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Politica

Nucleare, primo sì della Camera al ritorno dell’atomo civile in Italia

La Camera approva il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. Il provvedimento passa ora al Senato e punta a ricostruire un quadro normativo per il ritorno dell’atomo civile in Italia, con l’obiettivo di arrivare ai primi piccoli reattori modulari dal 2034-2035.

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Il nucleare torna dentro il Parlamento italiano non come centrale da costruire domani, ma come scelta strategica da preparare oggi. Dopo decenni di stop, referendum, paure, rimozioni e dipendenza energetica dall’estero, la Camera ha approvato il disegno di legge delega firmato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. È il primo passo politico verso la ricostruzione di una cornice normativa per l’energia nucleare civile in Italia.

Il testo è passato con i voti della maggioranza e di Azione, l’astensione di Italia Viva e il no del centrosinistra. Ora il provvedimento approda al Senato. Il governo vuole chiudere l’iter prima della pausa estiva e arrivare ai decreti attuativi entro Natale.

Non si tratta ancora della decisione di costruire impianti, ma della delega al governo per definire regole, controlli, competenze, sicurezza, gestione del combustibile e condizioni per un eventuale rientro dell’Italia nella produzione nucleare.

Che cosa prevede il ddl Pichetto

Il disegno di legge delega punta a ridare all’Italia una normativa organica sul nucleare civile sostenibile. Il governo dovrà emanare decreti legislativi per disciplinare diversi ambiti: costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza nucleare, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno attraverso energia nucleare, organi di controllo e procedure autorizzative.

Pichetto ha precisato che la legge riguarda solo il nucleare civile e non quello militare. Per il ministro, l’atomo di nuova generazione significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione e maggiore indipendenza. Il ragionamento del governo è semplice: in un mondo in cui crescerà la domanda di elettricità per intelligenza artificiale, data center, industria e mobilità elettrica, chi saprà produrre energia sarà più libero e più competitivo.

Piccoli reattori modulari, la scommessa del governo

Il governo insiste su un punto: non si vuole tornare alle grandi centrali del passato, quelle chiuse dopo il referendum del 1987. La nuova strategia guarda ai piccoli reattori modulari, gli Smr, presentati come più sicuri, più flessibili e più adatti a un sistema industriale moderno.

Ma qui sta anche uno dei nodi principali del dibattito. I piccoli reattori modulari sono una tecnologia promettente, ma non ancora disponibile su larga scala commerciale. Lo stesso ministro Pichetto ha indicato come possibile orizzonte per i primi reattori operativi in Italia il 2034-2035.

Il nucleare, dunque, non è una risposta immediata al caro energia. È una scelta di lungo periodo, che può incidere sul mix energetico futuro ma non sulle bollette di domani mattina.

La maggioranza esulta, Azione vota sì

Per il vicepremier Matteo Salvini, il nucleare è la scelta più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette di famiglie e imprese. La Lega spinge da tempo per accelerare, chiedendo di partire con i progetti entro la fine della legislatura.

Fuori dalla maggioranza, il sostegno più netto è arrivato da Azione. Carlo Calenda ha rivendicato la campagna del suo partito a favore dell’atomo, definendolo l’unica energia capace di garantire indipendenza, costi bassi ed emissioni nulle.

È un passaggio politico significativo: sul nucleare si delinea una convergenza tra centrodestra e area liberal-riformista, mentre il centrosinistra resta diviso tra apertura alla ricerca, prudenza sulla fissione e opposizione netta al ritorno delle centrali.

Il no del Pd e le critiche delle opposizioni

Il Partito democratico contesta il metodo e il merito del provvedimento. La capogruppo alla Camera Chiara Bragaaccusa il governo di imporre una legge delega su tecnologie non ancora presenti sul mercato, rinviando soluzioni concrete a quindici o vent’anni.

Il Movimento 5 Stelle mantiene una posizione più articolata. Giuseppe Conte ha ricordato che il referendum disse no al nucleare, ma ha anche ammesso che il mondo è cambiato. La sua apertura riguarda però la fusione, non la fissione di cui parla oggi il governo.

