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Nozze di Dua Lipa in Sicilia, il disgustoso racconto dei media inglesi tra mafia e pregiudizi

Le nozze siciliane di Dua Lipa e Callum Turner diventano per alcuni media britannici il pretesto per riproporre stereotipi sulla mafia. Indignazione in Sicilia per una narrazione superficiale che cancella bellezza, cultura e riscatto civile.

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C’erano Palermo, Bagheria, le dimore settecentesche, il mare di Mondello, la musica di Elton John e una Sicilia capace di attrarre alcuni dei protagonisti più conosciuti dello spettacolo internazionale. Una parte del giornalismo britannico è riuscita però a vedere quasi soltanto mafia, sangue e “Sopranos”.

È difficile non provare disgusto davanti a una ricostruzione tanto assurda, pigra e provinciale. Non perché la storia criminale della Sicilia debba essere rimossa, ma perché utilizzarla come un’etichetta eterna significa negare tutto ciò che quella terra ha costruito contro Cosa Nostra, spesso pagando con la vita dei suoi uomini migliori.

Il matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner è diventato così, nelle pagine di alcuni giornali inglesi, l’ennesima occasione per riproporre pregiudizi e luoghi comuni che certo giornalismo trash non riesce ad abbandonare.

Il Telegraph e il «covo della mafia»

Il Telegraph ha presentato Villa Valguarnera come il luogo nel quale «il covo della mafia siciliana ospiterà il matrimonio da favola dell’anno».

Dopo le proteste, il titolo è stato corretto inserendo la parola “ex”. Una modifica formale che non cancella l’impostazione dell’articolo né il danno provocato.

La dimora di Bagheria non è stata raccontata innanzitutto per la sua architettura, la storia, il paesaggio o il ruolo culturale. È stata trasformata nell’ennesimo fondale esotico di una Sicilia criminale, utile a suscitare curiosità morbosa nei lettori stranieri.

Aggiungere “ex” non basta quando l’intero racconto continua a guardare l’isola attraverso la lente deformante della mafia.

Il Sun tra mare, sole e “Sopranos”

Non meno penoso il titolo scelto dal Sun: «Sole, mare e Sopranos», accompagnato dal richiamo al «passato brutale dell’isola amata dalle star».

Il tabloid ha accostato il matrimonio alle immagini della strage di Capaci, all’arresto di Giovanni Brusca e ad alcuni degli episodi più dolorosi della storia siciliana.

Un’operazione editoriale sconcertante. Le immagini dei morti di mafia sono state usate per rendere più sensazionale un articolo mondano, come se il sacrificio di magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini potesse diventare materiale decorativo accanto agli abiti degli invitati e agli yacht ancorati nel golfo.

È il punto nel quale la superficialità diventa offesa.

Una Sicilia ridotta a fondale criminale

Il problema non consiste nel ricordare che la mafia sia esistita e continui a rappresentare una minaccia.

Il problema è ridurre la Sicilia alla mafia, come se Palermo e Bagheria non fossero anche arte, letteratura, architettura, impresa, turismo, università, musica e resistenza civile.

È lo stesso meccanismo con il quale Napoli viene descritta soltanto attraverso la camorra, la Calabria soltanto attraverso la ’ndrangheta e interi territori italiani vengono imprigionati nelle loro ferite.

Il giornalismo che non riesce a guardare oltre il proprio naso trasforma la complessità in caricatura e il pregiudizio in una comoda scorciatoia narrativa.

Schifani: «Danno d’immagine enorme»

Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha chiesto scuse ufficiali.

Secondo il governatore, le nozze avevano acceso i riflettori internazionali sulle bellezze e sulle eccellenze dell’isola, rendendo ancora più grave il ricorso a un cliché capace di mortificare un intero popolo.

Il danno non riguarda soltanto l’immagine turistica. Riguarda milioni di siciliani onesti che hanno contrastato la mafia, rifiutato il pizzo, denunciato i clan e costruito una cultura della legalità.

