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Nomine, solo scelte di qualità della classe dirigente a ogni livello possono invertire il declino del Belpaese

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Quello che sarebbe dovuto essere “un anno bellissimo”, in cui l’Italia avrebbe registrato “un programma di ripresa incredibile” . verbatim di Giuseppe Conte, 1° febbraio 2019 – si è chiuso con una pesante eredità. Il 31 gennaio l’Istat ha comunicato che nel quarto trimestre del 2019 il Pil è sceso dello 0,3%. E aggiunto che «la variazione acquisita per il 2020 è pari a -0,2%».

Il Governo, nella persona del ministro dell’Economia, ha commentato il pesante segno meno con la consueta fede incrollabile in spes, ultima dea che accomuna tutti gli esecutivi di ogni colore e che, se in una certa misura è doverosa, dovrebbe tuttavia essere accompagnata da una solida progettualità. Roberto Gualtieri ha dichiarato invece: “Prevediamo un rimbalzo di crescita per il primo trimetre 2020 e siamo ancora più determinati a implementare il nostro programma di sostegno a crescita e investimenti”. Dicesse quali sono le azioni concrete e rapide del citato programma sarebbe meglio, visto che i partiti di maggioranza non sono d’accordo su quasi nulla, dai nuovi cantieri alle concessioni autostradali. Nel frattempo la Confesercenti ha diffuso parole di più limpido realismo. Preso atto che la decrescita di fine 2019 è la più forte mai registrata dal 2013, scrive che il dato “è molto preoccupante sotto ogni punto di vista, ipoteca l’avvio del 2020 e apre ancora di più la forbice con l’area dell’euro: lo scarto passa da 0,8 a 1 punto pieno”. In sostanza, nonostante la fase di rallentamento che da oltre dieci anni ha colpito l’intera economia del continente, il resto d’Europa cresce 6 volte di più dell’Italia.

Il premier Conte. Sono molte le nomine da fare in molte aziende pubbliche e la scelta di uomini e donne di qualità può far crescere il Paese

Quali sono le cause del nostro stallo? Lo dice l’Istat stessa: «un calo marcato nell’industria e in agricoltura, a fronte di un sostanziale ristagno per l’insieme dei servizi». In parole povere, non siamo messi bene in nessun settore, né il primario, né il secondario, né il terziario. Quel che colpisce è che, dopo aver rapidamente riportato queste cifre inquietanti, i media – che hanno memoria breve per definizione – si stanno riempiendo in questi giorni di articoli sulle prossime nomine ai vertici delle principali aziende di Stato e degli enti che, in una maniera o nell’altra, presiedono alle sorti economiche del paese. E nessuno, ma proprio nessuno, sembra interessato ad approfondire un legame di causa a effetto tra le due notizie.

Eppure c’è. Qualunque manuale del primo anno di un corso di laurea triennale in economia spiega che quattro sono i fattori determinanti della crescita: il capitale fisico (beni e macchinari); le risorse naturali, energia in primis; la tecnologia, intesa sia come processo sia come progresso (o innovazione). E, infine, il cosiddetto «capitale umano», che alcuni studiosi considerano come il fattore cruciale nelle economie industrializzate perché meno soggetto alle oscillazioni, all’usura e alle alee degli altri tre. E, aggiungono gli stessi manuali, la qualità competitiva del suddetto «capitale umano» è proporzionale al suo grado di «addestramento» o, per dirla con una terminologia più moderna, di competenza.

Di solito, nel leggere queste considerazioni, si pensa soprattutto alla forza lavoro nel suo insieme: operai, impiegati, tecnici, agricoltori, operatori del terziario. Forse bisognerebbe invece cominciare dai loro vertici: da chi li dirige e, con le sue scelte, determina il futuro di tutti gli altri. Alludiamo sia a chi siede ai piani alti delle aziende, sia a chi copre cariche istituzionali incaricate di assumere decisioni legislative, normative o strategiche (dalla distribuzione dei fondi pubblici al varo di nuovi progetti infrastrutturali, dal sostegno alla scuola alla politica a favore dell’innovazione, dallo snellimento della burocrazia a una nuova politica fiscale) che possono dare slancio all’economia. O affossarla.