Molto più duro Angelo Bonelli di Avs, che accusa l’esecutivo di raccontare bugie agli italiani, sottolineando tempi lunghi, costi elevati e problemi ancora aperti. Bonelli esclude però un referendum immediato, sostenendo che la vera consultazione sarà il voto politico.

Il nodo dei tempi e dei costi

La domanda decisiva è una: quanto tempo e quanti soldi serviranno davvero? Il nucleare richiede autorizzazioni, siti, consenso territoriale, competenze tecniche, filiere industriali, organi di controllo, gestione delle scorie e piani di sicurezza.

Anche tra gli operatori economici non mancano cautele. Il mondo industriale guarda con interesse al tema, ma sa che l’Italia non avrà energia nucleare disponibile in tempi brevi. Il vero rischio, secondo i critici, è usare il nucleare come promessa di lungo periodo mentre restano da affrontare le responsabilità immediate su rinnovabili, reti, accumuli, efficienza energetica e riduzione della dipendenza dal gas.

Il governo replica che le due strade non sono alternative: rinnovabili e nucleare, nella sua visione, devono convivere dentro un sistema energetico più sicuro e meno esposto alle crisi internazionali.

Ambientalisti contrari: “Perdita di tempo e soldi”

Le associazioni ambientaliste restano nettamente contrarie. Il Wwf Italia definisce il ddl una perdita di tempo e di risorse, sostenendo che il ritorno del nucleare rischi di rallentare la transizione vera e favorire l’attuale dipendenza dal gas.

Anche il think tank climatico Ecco critica la strategia del governo, accusandolo di preferire promesse a lunghissimo termine invece di concentrarsi sull’attuazione del Piano energia e clima, cioè sulle scelte che producono effetti misurabili già nei prossimi anni.

Il fronte contrario insiste su un punto: se i primi reattori arriveranno, nella migliore delle ipotesi, dopo il 2034, il nucleare non può essere presentato come soluzione all’emergenza energetica attuale.

La partita politica dell’energia

Il primo sì della Camera riapre una delle fratture più profonde della storia italiana. Il nucleare non è mai stato soltanto una tecnologia. È memoria collettiva, paura, referendum, industria, ambiente, sicurezza, bollette, geopolitica.

Il governo Meloni prova a cambiare paradigma: non più il nucleare delle grandi centrali novecentesche, ma quello modulare, civile, integrato con le rinnovabili e orientato alla decarbonizzazione. Le opposizioni rispondono che si tratta di una narrazione troppo ottimistica, costruita su tecnologie ancora immature e tempi incompatibili con la crisi climatica ed energetica.

Il Senato sarà il prossimo banco di prova. Ma la vera partita comincerà dopo, con i decreti attuativi e con le scelte concrete: chi controllerà, dove si potrà costruire, quali tecnologie saranno considerate mature, come verranno coinvolti i territori e chi pagherà il costo dell’eventuale ritorno all’atomo.

Una scelta di lungo periodo, non una risposta immediata

Il ddl Pichetto non riaccende domani una centrale nucleare in Italia. Apre però una strada politica e normativa che il Paese aveva chiuso da decenni. Per il governo è una scelta di indipendenza e sicurezza. Per i contrari è un diversivo costoso rispetto alle urgenze della transizione energetica.

La verità è che il nucleare, se tornerà, non risolverà il problema delle bollette nel breve periodo. Potrà eventualmente incidere sul sistema energetico italiano tra dieci o quindici anni. Proprio per questo il dibattito dovrebbe uscire dagli slogan: non basta dire sì o no all’atomo. Bisogna spiegare tempi, costi, tecnologie, rischi, controlli e alternative.

Il primo voto della Camera ha riaperto la porta. Ora bisognerà capire se dietro quella porta c’è una strategia industriale credibile o soltanto una promessa energetica rinviata al futuro.

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Politica

Burgio: «Milano insicura». E apre al passo indietro per il centrodestra

L’ex generale dei carabinieri Carmelo Burgio, candidato sindaco di Futuro Nazionale, definisce Milano una città insicura e critica Sala sul caso Ramy. Ma si dice pronto a ritirarsi qualora il centrodestra trovasse un candidato unitario.

