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‘Ndrangheta, arrestato in Spagna il boss Vittorio Raso

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L’hanno incastrato i documenti falsi, durante un controllo stradale di routine. Una banalita’ che rischia di pesare molto per un personaggio ritenuto di spicco nella criminalita’ organizzata italiana e non solo. E’ cosi’ infatti che e’ stato arrestato la sera scorsa in Spagna Vittorio Raso, considerato un boss della ‘ndrangheta. La notizia e’ finita sui quotidiani spagnoli, a partire da El Pais. A fermarlo per le verifiche di routine, tra i tanti automobilisti, e’ stata la polizia locale, nel municipio catalano di Castelldefels. E proprio in Spagna, a Barcellona, Raso era stato arrestato una prima volta, nel 2020, dopo due anni di latitanza proprio in quella citta’, poi rilasciato su ordine di un giudice, e da allora era nuovamente latitante. La polizia gli attribuiva reati di appartenenza ad organizzazione criminale, usura e traffico di stupefacenti, considerandolo un personaggio di spicco della ‘ndrangheta calabrese radicata a Torino, per cui era stato emesso un mandato di cattura europeo. Pochi giorni dopo pero’, il tribunale dell’Audiencia Nacional lo rilascio’, affermando di non avere elementi sufficienti per ordinare il carcere preventivo nei suoi confronti. Nel verbale a disposizione appariva infatti solo la contestazione di un reato di usura.

Con alle spalle una condanna a vent’anni in primo grado, era stato liberato a 48 ore dall’arresto. Un cavillo, insomma. Una valutazione, scrive ora El Pais, che lascio’ stupefatta la polizia nazionale spagnola. In seguito, l’Audiencia Nacional emise un nuovo ordine d’arresto nei confronti di Raso, che nel frattempo aveva pero’ gia’ fatto perdere le proprie tracce. A gennaio di quest’anno poi la polizia italiana ha sequestrato in un garage della prima cintura torinese, a Nichelino, oltre 400mila euro in contanti, insieme a orologi Rolex e a gioielli del valore di oltre 200mila euro: un ‘tesoro’ attribuito proprio a Raso. I preziosi erano in una cassaforte rudimentale sistemata in un’intercapedine in cemento. Gli investigatori della Squadra mobile della polizia erano arrivati al nascondiglio dopo l’arresto di due trafficanti, dal momento che la droga sequestrata aveva il marchio dell’Esaurito, ovvero il soprannome di Raso. Il presunto boss viene ritenuto un importante trafficante di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e anche un personaggio vicino alle piu’ importanti e pericolose consorterie ‘ndranghetiste stabili nel Torinese, tra cui la famiglia Crea, Alvaro di Sinopoli (Reggio Calabria) e Ursino-Scali di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria).

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Quirinale, tra i 30 Alfieri della Repubblica scelti da Mattarella c’è un bimbo di 10 anni 

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli, spiega una nota del Quirinale, “è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani”. Il Presidente Mattarella ha inoltre assegnato quattro targhe per azioni collettive che intendono valorizzare la partecipazione attiva e sentita dei giovani, anche al fine di incoraggiare un loro più consapevole protagonismo. 

“Un prestigioso riconoscimento nel segno della solidarietà, dell’amicizia e della fratellanza”. E’ quanto affermato dal sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, in riferimento al conferimento da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell’Attestato d’onore di “Alfiere della Repubblica”, al tifernate Alexander Bani, di dieci anni, “per la solidarietà e l’amicizia dimostrate nei confronti del piccolo Sasha, bambino ucraino scappato dal conflitto, ospite di una famiglia italiana per alcuni mesi”. “Un messaggio spontaneo, sincero e concreto – ha continuato, in una dichiarazione congiunta con l’assessore alle Politiche scolastiche, Letizia Guerri e la giunta municipale – che hanno lanciato due bambini direttamente dai banchi di scuola e dalla vita quotidiana vissuta insieme, ha poi assunto un significato straordinario per essere rivolto simbolicamente ai potenti della terra e cioè la forza della fratellanza che supera ogni divisione e confine geografico, religioso, culturale e sociale”. “Un gesto, un messaggio di speranza – ha aggiunto Secondi – che con questo prestigioso riconoscimento spero possa contribuire a rafforzare il legame di fratellanza e solidarietà fra i popoli partendo proprio dai più piccoli e dalle loro famiglie, in un momento difficile a livello mondiale per i noti eventi della guerra che si trascina da troppo tempo”. “E’ ancora vivo in tutti noi il ricordo di quella bella giornata allo stadio comunale ‘Bernicchi’, l’11 Marzo dello scorso anno, con oltre 200 bambini di tutte le scuole cittadine che insieme mano nella mano hanno formato la parola pace e si sono stretti in un abbraccio ad Alexander e Sasha, ai loro compagni, agli insegnanti e alle famiglie”, ha concluso il sindaco Luca Secondi nel rinnovare ai genitori di Alexander Bani , il babbo Ulisse e la mamma Elena “le più sentite congratulazioni e confermare la vicinanza e orgoglio di tutta la comunità tifernate e gratitudine nei confronti del presidente Mattarella”. 

