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Esteri

Nato, Rutte annuncia accordi per 50 miliardi sulla difesa: così l’Europa prova a convincere Trump

Al summit Nato di Ankara, Mark Rutte annuncia nuovi accordi industriali per almeno 50 miliardi di dollari e un piano anti-droni da oltre 40 miliardi. Gli alleati europei e il Canada aumentano la spesa per la difesa, ma l’Italia resta al 2,1%.

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La Nato prova a presentarsi davanti a Donald Trump con numeri, contratti e nuovi impegni industriali. L’obiettivo è chiaro: dimostrare che gli alleati europei e il Canada non sono “scrocconi”, come spesso li ha definiti Washington, ma stanno aumentando davvero gli investimenti nella difesa. Al Forum Difesa organizzato a margine del summit Nato di Ankara, il segretario generale Mark Rutte ha annunciato nuovi progetti per almeno 50 miliardi di dollari.

La “rivoluzione industriale” della difesa

“Per affrontare le sfide abbiamo bisogno di una rivoluzione industriale del settore, il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito”, ha detto Rutte dal palco del Forum.

Secondo un funzionario dell’Alleanza, gli alleati hanno chiuso accordi con l’industria della difesa per almeno 50 miliardi di dollari. Si tratta di intese con aziende statunitensi, ma anche di iniziative pensate per rafforzare la capacità produttiva europea.

Aerocisterne, ricognizione e logistica

Tra i progetti annunciati c’è una piattaforma per il rifornimento di carburante in volo e per il trasferimento rapido di equipaggiamenti all’interno dell’Alleanza. La Finlandia è entrata nella flotta multinazionale di aerocisterne multiruolo Mrtt.

Con Helsinki, i membri della flotta diventano nove: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. È stata annunciata anche l’imminente consegna del decimo Airbus A330 Mrtt, che avvicina la flotta alla piena capacità prevista di 12 velivoli.

Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia acquisteranno inoltre fino a cinque aerei da ricognizione Triton della statunitense Northrop Grumman.

Il piano anti-droni da oltre 40 miliardi

Uno dei capitoli più rilevanti riguarda la difesa anti-droni. Rutte ha presentato un progetto in cui gli alleati investiranno oltre 40 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

È un settore considerato strategico dopo l’esperienza dei conflitti più recenti, in particolare per proteggere infrastrutture, truppe e confini da minacce a basso costo ma ad alto impatto operativo.

Le spese Nato aumentano, ma non tutti corrono allo stesso passo

I dati diffusi dalla Nato consentono però una doppia lettura. Da un lato, europei e Canada hanno aumentato in modo significativo le spese di base per la difesa: quasi il 20% nel 2025 rispetto al 2024 e l’11% nel 2026 rispetto all’anno precedente.

Dall’altro, il percorso resta diseguale. Secondo le previsioni dell’Alleanza, nel 2026 cinque Paesi rispetteranno già la linea guida del 3,5% del Pil per le esigenze di base della difesa, mentre 17 alleati raggiungeranno l’obiettivo dell’1,5% per investimenti legati a difesa e sicurezza, in anticipo rispetto alla scadenza del 2035 concordata all’Aia.

I primi della classe e il dato italiano

In testa ci sono Lituania, con il 5,33% del Pil, Estonia con il 5,10%, Lettonia con il 4,92%, Polonia con il 4,68% e Grecia con il 3,65%. La Danimarca sfiora l’obiettivo con il 3,49%.

L’Italia, invece, si ferma al 2,1%, molto lontana dai Paesi baltici e dalla Polonia, ma dentro una cornice in cui Roma rivendica un aumento graduale e compatibile con i vincoli di bilancio.

Il ruolo dell’Unione europea

Accogliendo il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Rutte ha definito “un grande successo” il programma europeo di prestiti Safe per la difesa.

Per il segretario generale della Nato, disporre di fondi adeguati è “cruciale” per fronteggiare la minaccia russa. Ma il messaggio politico è rivolto anche oltre l’Atlantico: l’Europa vuole dimostrare a Trump di non limitarsi alle promesse, ma di aver avviato una nuova fase industriale e finanziaria della propria sicurezza.