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La sicurezza sarà il tema centrale della campagna elettorale di Carmelo Burgio (nella foto Imagoeconomica assieme a Vannacci), l’ex generale dei carabinieri scelto da Roberto Vannacci come candidato di Futuro Nazionale alle elezioni comunali di Milano del 2027.

«Milano è una città insicura», afferma Burgio in un’intervista al Giorno, richiamando anche un episodio personale avvenuto nei pressi della Stazione Centrale.

«Per anni sono arrivato nel capoluogo lombardo alla Stazione Centrale. Un giorno un immigrato ha provato ad aggredirmi», racconta il generale in pensione. L’uomo si sarebbe allontanato dopo avere compreso di trovarsi davanti a un carabiniere.

Si tratta di un’esperienza personale che Burgio utilizza per motivare il giudizio sulla città. La percezione della sicurezza resta tuttavia un dato distinto dall’andamento statistico dei reati, sul quale il candidato non fornisce numeri.

L’attacco a Sala sul caso Ramy

Burgio critica il sindaco Giuseppe Sala anche per la posizione assunta dopo la morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne deceduto nel novembre 2024 durante un inseguimento dei carabinieri allo scooter sul quale viaggiava come passeggero.

«Sala voleva persino premiare il papà di Ramy», sostiene il candidato, contestando anche l’educazione impartita al ragazzo e denunciando quella che considera una mancata difesa dei militari coinvolti nell’inseguimento.

Il riconoscimento ricevuto da Yehia Elgaml, padre di Ramy, non venne però assegnato personalmente dal sindaco. Si trattava del “Panettone d’oro”, premio alla virtù civica promosso dal Coordinamento dei comitati milanesi con il patrocinio del Comune.

La motivazione richiamava gli appelli del padre di Ramy alla calma, il rifiuto delle violenze scoppiate al Corvetto e la fiducia espressa nell’operato della magistratura. Sala aveva ricevuto la famiglia a Palazzo Marino e manifestato apprezzamento per il comportamento mantenuto dopo la tragedia.

«Difendere le forze dell’ordine»

Burgio sostiene che il Comune non abbia tutelato adeguatamente i carabinieri coinvolti nel caso. «Io sono sceso in campo anche per questo: bisogna difendere le forze dell’ordine», afferma.

La candidatura dell’ex generale conferma così l’intenzione di Futuro Nazionale di costruire la propria proposta milanese attorno ai temi della sicurezza, dell’ordine pubblico e del contrasto alla criminalità.

Burgio, 69 anni, è nato ad Anzio e ha alle spalle una lunga carriera nell’Arma dei carabinieri e nei reparti paracadutisti. La sua limitata conoscenza diretta di Milano è già diventata uno degli argomenti utilizzati dagli avversari politici per contestarne la candidatura.

Il rapporto con Vannacci

Il legame con Roberto Vannacci risale agli anni trascorsi nei reparti militari. Burgio racconta di avere conosciuto l’attuale leader di Futuro Nazionale quando quest’ultimo comandava una Compagnia Incursori.

«Alcuni miei cari amici del suo reparto mi parlavano bene di lui: persona perbene, preparata e professionale», afferma.

L’ex generale ricorda inoltre di avere difeso pubblicamente Vannacci dopo la pubblicazione del libro che lo ha reso un personaggio politico nazionale e durante le inchieste riguardanti alcuni aspetti della sua carriera militare, poi archiviate.

L’apertura al centrodestra

La candidatura di Burgio potrebbe non arrivare necessariamente fino al voto. L’ex generale si dice disponibile a fare un passo indietro qualora Futuro Nazionale raggiungesse un accordo con gli altri partiti del centrodestra.

«Se si raggiungesse un’intesa per cui Futuro Nazionale decidesse di aiutare un altro candidato, per me andrebbe benissimo. L’importante è vincere», conclude.