Raccontarli ancora come comparse di un eterno film criminale significa cancellare la loro storia.

L’indignazione della Fondazione Falcone

Anche la Fondazione Falcone ha espresso indignazione, ricordando la sensibilità mostrata dalla regina Elisabetta II quando volle rendere omaggio alle vittime della strage di Capaci.

La differenza è evidente.

Da una parte il rispetto per una terra ferita e per chi ha sacrificato la vita combattendo la mafia. Dall’altra, la trasformazione di quelle stesse ferite in un espediente giornalistico per rendere più “piccante” il racconto di una festa di celebrità.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta non possono essere evocati come elementi scenografici di un articolo sulle nozze dell’anno.

Il valore vero dell’evento per Palermo

Mentre i tabloid cercavano il richiamo facile alla mafia, Palermo e Bagheria ospitavano un evento capace di generare attenzione internazionale e ricadute economiche.

Hotel di lusso, ristorazione, servizi, trasporti, sicurezza, maestranze, catering e fornitori locali sono stati coinvolti nell’organizzazione.

Secondo una stima di Jfc, l’evento avrebbe prodotto oltre 15 milioni di euro di benefici immediati e un valore molto più elevato in termini di visibilità internazionale del marchio Palermo.

Sono valutazioni economiche che andranno analizzate con cautela, ma mostrano almeno una cosa: la Sicilia non era il semplice scenario di una festa, bensì un territorio capace di competere nel mercato internazionale degli eventi di alto livello.

Elton John canta “Your Song”

A Villa Valguarnera, Dua Lipa e Callum Turner hanno celebrato la loro unione davanti agli ospiti.

Elton John si è seduto al pianoforte e ha cantato “Your Song”. Tra i presenti anche Madonna, Donatella Versace e altre star internazionali.

Decine di vetture hanno fatto la spola tra Palermo e Bagheria, mentre yacht e alberghi ospitavano gli invitati. La festa è proseguita nei giardini e sulle terrazze della dimora, con quattro dj e un impianto progettato per limitare la diffusione della musica all’esterno.

Tutto questo poteva essere raccontato discutendo anche delle limitazioni alla circolazione, dei disagi per i residenti e del rapporto tra eventi privati e spazio pubblico.

Era materia giornalistica più che sufficiente. Non serviva riesumare per forza i cadaveri di mafia.

Criticare l’evento senza insultare la Sicilia

A Palermo non sono mancate contestazioni.

Alcuni cittadini hanno protestato contro la chiusura di strade e piazze e contro la trasformazione temporanea di luoghi pubblici in spazi riservati agli invitati.

Sono critiche legittime. Il giornalismo avrebbe potuto interrogarsi sul costo della sicurezza, sull’accessibilità dei luoghi, sui benefici reali per la città e sul rischio di una privatizzazione degli spazi urbani.

Il Guardian, per esempio, ha raccontato le differenti posizioni dei residenti, tra orgoglio e disagio, senza ridurre Palermo a un set criminale.

Si può criticare un matrimonio miliardario senza insultare una terra. Si può parlare di mafia senza identificare con essa un intero popolo.

Il razzismo elegante degli stereotipi

Esiste un razzismo rumoroso e riconoscibile. E ne esiste uno più elegante, nascosto dietro l’ironia, il folklore e le citazioni cinematografiche.

È quello che continua a descrivere i siciliani come inevitabilmente immersi in un mondo di padrini, faide e omertà. Un racconto rassicurante per chi lo produce, perché evita la fatica di comprendere una società complessa e cambiata.

La Sicilia ha conosciuto la mafia e continua a combatterla. Ma ha conosciuto anche Falcone, Borsellino, Pio La Torre, Libero Grassi, Peppino Impastato e migliaia di persone senza un nome celebre che hanno rifiutato di piegarsi.

Ridurre tutto a “sole, mare e Sopranos” non è ironia. È ignoranza travestita da giornalismo.

La mafia non è il marchio della Sicilia

La mafia non appartiene all’identità profonda dei siciliani. È un potere criminale che ha oppresso la Sicilia, impoverendola, uccidendone i figli e compromettendone lo sviluppo.