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Esteri

Stati Uniti e Iran colpiscono le infrastrutture: la guerra si allarga nel Golfo

Stati Uniti e Iran intensificano la guerra, estendendo gli attacchi dalle installazioni militari alle infrastrutture energetiche e di trasporto. La nuova escalation allontana ulteriormente la possibilità di una ripresa del negoziato e aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto di altri Paesi del Medio Oriente.
Le forze americane hanno colpito ponti, collegamenti ferroviari, un aeroporto e installazioni utilizzate per il controllo delle attività marittime nel sud dell’Iran. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro obiettivi legati agli Stati Uniti in Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman e Giordania. Molti risultati militari rivendicati dall’Iran non risultano però verificabili in maniera indipendente.
I raid americani nel sud dell’Iran
Secondo le autorità e i media statali iraniani, gli attacchi statunitensi avrebbero colpito lo scalo aeroportuale di Iranshahr, una stazione ferroviaria, due ponti e una torre per le telecomunicazioni nella zona di Bandar Abbas.
A Chabahar sarebbe stata inoltre distrutta una torre utilizzata per il controllo del traffico marittimo. Washington sostiene che la struttura fosse impiegata dai Guardiani della rivoluzione per coordinare operazioni militari, mentre Teheran la descrive come un’infrastruttura civile.
Il bilancio riferito dalle autorità iraniane è di almeno otto morti e venti feriti. Non è stato possibile verificare autonomamente né il numero delle vittime né la natura di tutti gli obiettivi colpiti.
Colpite anche le reti elettriche
I bombardamenti avrebbero danneggiato infrastrutture energetiche nel sud della Repubblica islamica. Le autorità hanno invitato la popolazione a limitare il consumo di elettricità e a ridurre l’uso dei condizionatori, nonostante le temperature particolarmente elevate.
L’estensione degli attacchi a ponti, ferrovie, energia e comunicazioni indica un ampliamento della campagna americana, inizialmente concentrata sulle capacità militari iraniane e sulle strutture collegate al controllo dello Stretto di Hormuz.
La rappresaglia iraniana nei Paesi del Golfo
I Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro basi, radar e velivoli statunitensi dislocati in diversi Paesi della regione.
In Kuwait, un missile iraniano ha danneggiato una centrale per la produzione di energia e la desalinizzazione dell’acqua. L’episodio ha provocato incendi e interruzioni del servizio, evidenziando la particolare vulnerabilità di un Paese che ricava dalla desalinizzazione la maggior parte della propria acqua potabile.
Le autorità kuwaitiane hanno riferito anche di militari feriti durante gli attacchi contro basi e accampamenti. Le dimensioni dei danni militari rivendicati da Teheran non sono state confermate da fonti indipendenti.
Missili contro la base di Al-Udeid
In Qatar, l’Iran ha sostenuto di avere colpito sistemi radar e aerei americani nella base di Al-Udeid, una delle principali installazioni militari degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Doha ha confermato di avere intercettato missili diretti verso il proprio territorio. Un bambino sarebbe rimasto ferito dalla caduta di detriti. Non sono emerse conferme indipendenti sulla distruzione di velivoli o radar rivendicata dai Guardiani della rivoluzione.
Teheran ha inoltre dichiarato di avere attaccato installazioni radar in Oman, aerei americani in Giordania e velivoli ed elicotteri in Bahrein.
Versioni contrastanti sull’attacco in Siria
Le forze iraniane hanno rivendicato anche un’azione contro la base americana di Al-Tanf, in Siria. Una fonte militare siriana ha però negato che l’attacco sia avvenuto.
Il contrasto tra le versioni conferma la difficoltà di verificare in tempo reale le comunicazioni diffuse dalle parti, spesso utilizzate anche come strumento di propaganda e deterrenza.
Hormuz paralizzato dalla guerra
La crisi resta concentrata soprattutto attorno allo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas. Il traffico navale è fortemente ridotto e le navi attraversano il braccio di mare in numero limitato.
Il Comando centrale americano ha riferito che Marines statunitensi hanno abbordato la petroliera M/T Wen Yao, carica di carburante iraniano, per verificarne il rispetto del blocco imposto da Washington. L’azione segna un ulteriore passaggio dalla guerra aerea al controllo diretto delle rotte marittime.
La minaccia sul Mar Rosso
A preoccupare è anche la possibilità che la guerra si estenda al Mar Rosso e allo stretto di Bab el Mandeb, altra rotta fondamentale per il commercio internazionale.
Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha avvertito che una chiusura del passaggio da parte degli Houthi avrebbe gravi conseguenze economiche. Intanto l’agenzia britannica Ukmto ha segnalato l’abbordaggio di una nave da parte di persone non autorizzate nel Golfo di Aden.
Nuovi aerei americani verso Israele
Secondo Axios, l’amministrazione Trump avrebbe comunicato a Israele l’invio di decine di ulteriori aerei cisterna per il rifornimento in volo, mentre alla Casa Bianca vengono valutate opzioni per un’espansione delle operazioni contro l’Iran.
La mossa potrebbe preparare missioni aeree più lunghe e complesse, condotte direttamente dagli Stati Uniti oppure a sostegno dell’aviazione israeliana. Il ritorno di Israele nel conflitto su vasta scala resta quindi una possibilità concreta, ma non ancora una decisione annunciata ufficialmente.
Lo scambio di attacchi delle ultime ore appare il più intenso dalla rottura del cessate il fuoco. Con infrastrutture civili, reti energetiche, impianti idrici e rotte commerciali ormai coinvolti, il rischio non riguarda più soltanto gli eserciti: la guerra minaccia direttamente le popolazioni e l’intera economia globale.