Se è vero che il merito si giudica dai risultati, la classe dirigente italiana non ha di che vantarsi. E forse rappresenta, anzi, la causa principale del nostro declino, se è vero, com’è vero, che il «capitale umano» è il primo fattore di competitività non solo di un’azienda, ma di una società nel suo complesso.

Sono decenni che i potenti d’Italia si spartiscono la torta del potere pensando più al titolo riportato sul loro biglietto da visita che al bene comune. Sono decenni che non sanno progettare il futuro con coraggio e lungimiranza, concentrati come sono sul breve termine, che per loro significa la prossima elezione o il prossimo rinnovo di un consiglio di amministrazione. Sono decenni che il nostro paese non ha una politica industriale seria e coerente nel tempo. Sono decenni che non sa

valorizzare il settore terziario – dal commercio al turismo, dalla sanità all’istruzione – in cui pure disponiamo di tradizioni e talenti. Sono decenni, in conclusione, che non investe più in ciò che conta ma in ciò che importa. A chi? A chi lo dirige (e ai suoi sponsor, palesi o occulti che siano).

Le nomine. Sui giornali si discute da tempo della grande abbuffata delle nomine

La classe dirigente attuale non fa eccezione. Anzi: forse è ancora più impreparata di quella del passato e di conseguenza più tenacemente concentrata sul proprio potere. La storia ci insegna infatti che l’attaccamento alla poltrona è inversamente proporzionale al grado di competenza.

In questo quadro stupisce che i nomi che circolano in vista della prossima tornata di nomine… siano sempre gli stessi. Volti che da anni percorrono i corridoi ovattati di via XX Settembre, di Palazzo Chigi o delle aziende partecipate. Non solo. In questi giorni i «soliti noti» partecipano tutti a un balletto frenetico e piuttosto indecente, se per decenza (bella parola oggi poco usata) s’intendono «convenienza, decoro, pudore, intesi non solo some sentimento individuale ma come esigenza etica collettiva». Cercano, in altri termini, di scambiarsi le poltrone tra loro a seconda delle rispettive convenienze, rilasciano interviste a raffica per vantare i loro presunti splendidi risultati, nascondono lo sporco sotto gli spessi tappeti dei loro uffici, partecipano a convegni inutili e dispendiosi a condizione che siano presenti il presidente del Consiglio o il ministro dell’Economia, da blandire in vista delle ormai prossime scadenze.

Un quotidiano romano nel numero di domenica 2 febbraio dedica un articolo al rinnovo dei consigli di amministrazione e dei vertici di alcune tra le principali aziende italiane. Per citare solo i nomi più importanti tra i presidenti e amministratori delegati coinvolti nella tornata: Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi per Eni; Maria Patrizia Greco e Francesco Starace per Enel; Gianni De Gennaro e Alessandro Profumo per Leonardo; Catia Bastioli e Luigi Ferraris per Terna; Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante per Poste.

A proposito del loro rinnovo (o meno), così commenta il giornale: «Per decidere il destino di un pezzo dell’economia italiana, ma anche del potere dei partiti al governo, il tempo è molto stretto: cinquanta giorni per mettere d’accordo il Pd, voglioso di potere dopo l’affermazione in Emilia Romagna, il M5S che, pure essendo uscito sconfitto, può usare la sua forza parlamentare per portare a casa il bottino, e Matteo Renzi che con la sua Italia Viva è pronto a rivendicare una fetta della torta». L’affresco è tanto realistico quanto desolante, soprattutto se si aggiunge che la Lega, pur se con i lividi della caduta emiliano-romagnola ancora doloranti, non se ne sta certo con le mani in mano.