Questo passaggio dovrebbe essere elementare: la Sicilia non è la mafia, ma una delle sue prime vittime.

Quando una grande testata straniera usa il crimine organizzato come richiamo commerciale, finisce per fare esattamente ciò che sostiene di voler denunciare: rende la mafia affascinante, esportabile e riconoscibile come un marchio.

È la stessa logica dei souvenir con il padrino, delle fotografie con la coppola e delle narrazioni “mafia chic”. Una banalizzazione contro la quale proprio i media dovrebbero combattere.

Le scuse sono necessarie

Le nozze di Dua Lipa passeranno. Le immagini delle ville, degli ospiti e delle feste resteranno per qualche giorno sui giornali e sui social.

Resterà però anche la ferita provocata da titoli che hanno scelto consapevolmente il pregiudizio perché più facile da vendere.

Il Telegraph e il Sun dovrebbero chiedere scusa, non per aver ricordato la mafia, ma per averla usata come chiave esclusiva e sensazionalistica per descrivere la Sicilia.

Palermo e Bagheria meritano di essere raccontate per ciò che sono oggi, senza cancellare il passato ma senza restarne prigioniere.

Il giornalismo serio illumina la complessità. Quello trash preferisce i fantasmi, i cliché e i titoli da baraccone. E questa volta, davanti alla Sicilia trasformata ancora una volta nel fondale di un brutto film, il sentimento più onesto è il disgusto.

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Peppino di Capri, il ricordo di una ragazzina diventata giornalista

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Ero solo una ragazzina, 13-14 anni e Peppino spesso di pomeriggio stava seduto in piazzetta, a Ischia. Ero una sua ammiratrice: lui suonava, a seconda dei periodi, allo Scotch Club o al Castillo d’Aragona, il night del Castello. Un anno era quasi tutte le sere in cartellone, un motoscafo passava davanti ai lidi con il megafono: “Questa sera al Castillo d’Aragona Peppino di Capri e la sua orchestra”… tanti giri e l’altoparlante che ripeteva il messaggio. La sera ci stava la folla ma io non potevo andare ancora al night… Così lo ascoltavo dal mangiadischi. ‘Una catena d’oro’, ‘Frenesia’ , poi ‘Champagne’ e tante altre. Me ne piaceva una in particolare che Peppino non faceva quasi mai ai concerti cui sarei andata una volta più grande: ‘Il musicista’. Vera poesia.
Un giorno mi avvicinai a quel tavolino del bar, Peppino era con Sasà che aveva una discoteca e con un signore dai capelli bianchi. Gli chiesi l’autografo: mi fece sedere e mi volle offrire una spiga lessa (c’era il venditore ambulante lì vicino) e ogni volta che lo incontravo, salutava e rispondeva. Per anni.
Poi sono cresciuta e andavo a sentirlo ogni volta che mi si presentava l’occasione. E poi una volta giornalista a Mediaset l’ho intervistato tante volte: sempre disponibile, cordiale. Mi ha persino fatto sentire qualche canzone in anteprima, mi parlava del figlio musicista ed io gli dicevo: “Perché non riarrangiate insieme i tuoi successi?”.
E poi arrivò il mio libro su Lucio Battisti e lui mi fece la prefazione. Perché Peppino aveva iniziato a cantare ragazzino quando c’erano gli americani a Capri e Lucio Battisti amava Ray Charles. Ed anche perché Peppino per quanto ‘di Capri’ aveva trovato il primo grande successo a Ischia, al ‘Rangio Fellone’. E venne anche alla presentazione del libro al Rangio, e riscoprì dei pezzi della sua Ischia in quei giorni, tanto che poi ritornò con gli amici, con la sua barca rossa, anche solo per un pranzo al Cocò Mare.
L’avevo sentito forse per sbaglio qualche settimana fa, non stava bene e adesso se ne è andato. Lasciando un vuoto ma lasciandoci le sue immortali canzoni

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Ischia Global apre con un minuto di silenzio per Peppino di Capri: il ricordo di Pascal Vicedomini

L’Ischia Global Film & Music Festival si aprirà il 12 luglio a Piazza San Girolamo con un minuto di silenzio dedicato a Peppino di Capri, morto a 86 anni. Pascal Vicedomini ricorda il legame del cantante con il festival e con l’isola d’Ischia.

