più capaci di radunare pubblico, generazioni e immaginario.

Al Maradona vince la periferia

Per tre sere, nello stadio intitolato a Diego Armando Maradona, ha vinto anche la periferia. Ha vinto una Napoli più larga, più policentrica, meno addomesticata di quanto spesso si voglia raccontare.

Geolier porta sul palco le contraddizioni della città: le canta, le rappa, le attraversa, a volte ci inciampa, ma non le rimuove. Ed è proprio per questo che il suo pubblico lo riconosce come uno di casa.

Nessuno, prima di lui, aveva suonato così tante volte al Maradona raccogliendo una risposta popolare di queste dimensioni. E l’anno prossimo chi vorrà vederlo dovrà venire qui: a Napoli, casa sua. Al Maradona, casa sua.

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Musica

Iron Maiden nella storia di San Siro, il metal conquista la Scala del calcio

Gli Iron Maiden entrano nella storia della musica live italiana con il primo concerto metal a San Siro. Bruce Dickinson celebra dal palco i 50 anni della band davanti a 45mila fan.

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C’è chi ha riaperto un cassetto di gioventù e indossato la vecchia maglietta del liceo. Chi è arrivato da lontano, come due amici pugliesi partiti per esserci. Chi ha portato tutta la famiglia, trasformando una serata heavy metal in un rito generazionale. A San Siro gli Iron Maiden non hanno celebrato soltanto un concerto: hanno firmato una pagina di storia della musica dal vivo in Italia.

Per la prima volta un gruppo metal è entrato nella Scala del calcio. E lo ha fatto con il peso, la memoria e la potenza di una band che da mezzo secolo attraversa palchi, generazioni e continenti senza perdere la propria identità.

Bruce Dickinson: “Milano, finalmente a San Siro”

“Milano, finalmente a San Siro. È un’emozione suonare in questo leggendario stadio”. Bruce Dickinson lo ha detto dal palco con giacca di pelle e capelli lunghi d’ordinanza, davanti a un pubblico enorme per la storia italiana della band.

Il frontman ha ricordato i cinquant’anni di carriera del gruppo e l’improbabilità, agli inizi, di immaginare un giorno una serata simile: gli Iron Maiden in uno degli stadi più iconici d’Europa, davanti a circa 45mila spettatori.

Cinquant’anni di musica e nove album da ripercorrere

Il tour si intitola Run for Your Lives. From Iron Maiden to Fear of the Dark ed è costruito come una lunga corsa dentro la prima, decisiva parte della storia della band. Una cavalcata che attraversa i primi nove album, dal debutto omonimo del 1980 fino a Fear of the Dark del 1992.

Fondata nel 1975, la band è oggi formata da Bruce Dickinson, entrato nel gruppo nel 1982, dal bassista Steve Harris, dal batterista Simon Dawson e dai tre chitarristi Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers. Quasi tutti intorno ai settant’anni, gli Iron Maiden continuano a muoversi sul palco con una forza che smentisce ogni idea di commiato.

Dal Vigorelli a San Siro

Il ritorno a Milano ha anche il sapore del cerchio che si chiude. Era il 1980 quando gli Iron Maiden esordirono in Italia al velodromo Vigorelli, in supporto ai Kiss. Oggi tornano nella stessa città da protagonisti assoluti, forti di oltre 130 milioni di album venduti e più di 2.400 concerti in tutto il mondo.

L’appuntamento non era sold out, ma la presenza di decine di migliaia di fan ha dato comunque alla serata il respiro del grande evento. Non solo un concerto, ma l’ingresso ufficiale del metal in uno spazio simbolico della cultura popolare italiana.

La scaletta: da Killers a The Number of the Beast

Lo show si apre con Murders in the Rue Morgue, brano ispirato a Edgar Allan Poe e datato 1981. Seguono Wrathchilde Killers, prima della suggestiva Phantom of the Opera, arrivata dall’album di debutto.

La prima vera esplosione collettiva arriva con The Number of the Beast, la title-track del disco che consacrò la band a livello mondiale. L’urlo iniziale di Dickinson accende San Siro e trasforma il Meazza in una gigantesca cassa di risonanza metal.

Eddie, Murnau e la bandiera italiana

Il concerto procede come un viaggio visivo e sonoro. Sugli schermi scorrono immagini evocative, dai richiami al cinema di Murnau alla mascotte Eddie, presenza iconica e teatrale dell’immaginario Maiden.

Arrivano Powerslave, Rime of the Ancient Mariner, Run to the Hills, Seventh Son of a Seventh Son e The Trooper, il classico ispirato alla carica della Brigata Leggera. Su quelle note Dickinson sventola la bandiera italiana, pochi giorni dopo essersi allenato a fioretto nella palestra Pro Patria et Libertate di Busto Arsizio.

Il coro finale di Fear of the Dark

La passeggiata dentro la storia corre veloce fino ai bis. Fear of the Dark scatena un coro da stadio, perfetto per il luogo e per la liturgia collettiva di una band che ha sempre saputo unire teatralità, potenza e partecipazione popolare.

L’ultimo sigillo è Wasted Years, chiusura ideale di una serata che celebra una carriera straordinaria, immortalata dal documentario Burning Ambition e accompagnata dal riconoscimento della Rock & Roll Hall of Fame.

A giudicare dall’energia vista e ascoltata al Meazza, gli Iron Maiden non sembrano affatto vicini alla fine. San Siro li ha accolti come leggenda. Loro lo hanno lasciato da padroni del metallo.

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