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Stati Uniti e Iran intensificano la guerra, estendendo gli attacchi dalle installazioni militari alle infrastrutture energetiche e di trasporto. La nuova escalation allontana ulteriormente la possibilità di una ripresa del negoziato e aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto di altri Paesi del Medio Oriente.

Le forze americane hanno colpito ponti, collegamenti ferroviari, un aeroporto e installazioni utilizzate per il controllo delle attività marittime nel sud dell’Iran. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro obiettivi legati agli Stati Uniti in Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman e Giordania. Molti risultati militari rivendicati dall’Iran non risultano però verificabili in maniera indipendente.

I raid americani nel sud dell’Iran

Secondo le autorità e i media statali iraniani, gli attacchi statunitensi avrebbero colpito lo scalo aeroportuale di Iranshahr, una stazione ferroviaria, due ponti e una torre per le telecomunicazioni nella zona di Bandar Abbas.

A Chabahar sarebbe stata inoltre distrutta una torre utilizzata per il controllo del traffico marittimo. Washington sostiene che la struttura fosse impiegata dai Guardiani della rivoluzione per coordinare operazioni militari, mentre Teheran la descrive come un’infrastruttura civile.

Il bilancio riferito dalle autorità iraniane è di almeno otto morti e venti feriti. Non è stato possibile verificare autonomamente né il numero delle vittime né la natura di tutti gli obiettivi colpiti.

Colpite anche le reti elettriche

I bombardamenti avrebbero danneggiato infrastrutture energetiche nel sud della Repubblica islamica. Le autorità hanno invitato la popolazione a limitare il consumo di elettricità e a ridurre l’uso dei condizionatori, nonostante le temperature particolarmente elevate.

L’estensione degli attacchi a ponti, ferrovie, energia e comunicazioni indica un ampliamento della campagna americana, inizialmente concentrata sulle capacità militari iraniane e sulle strutture collegate al controllo dello Stretto di Hormuz.

La rappresaglia iraniana nei Paesi del Golfo

I Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro basi, radar e velivoli statunitensi dislocati in diversi Paesi della regione.

In Kuwait, un missile iraniano ha danneggiato una centrale per la produzione di energia e la desalinizzazione dell’acqua. L’episodio ha provocato incendi e interruzioni del servizio, evidenziando la particolare vulnerabilità di un Paese che ricava dalla desalinizzazione la maggior parte della propria acqua potabile.

Le autorità kuwaitiane hanno riferito anche di militari feriti durante gli attacchi contro basi e accampamenti. Le dimensioni dei danni militari rivendicati da Teheran non sono state confermate da fonti indipendenti.

Missili contro la base di Al-Udeid

In Qatar, l’Iran ha sostenuto di avere colpito sistemi radar e aerei americani nella base di Al-Udeid, una delle principali installazioni militari degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Doha ha confermato di avere intercettato missili diretti verso il proprio territorio. Un bambino sarebbe rimasto ferito dalla caduta di detriti. Non sono emerse conferme indipendenti sulla distruzione di velivoli o radar rivendicata dai Guardiani della rivoluzione.

Teheran ha inoltre dichiarato di avere attaccato installazioni radar in Oman, aerei americani in Giordania e velivoli ed elicotteri in Bahrein.