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L’Ischia Global Film & Music Festival si aprirà domenica 12 luglio, a Piazza San Girolamo, con un minuto di silenzio in memoria di Peppino di Capri, morto nella mattinata di sabato 11 luglio nella sua isola dopo una lunga malattia. Il cantante avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 27 luglio.

La manifestazione, in programma fino al 19 luglio, renderà così omaggio a uno dei protagonisti più importanti della musica leggera italiana, legato da una lunga amicizia agli organizzatori e alla stessa isola d’Ischia. L’edizione 2026 del festival prevede 185 opere e oltre 120 ospiti provenienti da diversi Paesi.

Il ricordo di Pascal Vicedomini

«Con l’addio di Peppino di Capri si crea un vuoto incolmabile nei nostri cuori», afferma il produttore e fondatore del festival Pascal Vicedomini.

Vicedomini ricorda in particolare il gala organizzato al Grammy Museum di Los Angeles, durante il quale l’artista fu celebrato dal presidente dell’Academy della musica americana.

«Fu una vera gioia poterlo far onorare», sottolinea il produttore, ricordando il viaggio compiuto insieme all’Istituto Capri nel Mondo e il contributo offerto dalla carriera di Peppino di Capri alla costruzione di una manifestazione internazionale capace di unire cinema e musica.

«Una monumentale eredità artistica»

Secondo Vicedomini, l’eredità lasciata dal cantante rappresenta un patrimonio da custodire per continuare a coniugare qualità artistica, memoria e attenzione verso il futuro.

«Il nostro abbraccio sincero e commosso va ai suoi tre figli, ai quali auguriamo un futuro ricco di nuove soddisfazioni, così come il grande Peppino aveva sempre auspicato», aggiunge il fondatore di Ischia Global.

Peppino di Capri, pseudonimo di Giuseppe Faiella, è stato cantante, pianista e autore di alcuni dei brani più popolari della musica italiana. Nella sua lunga carriera vinse due volte il Festival di Sanremo e portò al successo canzoni come Champagne, Un grande amore e niente più, Non lo faccio più e St. Tropez Twist.

Gli inizi nei locali di Ischia

Ischia ebbe un ruolo importante anche agli esordi della sua carriera. Tra il 1957 e il 1958 Peppino di Capri si esibiva con il suo gruppo nei locali delle isole del Golfo di Napoli.

Una delle tappe fondamentali fu lo storico Rangio Fellone, dove nell’estate del 1958 si esibì con i primi componenti del complesso che avrebbe poi accompagnato il suo successo. Proprio durante una delle serate nel locale ischitano il gruppo fu notato da un rappresentante del mondo discografico.

Da quelle serate iniziò una carriera che avrebbe portato l’artista dai locali di Capri e Ischia ai più importanti palcoscenici italiani e internazionali.

L’omaggio musicale all’isola

Peppino di Capri era stato più volte ospite e amico dell’Ischia Global. Il suo rapporto con l’isola verde si trasformò anche in musica grazie a un omaggio inciso insieme a Fred Bongusto, altro grande interprete della canzone italiana e delle atmosfere eleganti dei locali notturni.

Il minuto di silenzio che aprirà il festival sarà quindi non soltanto il tributo a un artista scomparso, ma il saluto di un’isola che ha accompagnato i suoi primi passi e che ha continuato a considerarlo uno dei simboli più autentici della musica italiana.

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È morto Peppino di Capri, addio alla voce senza tempo di “Champagne” e “Roberta”

È morto Peppino di Capri, pseudonimo di Giuseppe Faiella, uno dei più grandi interpreti della musica italiana e napoletana. Aveva 86 anni. La sua carriera, iniziata da bambino sull’isola azzurra, ha attraversato oltre settant’anni di storia della canzone.