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Violenze in famiglia, padre padrone condannato a 20 anni

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Per quasi vent’anni, tra il 2003 e il 2021, ha costretto la moglie e le sue quattro figlie a subire violenze “orribili” di ogni genere, come costringere una delle ragazze a “mangiare per terra, senza posate, come un animale” o stringere un “sacchetto di plastica” in testa alla moglie. Stamani per quelle accuse di maltrattamenti, violenza sessuale ed estorsione l’uomo, 43 anni e definito dagli inquirenti un “padre padrone”, in carcere dal dicembre 2021 e che aveva vissuto con la famiglia tra Napoli e Milano, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Con sentenza della nona sezione penale del Tribunale milanese, a seguito dell’inchiesta del pm Giovanni Tarzia. I giudici (collegio Panasiti-Recaneschi-Processo) hanno condannato l’imputato, in particolare, per maltrattamenti aggravati, violenza sessuale (sulla moglie), estorsione perché si sarebbe fatto dare la pensione di una figlia disabile e anche per uso indebito di una carta di credito dei familiari. Prescritta, invece, un’ipotesi di sequestro di persona. Il pm aveva chiesto una condanna a 16 anni e mezzo, ma i giudici hanno inflitto una pena anche più pesante. Inoltre, hanno riconosciuto provvisionali di risarcimento, tra i 10mila e i 40mila euro, per la moglie e le quattro figlie, parti civili nel dibattimento coi legali Francesca Garisto e Alessia Turci.

Disposto, poi, per il condannato pure un anno di misura di sorveglianza a pena espiata. Già negli atti di una misura di prevenzione della sorveglianza speciale per 3 anni e mezzo, emessa a suo carico nel gennaio del 2022, quando il 43enne era già finito in carcere, venivano ripercorsi quegli oltre 18 anni di “aggressioni” contro i familiari. Abusi “di rara violenza sul piano sessuale, economico e limitativo della libertà personale”. Violenze continue, tra cui botte, insulti e minacce. Ad una delle figlie, solo per fare un esempio, “aveva messo le mani attorno alla gola”, dicendole: “Così come ti ho messo al mondo ti distruggo”. L’uomo, mai condannato per mafia ma appartenente ad una famiglia legata alla camorra (era stato pure ferito a colpi pistola in passato), voleva manifestare, si legge negli atti, un “predominio di genere con l’imposizione di un regime di vita finalizzato allo sfruttamento sessuale ed economico delle componenti femminili della famiglia” e con condotte di “stampo padronale”. E usava spesso “un coltello come strumento di minaccia”. La moglie e tre delle quattro figlie hanno testimoniato nel processo e, tra l’altro, i giudici oggi hanno anche deciso la trasmissione degli atti alla Procura per un profilo ‘minore’ di presunta falsa testimonianza della moglie. La donna, dopo una vita da incubo, nell’agosto del 2021 era riuscita con le figlie a fuggire dalla casa dove viveva col marito, nel Milanese. Si sono, poi, tutte trasferite in un’altra città. Mentre l’imputato aveva scelto di farsi interrogare in aula per provare a respingere le accuse. Oggi è arrivato il verdetto e ad una pena superiore anche a quella di certi processi per omicidio.

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Con le doglie nel traffico, scortata dai carabinieri in ospedale

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Avventura a lieto fine per una donna della provincia di Salerno rimasta imbottigliata nel traffico ad Avellino mentre in auto con il marito era diretta in ospedale per partorire. Le contrazioni sono cominciate in anticipo sui tempi previsti. Il timore di perdere il bambino ha spinto il marito a chiedere aiuto al 112. Dopo aver localizzato l’auto, un pattuglia del Nucleo radiomobile del Comando provinciale di Avellino ha raggiunto la coppia scortandola fino al “Moscati”. Poco dopo l’arrivo in ospedale, la donna ha felicemente partorito.

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