Versioni contrastanti sull’attacco in Siria

Le forze iraniane hanno rivendicato anche un’azione contro la base americana di Al-Tanf, in Siria. Una fonte militare siriana ha però negato che l’attacco sia avvenuto.

Il contrasto tra le versioni conferma la difficoltà di verificare in tempo reale le comunicazioni diffuse dalle parti, spesso utilizzate anche come strumento di propaganda e deterrenza.

Hormuz paralizzato dalla guerra

La crisi resta concentrata soprattutto attorno allo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas. Il traffico navale è fortemente ridotto e le navi attraversano il braccio di mare in numero limitato.

Il Comando centrale americano ha riferito che Marines statunitensi hanno abbordato la petroliera M/T Wen Yao, carica di carburante iraniano, per verificarne il rispetto del blocco imposto da Washington. L’azione segna un ulteriore passaggio dalla guerra aerea al controllo diretto delle rotte marittime.

La minaccia sul Mar Rosso

A preoccupare è anche la possibilità che la guerra si estenda al Mar Rosso e allo stretto di Bab el Mandeb, altra rotta fondamentale per il commercio internazionale.

Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha avvertito che una chiusura del passaggio da parte degli Houthi avrebbe gravi conseguenze economiche. Intanto l’agenzia britannica Ukmto ha segnalato l’abbordaggio di una nave da parte di persone non autorizzate nel Golfo di Aden.

Nuovi aerei americani verso Israele

Secondo Axios, l’amministrazione Trump avrebbe comunicato a Israele l’invio di decine di ulteriori aerei cisterna per il rifornimento in volo, mentre alla Casa Bianca vengono valutate opzioni per un’espansione delle operazioni contro l’Iran.

La mossa potrebbe preparare missioni aeree più lunghe e complesse, condotte direttamente dagli Stati Uniti oppure a sostegno dell’aviazione israeliana. Il ritorno di Israele nel conflitto su vasta scala resta quindi una possibilità concreta, ma non ancora una decisione annunciata ufficialmente.

Lo scambio di attacchi delle ultime ore appare il più intenso dalla rottura del cessate il fuoco. Con infrastrutture civili, reti energetiche, impianti idrici e rotte commerciali ormai coinvolti, il rischio non riguarda più soltanto gli eserciti: la guerra minaccia direttamente le popolazioni e l’intera economia globale.

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Esteri

Trump rilancia le accuse sulle elezioni del 2020 e punta il dito contro la Cina

Donald Trump torna a sostenere che le elezioni presidenziali del 2020 siano state condizionate da frodi e interferenze straniere. Nel discorso alla nazione accusa la Cina di avere acquisito i dati di 220 milioni di elettori, ma le affermazioni restano prive di prove capaci di dimostrare un’alterazione del voto.

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Sei anni dopo la sconfitta contro Joe Biden e dopo essere tornato alla Casa Bianca, Donald Trump rilancia le accuse di frode sulle elezioni presidenziali del 2020. In un discorso in prima serata, il presidente americano ha puntato il dito contro la Cina e altri Paesi stranieri, alimentando nuovamente i dubbi sull’integrità del sistema elettorale a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.

Trump ha sostenuto che Pechino avrebbe acquisito illegalmente i dati personali di circa 220 milioni di elettori americani, definendo l’episodio la più grave violazione di dati elettorali della storia degli Stati Uniti. La Casa Bianca ha pubblicato documenti declassificati, ma dalle informazioni disponibili non emergono prove che tali dati siano stati utilizzati per modificare voti o risultati elettorali.

Le accuse sul voto del 2020

«Non possiamo permettere che un’altra elezione venga rubata», ha dichiarato Trump, tornando a sostenere che la vittoria di Biden nel 2020 sia stata ottenuta attraverso irregolarità.

Le accuse, tuttavia, non hanno trovato conferma nelle oltre sessanta azioni giudiziarie promosse dopo il voto, nei riconteggi, nelle verifiche condotte dagli Stati e nelle indagini del Dipartimento di Giustizia. Anche un rapporto dell’intelligence statunitense del 2021 concluse che nessun Paese straniero aveva alterato voti, conteggi o aspetti tecnici del processo elettorale.