Palazzo Chigi. Da tempo le forze politiche di maggioranza provano a trovare la quadra sui manager da scegliere per le grandi aziende pubbliche del Paese

A ben guardare, la prosa del quotidiano descrive una realtà… allucinante. Per due ragioni: nello specifico la spartizione della torta occuperà l’esecutivo nelle prossime settimane più di altre priorità vitali per il paese; in generale è assurdo che i capi di aziende che richiedono conoscenze precise e personalità autonome e forti siano scelti da politici che ignorano ciò di cui stanno parlando e hanno come primo criterio di valutazione quello dell’appartenenza e della fedeltà. Anche in altri paesi, beninteso, la politica influisce sulle scelte delle persone che guidano l’industria, gli enti o il terziario. Ma in Italia la percentuale di tale influenza supera – come si afferma in tutti gli studi sul tema – il limite del buon senso e dell’ammissibile.

I manager di Stato. Una delle tante riunioni a Palazzo Chigi con il premier Conte

Purtroppo l’opinione pubblica non esprime la propria voce su questo aspetto, pur vitale, della vita pubblica sia perché la maggioranza dei cittadini ignora chi sia ai posti di comando dei grandi centri di potere economico (e quali giochi stia facendo per esservi riconfermato), sia perché le trattative in merito non sono certo condotte nella trasparenza. Avvengono nelle segrete stanze di Roma o addirittura in quelle, ancor più segrete, di altri luoghi del paese e del mondo. Perché i politici hanno spesso padrini che nessuno vede. Sarebbe utile invece che ci fosse una maggiore coscienza collettiva del peso di queste scelte, che incidono sulla vita di tutti. Soprattutto di coloro che faticano ogni giorno per pagare le bollette o trovare un lavoro in un paese che ne offre sempre meno. E sarebbe ancora più utile che ciascuno dei prossimi papabili fosse giudicato sulla base dei propri risultati, della propria cultura, delle proprie conoscenze e, non ultima, della propria etica. Solo allora, solo quando i centri di potere economico, pubblici e privati saranno affidati a persone ricche di talento, competenti nel proprio ambito, desiderose di fare più che di apparire, coraggiose, libere di spirito, autonome nelle scelte e non ricattabili, il Pil tornerà a crescere.

Il resto è propaganda.

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Toh, Mattarella tuona: c’è una inammissibile commistione politici-toghe

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“Grave sconcerto e riprovazione” per “la degenerazione del sistema correntizio e l’inammissibile commistione fra politici e magistrati”. Sergio Mattarella ha usato quasi le stesse parole di un anno fa, quando scoppio’ “il caso Palamara”, per fare chiarezza istituzionale nella nebbia che ancora avvolge il Consiglio superiore della Magistratura. Una bufera che non sembra placarsi, alimentata da nuove trascrizioni di intercettazioni, che sta deragliando pericolosamente all’esterno del Csm, penetrando nei delicatissimi rapporti tra politica e giustizia, fino ad accendere un violentissimo scontro tra la Lega e le toghe in vista del processo al leader della Lega sul caso della Gregoretti. In una lunga nota in punta di diritto il presidente della Repubblica ha invitato la politica a fare presto e bene la riforma del Csm, ha spiegato ancora una volta che “non puo’ sciogliere l’organo di autogoverno dei giudici a sua “discrezione” e che se anche fosse uno scioglimento in questa fase sarebbe piu’ dannoso che utile perche’ rischierebbe di far saltare i diversi procedimenti disciplinari aperti.