La disponibilità conferma che il nome di Burgio rappresenta anche uno strumento negoziale nella partita per la scelta del candidato unitario. Futuro Nazionale annuncia di essere pronto a correre da solo, ma lascia aperta la porta a un’intesa con Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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Politica

+Europa, Rotella presidente: cambiano i rapporti di forza nel partito

Tommaso Rotella, sostenuto dall’area di Benedetto Della Vedova e Matteo Hallissey, è il nuovo presidente dell’Assemblea nazionale di +Europa. L’elezione rovescia i rapporti di forza interni e riapre la partita sul congresso anticipato e sulle alleanze.

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C’è voluta una decisione del Tribunale civile di Roma per sbloccare la paralisi di +Europa e consentire all’Assemblea nazionale di eleggere il proprio presidente.

La scelta è caduta su Tommaso Rotella, esponente dell’area che fa riferimento a Benedetto Della Vedova e al presidente del partito Matteo Hallissey. Rotella ha ottenuto 60 voti favorevoli e quattro astensioni, mentre i delegati vicini al segretario Riccardo Magi non hanno partecipato alla votazione.

L’elezione rappresenta l’ultimo atto di un braccio di ferro interno che dura da mesi e che ha ormai superato i confini del confronto politico, arrivando nelle aule giudiziarie.

La sentenza che ha sbloccato l’Assemblea

Dopo le dimissioni della precedente presidente dell’Assemblea, Agnese Balducci, la nuova maggioranza aveva chiesto di procedere con l’elezione del successore. Il voto era però rimasto bloccato.

Della Vedova, Hallissey e gli altri esponenti dell’opposizione interna avevano quindi presentato un ricorso d’urgenza. Il Tribunale di Roma ha accolto la loro richiesta, consentendo la convocazione dell’organismo e l’elezione della nuova presidenza.

Una decisione che non interviene direttamente sulla guida politica del partito, affidata fino al 2028 a Riccardo Magi, ma che modifica profondamente gli equilibri negli organismi dirigenti.

Il bilancio approvato

L’Assemblea si è chiusa con l’approvazione del bilancio consuntivo. Lo stesso documento era stato bocciato a maggio dalla nuova maggioranza, intenzionata a inviare un segnale politico di sfiducia alla segreteria.

Questa volta non sono state approvate mozioni sul congresso o sulle alleanze. Il voto sul bilancio ha permesso al partito di superare una scadenza delicata, ma non ha ricomposto la frattura.

La maggioranza dell’Assemblea è ormai nelle mani dell’area critica verso Magi. Il segretario conserva la propria carica, ma dovrà confrontarsi con un organismo nazionale guidato dai suoi oppositori.

Due linee per il centrosinistra

Dietro lo scontro sulle regole esiste una distanza politica sulla futura collocazione di +Europa.

L’area di Della Vedova e Hallissey guarda alla costruzione di una più ampia aggregazione liberale e riformista, nella quale potrebbe trovare spazio anche Italia viva di Matteo Renzi. L’obiettivo sarebbe quello di presentare nella coalizione di centrosinistra un blocco centrista più consistente e dotato di maggiore forza negoziale.

Magi difende invece l’autonomia politica e organizzativa di +Europa. Secondo questa impostazione, il partito deve conservare il proprio simbolo e la propria identità radicale, europeista e liberale, mantenendo riconoscibile l’impegno sui diritti civili senza confluire in un contenitore centrista più moderato.

La partita del congresso

L’elezione di Rotella può riportare all’ordine del giorno la richiesta di un congresso straordinario. Il nuovo presidente dell’Assemblea potrà favorire la discussione, ma la convocazione dovrà rispettare le maggioranze e le procedure previste dallo statuto.

Magi ha già espresso la propria contrarietà a un nuovo congresso, essendo stato rieletto segretario nel febbraio 2025 con un mandato triennale. Un’eventuale forzatura potrebbe quindi produrre altri ricorsi e prolungare lo scontro legale.

Per il momento la segreteria resta al suo posto. Politicamente, però, i rapporti di forza sono cambiati: l’opposizione interna controlla l’Assemblea e può condizionare le scelte sulla linea, sulle alleanze e sul futuro stesso di +Europa.