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È morto Peppino di Capri, uno degli artisti più amati e rappresentativi della musica italiana. Il cantante e pianista, pseudonimo di Giuseppe Faiella, aveva 86 anni. Con lui scompare una voce capace di raccontare l’amore, la malinconia e l’eleganza di Napoli e della sua isola in oltre settant’anni di carriera.

Il bambino prodigio nato sull’isola azzurra

Peppino di Capri era nato a Capri il 27 luglio 1939. Aveva cominciato a suonare il pianoforte e a esibirsi quando era ancora un bambino, davanti ai soldati americani presenti sull’isola durante la Seconda guerra mondiale.

Dotato di orecchio assoluto, aveva trasformato molto presto la musica nella propria vita. Alla fine degli anni Cinquanta fondò il gruppo Peppino di Capri e i suoi Rockers, introducendo nella tradizione melodica napoletana le sonorità del rock’n’roll, dello swing e della musica americana.

Il suo stile raffinato, riconoscibile fin dalle prime note, contribuì a modernizzare la canzone napoletana senza mai spezzare il legame con le sue radici.

Da “Luna caprese” a “Champagne”

La sua discografia comprende alcuni brani entrati nella memoria collettiva italiana: “Luna caprese”, “Nun è peccato”, “Voce ’e notte”, “Roberta”, “Le stelle d’oro”, “Un grande amore e niente più” e, soprattutto, “Champagne”.

Quest’ultima canzone, pubblicata nel 1973, è diventata il simbolo stesso del suo repertorio: una storia di amore perduto, orgoglio e malinconia interpretata con quella misura che ha sempre caratterizzato la sua voce.

Peppino di Capri ha partecipato quindici volte al Festival di Sanremo, vincendolo nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”. Nel 2023 era tornato sul palco dell’Ariston per ricevere il premio alla carriera della città di Sanremo.

Una carriera attraversata dalla storia italiana

Peppino di Capri non è stato soltanto un cantante di successo. È stato uno dei protagonisti del costume italiano, capace di attraversare epoche, mode e generazioni senza perdere la propria identità.

Nel corso della sua carriera si è esibito nei più importanti teatri italiani e internazionali. Nel 1965 aprì i concerti italiani dei Beatles, confermando la dimensione internazionale raggiunta dalla sua musica.

Le sue canzoni hanno accompagnato feste, matrimoni, partenze, amori e ricordi di milioni di italiani. Anche quando il panorama musicale cambiava, Peppino continuava a essere immediatamente riconoscibile: il pianoforte, la voce delicata, il sorriso discreto e quell’eleganza mai ostentata.

Il legame indissolubile con Capri

Nonostante il successo internazionale, Peppino Faiella non aveva mai reciso il rapporto con la sua isola. Capri non era soltanto il nome d’arte scelto all’inizio della carriera: era la sua casa, la sua ispirazione e il luogo al quale tornava costantemente.

Nel marzo del 2025 aveva ricevuto le chiavi della città. Nello stesso periodo la Rai gli aveva dedicato il film biografico “Champagne – Peppino di Capri”, diretto da Cinzia TH Torrini, un racconto della sua vita artistica e privata realizzato quando il cantante poteva ancora partecipare direttamente alla ricostruzione della propria storia.

Il silenzio dopo l’ultima canzone

Con Peppino di Capri se ne va un artista che ha saputo unire Napoli al mondo. Un musicista elegante e popolare, profondamente legato alle proprie origini ma aperto alle contaminazioni internazionali.

Resteranno le sue melodie, la voce inconfondibile e quel bicchiere di “Champagne” diventato il simbolo di una malinconia composta, mai gridata.

Capri, Napoli e l’Italia perdono uno dei loro interpreti più autentici. La musica perde un uomo che ha saputo trasformare le emozioni private in canzoni capaci di appartenere a tutti.

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