«Lei è l’unico attore italiano capace di parlare con un pezzo di legno». Così Luigi Comencini convinse Nino Manfredi ad accettare il ruolo di Geppetto nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio.
A raccontarlo è Luca Manfredi (foto Imagoeconomica), secondogenito dell’attore, in un’intervista al Corriere della Sera. Un complimento che fotografa la cifra artistica di Manfredi: la capacità di dare anima e umanità anche al silenzio.
Lo studio maniacale e l’illuminazione al Giardino degli aranci
Per prepararsi al ruolo, Manfredi osservò i nonni con i nipoti al Giardino degli aranci, sull’Aventino. Lì ebbe un’intuizione decisiva: Geppetto non doveva essere solo un vecchio falegname, ma un uomo con il candore di un bambino che parla al suo bambolotto.
Una recitazione apparentemente naturale, ma frutto di studio rigoroso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico sotto la guida di Orazio Costa. Dino Risi lo soprannominò “l’orologiaio”: un attore capace di trasformarsi fino a far sparire l’interprete dietro il personaggio.
La risata amara della commedia all’italiana
Protagonista della commedia all’italiana, Manfredi si fece interprete di personaggi sconfitti e vulnerabili. Emblematico il protagonista di Pane e cioccolata, simbolo della “perdenza” elevata a cifra narrativa.
Il suo modello era Charlie Chaplin: la risata amara, malinconica, mai superficiale. A Chaplin dedicò anche la sua prima regia, l’episodio muto “L’avventura di un soldato” del film L’amore difficile, tratto da un racconto di Italo Calvino.
Le origini contadine e il villino sull’Aventino
Figlio di una famiglia ciociara, Manfredi rivendicò sempre le sue radici. Nel villino acquistato sull’Aventino fece costruire un pollaio e piantò un nespolo in ricordo del nonno Giovanni, minatore emigrato in America e poi tornato contadino a Castro dei Volsci.
Un uomo schietto, orgoglioso delle proprie origini, rispettoso del denaro e del cibo. In casa nulla si buttava: persino i vini avanzati venivano mescolati in un’unica bottiglia.
Il cinema che non lo voleva
All’inizio il grande schermo lo respinse. «Faccia da perdente», gli dicevano, in un’epoca dominata da divi come Amedeo Nazzari. Per mantenersi lavorò nel doppiaggio, arrivando anche a prestare la voce a Marcello Mastroianni.
Poi il successo, fino alla consacrazione. Nel 1970 partecipò anche al Festival di Sanremo interpretando “Tanto pe’ cantà”, brano legato a Ettore Petrolini.
Il carattere difficile e l’uomo privato
Luca Manfredi non ne fa un santino. Racconta un padre affettuoso ma dal carattere complesso, capace di litigi furiosi sul set e di profonde insicurezze negli anni della maturità.
Emblematica una lite a Tolosa durante le riprese di una serie tv, quando padre e figlio arrivarono quasi alle mani per una scena riscritta. E poi, anni dopo, il ribaltamento dei ruoli: Nino che chiede una piccola parte al figlio, ormai regista.
Le fragilità e la famiglia
Nel privato, un marito non sempre fedele. Da una relazione in Bulgaria nacque una figlia, riconosciuta dopo accertamenti. Luca la conobbe al funerale del padre.
Accanto a lui, per cinquant’anni, la moglie Erminia, che rinunciò alla propria carriera per sostenerlo. «Senza di lei forse si sarebbe perso», racconta il figlio.
Nino Manfredi resta una figura centrale del cinema italiano: attore moderno, ironico, vulnerabile, capace di raccontare con una risata malinconica le contraddizioni di un Paese intero.