“Ancora una volta il presidente della Repubblica ci indica una strada, che e’ quella migliore: se le forze politiche hanno qualcosa da ‘dire’ hanno la possibilita’ di fare una riforma. Ed e’ quello che stiamo facendo”, commenta il Guardasigilli Bonafede. La Lega con Matteo Salvini apprezza gradendo i sentimenti di “sconcerto e riprovazione” espressi da Mattarella, ed e’ evidente che la nota del Quirinale mette il turbo alle iniziative della politica per presentare una riforma organica del Csm sulla quale, peraltro, e’ gia’ da tempo al lavoro il governo. Segnali in questo senso vengono da destra e sinistra, da maggioranza e opposizione. Spinge il Pd e spinge, oltre alla Lega, anche Fratelli d’Italia che con Giorgia Meloni chiede di “riformare i criteri di composizione del CSM per mettere fine al cancro delle correnti e al mercanteggiamento di poltrone e incarichi”. La preoccupazione del capo dello Stato e’ evidente e non l’ha mai nascosta: serve “una riforma che contribuisca a restituire appieno all’Ordine Giudiziario il prestigio e la credibilita’ incrinati da quanto appare, salvaguardando l’indispensabile valore dell’indipendenza della Magistratura, principio base della nostra Carta”. Parole pesanti da parte di Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta e presidente proprio di questo Csm che sta costringendo la politica ad una riforma della quale si parla da anni. Da tempi non sospetti, cioe’ ben prima che scoppiasse il “caso Palamara”, Mattarella denuncia “la degenerazione del sistema correntizio e l’inammissibile commistione fra politici e magistrati”.

Csm. David Ermini è il vice del presidente Mattarella al Csm

Cio’ non toglie che il presidente non voglia piu’ essere tirato per la giacchetta in territori che non gli competono. Ed oggi lo ha detto con estrema chiarezza a quanti da giorni chiedono interventi che il Quirinale considera non praticabili. “Per quanto attiene alla richiesta che il Presidente si esprima sul contenuto di affermazioni fatte da singoli magistrati contro esponenti politici va ricordato che, per quanto gravi e inaccettabili possano essere considerate, sull’intera vicenda sono in corso un procedimento penale e procedimenti disciplinari e qualunque valutazione da parte del Presidente potrebbe essere strumentalmente interpretata come una pressione del Quirinale su chi e’ chiamato a giudicare”. Ma non basta, Mattarella mette in chiaro che di vicende che riguardano le toghe parlera’ solo “nelle sedi opportune” e che rimarra’ fermamente “estraneo a dibattiti tra le forze politiche” non volendo “essere coinvolto in interpretazioni di singoli fatti” che pur sono legittimamente “oggetto del libero confronto politico e giornalistico”. Escluso infine un messaggio del presidente alle Camere come si era ventilato in ambienti giornalistici: “risulterebbe improprio un messaggio del Presidente della Repubblica al Parlamento per sollecitare iniziative legislative annunciate come imminenti. Al Presidente competera’ valutare la conformita’ a Costituzione di quanto deliberato al termine dell’iter legislativo, nell’ambito e nei limiti previsti per la promulgazione”. Parola alla politica quindi con la garanzia che il Colle vigilera’.

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Sardine, mai un partito, ma vaccino contro il populismo

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Non saranno un partito, ma  rilanciano la “cittadinanza attiva”, per essere “un antidoto all’indifferenza e un vaccino contro il populismo”. Sono queste le linee guida della fase due delle sardine: nessuna gerarchia, ma un impegno diretto per opporsi ai tentativi di egemonia di Salvini e Meloni, che e’ il motivo per cui le sardine sono nate. Santori e i tre fondatori di Bologna, che a meta’ ottobre portarono, cominciando da un tam tam sui social che riempi’ piazza Maggiore a Bologna, il loro nuovo soggetto al centro della scena della politica italiana, hanno incontrato per la prima volta tutti insieme gli attivisti che hanno animato le varie iniziative spuntate, in maniera spontanea ma anche un po’ incontrollata, da nord a sud. Accantonate le velleita’, pure presenti da parte di alcuni attivisti, di provare a trasformarsi in qualcosa di piu’ strutturato che potesse presentarsi alle elezioni, la linea dei fondatori e’ prevalsa: le sardine continueranno ad essere uno spirito libero che ha pero’ obiettivi precisi. La prima missione si chiama elezioni regionali.