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Politica

Vannacci apre a Meloni, ma Forza Italia chiude: «Non lo vogliamo in coalizione»

Vannacci attende una telefonata di Giorgia Meloni e propone Futuro Nazionale come alleato del centrodestra. Forza Italia chiude la porta, mentre nella Lega aumentano i timori per una nuova perdita di consensi.

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Roberto Vannacci corregge la rotta e apre a un’alleanza con Giorgia Meloni. Dopo aver presentato alla Versiliana Futuro Nazionale come un partito pronto a «correre come un treno per vincere, da solo o in compagnia», l’ex generale lancia un messaggio alla presidente del Consiglio.

L’ipotesi di un ingresso nella coalizione incontra però il netto rifiuto di Forza Italia e alimenta le preoccupazioni della Lega, già attraversata dal confronto interno sulla leadership di Matteo Salvini.

«Aspetto una telefonata di Meloni»

Intervistato dalla Verità, Vannacci afferma di non avere avuto ancora alcun colloquio con esponenti del governo, ma di attendere una telefonata della premier.

«Considero Giorgia Meloni la padrona di casa e mi aspetto che parli con tutte le persone che si trovano all’ingresso della sua casa», spiega il leader di Futuro Nazionale.

Vannacci rivendica per il proprio partito il ruolo di «principale interlocutore del centrodestra», senza rinunciare alle critiche verso l’esecutivo. Accusa il governo di portare avanti politiche simili a quelle della sinistra e cita, tra i punti di contrasto, le scelte fiscali europee e il mancato sostegno agli emendamenti sulla legittima difesa.

Il no di Roberto Occhiuto

La risposta più dura arriva da Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vicesegretario di Forza Italia. Intervistato dal Foglio, il governatore esclude un’alleanza con Futuro Nazionale.

«Con Vannacci in coalizione, Meloni, che è la nostra risorsa più importante, sarebbe costretta a ribattere a un generale che le sparerebbe ogni giorno sempre più grosse», afferma Occhiuto.

Secondo il presidente calabrese, un’intesa sposterebbe la campagna elettorale su un terreno populista, mettendo in difficoltà la premier e allontanando l’elettorato moderato. È una posizione coerente con la linea adottata finora da Forza Italia.

Il silenzio preoccupato della Lega

La Lega per ora non replica pubblicamente. L’avanzata del partito dell’ex generale viene però osservata con crescente preoccupazione, soprattutto nei territori settentrionali.

Nel Carroccio è aperto il confronto sulla perdita d’identità e sulla necessità di tornare a parlare di autonomia, federalismo e amministrazioni locali. Dal direttivo lombardo sono emerse critiche alla strategia nazionale e alla rincorsa di Fratelli d’Italia e dello stesso Vannacci sui temi della sicurezza.

Un’eventuale alleanza tra Meloni e Futuro Nazionale potrebbe accentuare la concorrenza sulla base elettorale leghista, già segnalata dai dirigenti di province come Monza, Varese e Bergamo.

I gadget “identitari” sulla spiaggia

Vannacci prosegue intanto la propria campagna elettorale. A Lido di Camaiore è arrivato in bicicletta per partecipare a un gazebo allestito sul lungomare.

Nel comizio ha contestato il richiamo al «voto utile», invitando gli elettori a giudicare i risultati ottenuti dal governo su immigrazione, sicurezza e difesa dell’identità nazionale. Ha poi rilanciato la proposta della «tolleranza zero», evocando pattuglie impegnate a controllare le strade.

L’iniziativa si è conclusa con la distribuzione ai bambini di un kit da spiaggia trasformato in messaggio politico: paletta e secchiello per simboleggiare la costruzione di case e imprese italiane, una pistola ad acqua per rappresentarne la difesa.

Una comunicazione destinata a far discutere, mentre la vera partita resta quella dell’alleanza con il centrodestra. Vannacci attende Meloni, ma almeno per ora Forza Italia ha già chiuso la porta.

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