“In Emilia-Romagna – ha detto Santori – Salvini aveva spostato la campagna su un piano nazionale, Bonaccini voleva tenerla su un piano locale. Noi abbiamo creato un argine: la gente in Emilia-Romagna e’ andata a votare anche con il fiato sul collo delle piazze che dicevano loro: ‘l’Italia vi guarda’. Adesso nelle altre Regioni dove si vota bisogna provare a replicare quello che e’ successo qui. Ognuno dovra’ trovare delle forme innovative, perche’ la replica del format non puo’ essere infinita e perche’ non e’ detto che quello che va bene per l’Emilia-Romagna, vada bene per altre regioni d’Italia”. Bonaccini, a gennaio, ha vinto una conferma per il secondo mandato e si e’ subito trovato ad affrontare una pandemia. Eppure il rapporto con le sardine non e’ idilliaco. “Di Bonaccini – dice Santori – ho un ottimo giudizio politico, e’ un buon amministratore e lo sta dimostrando. Dal punto di vista umano cosi’, cosi’… Ha appena scritto un libro citandoci e credo che siamo stati importanti per la sua vittoria. Io ci ho parlato una volta per due minuti, ma non ha mai sentito o incontrato gli altri tre ragazzi. Poteva almeno offrirci una pizza, o comunque trovare del tempo per sentire cosa avevamo da dire. Non gli avremmo certo chiesto degli assessorati o dei posti”. Nella prossima campagna elettorale, quindi, non ci saranno disposizioni dall’alto o imposizioni centrali. “L’associazione e la pagina Facebook – spiega Santori – rimarranno per dare uno stimolo ai territori. Il primo articolo del nostro manifesto valoriale mette al centro la cittadinanza attiva che si fa in una direzione chiara. Ma si fa politica anche facendo volontariato, tenendo aperta una libreria in montagna o occupandosi dei piu’ deboli. Ogni territorio deve essere in grado di produrre innovazione. Le sardine ci saranno, ma non ci sara’ una gerarchia, la gerarchia e’ data dal manifesto dei valori”.

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Regolarizzazione dei migranti, da lunedì il via alle domande: gli “emersi” potrebbero essere 200mila

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Dopo la complicata gestazione del provvedimento, lunedi’ si parte con la regolarizzazione dei lavoratori in nero targata Governo Conte. A partire da quella data – e fino al 15 luglio – si apre infatti la ‘finestra’ per la presentazione delle domande sull’apposita piattaforma telematica del ministero dell’Interno. Non serve tuttavia affrettarsi, perche’ l’accettazione o meno dell’istanza non dipendera’ dal giorno dell’invio. Alla fine del mese e mezzo concesso si vedra’ quanto saranno gli ‘emersi’: secondo la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, potrebbero essere intorno a 200mila. “Non si faceva da 8 anni, e’ un risultato positivo”, ha sottolineato la titolare del Viminale. Le modalita’ di presentazione delle richieste sono definite in un decreto dei ministri di Interno, Economia, Politiche agricole e Lavoro, che sara’ pubblicato presto in Gazzetta Ufficiale. Agricoltura, allevamento, zootecnia, pesca e lavoro domestico i settori interessati dal provvedimento, contenuto del Decreto Rilancio. Sul sito del ministero dell’Interno saranno spiegati i passi da fare. Due i canali previsti per l’emersione. Da un lato, i datori di lavoro possono presentare – pagando un contributo forfettario di 400 euro – istanza per regolarizzare lavoratori italiani o stranieri. Questi ultimi devono essere stati fotosegnalati in Italia prima dell’8 marzo 2020 e non devono aver lasciato il territorio nazionale da quella data. L’altro canale e’ quello degli stranieri con il permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019: essi possono chiedere – dietro pagamento di 160 euro – un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi presentando domanda al questore. Saranno rigettate le domande dei datori di lavoro condannati in passato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o riduzione in schiavitu, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro o se i lavoratori non saranno assunti in seguito alla regolarizzazione. Vengono esclusi dalla procedura gli immigrati gia espulsi per reati gravi. I datori potranno presentare la domanda allo Sportello unico per l’immigrazione, che convochera’ le parti per la stipula del contratto. L’istanza per il permesso di soggiorno temporaneo e’ invece presentata dallo straniero al questore. Per consentire una piu’ rapida definizione delle procedure, il ministero dell’Interno e’ stato autorizzato ad utilizzare per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile per ulteriori sei, 900 unita’ con contratti a termine.

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