La stessa documentazione citata dal presidente non dimostrerebbe che la Cina abbia cambiato l’esito delle elezioni. Parte dei dati indicati sarebbe inoltre composta da informazioni elettorali disponibili anche a partiti, società e operatori politici.

Pechino respinge le accuse

La Cina ha definito le dichiarazioni del presidente americano «pure invenzioni», negando qualsiasi interferenza nelle elezioni statunitensi.

Anche Mosca ha respinto le contestazioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sostenuto che la Russia non avrebbe mai interferito negli affari interni di altri Paesi, chiedendo a sua volta che nessuno intervenga nelle questioni russe.

Le conclusioni dell’intelligence americana hanno però stabilito in passato che la Russia condusse operazioni d’influenza sulle elezioni statunitensi, pur senza alterare direttamente le schede o i conteggi.

Il nodo dei dati degli elettori

Secondo Trump, il possesso dei dati di milioni di cittadini avrebbe creato una minaccia senza precedenti alla sicurezza elettorale.

Gli esperti sottolineano tuttavia che entrare in possesso di informazioni personali non consente automaticamente di modificare le liste elettorali, accedere ai sistemi di voto o cambiare il risultato di un’elezione.

David Becker, direttore del Center for Election Innovation & Research, ha osservato che il discorso non avrebbe presentato elementi nuovi capaci di mettere in discussione il voto del 2020.

L’attacco dei democratici

Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, ha definito l’intervento un tentativo di condizionare preventivamente le elezioni di metà mandato, prima ancora dell’apertura dei seggi.

Trump ha sollecitato il Congresso ad approvare il Save America Act, una riforma che imporrebbe requisiti più severi per la registrazione degli elettori, tra cui la prova documentale della cittadinanza. Il provvedimento è però bloccato al Senato e viene contestato dai democratici, secondo i quali potrebbe rendere più difficile l’esercizio del voto per milioni di cittadini regolarmente aventi diritto.

Le accuse sui cittadini non americani

Il presidente ha inoltre affermato che oltre 250 mila persone prive della cittadinanza statunitense sarebbero state registrate nelle liste elettorali di quattro Stati.

L’amministrazione non ha però diffuso informazioni sufficienti sui criteri utilizzati per ottenere il dato. Gli esperti ricordano inoltre che il voto dei non cittadini è già vietato nelle elezioni federali e che i casi accertati rappresentano una percentuale estremamente ridotta.

L’attacco alle televisioni

Trump ha infine criticato le reti televisive che hanno scelto di non interrompere la programmazione per trasmettere integralmente il discorso, accusandole, senza fornire prove, di partecipare a un complotto contro di lui.

Il presidente ha evocato anche la possibilità di revocare le licenze alle emittenti, una minaccia che ha sollevato nuove preoccupazioni sul rapporto tra la Casa Bianca e i mezzi di informazione.

Il discorso conferma la volontà di Trump di riportare il tema delle frodi elettorali al centro della campagna per le elezioni di novembre. Ma, allo stato, non sono emersi elementi capaci di dimostrare che il risultato delle presidenziali del 2020 sia stato modificato da frodi diffuse o da interventi stranieri.

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Esteri

Russia, arrestato il blogger filocremlino Ilya Remeslo dopo le critiche a Putin

Il blogger russo Ilya Remeslo, per anni sostenitore del Cremlino e recentemente diventato critico di Vladimir Putin e della guerra in Ucraina, è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso false informazioni sull’esercito. Rischia fino a dieci anni di carcere.

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Per anni aveva sostenuto il Cremlino e attaccato gli oppositori del governo russo. Poi, negli ultimi mesi, aveva cambiato posizione, criticando apertamente Vladimir Putin e l’offensiva militare in Ucraina. Ora il blogger Ilya Remeslo, 42 anni, è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso «informazioni false» sull’esercito russo.

Remeslo è stato fermato a San Pietroburgo e successivamente trasferito a Mosca, dove un tribunale ne ha disposto la custodia cautelare. A confermare il provvedimento è stato il suo avvocato, Sergei Badamshin. L’arresto sarebbe collegato ad alcuni messaggi pubblicati dal blogger sul proprio canale Telegram.

Da sostenitore del Cremlino a critico di Putin

Remeslo era conosciuto come un attivista vicino al potere russo e come un duro oppositore di Aleksei Navalny e degli ambienti antigovernativi. A marzo, tuttavia, aveva pubblicato un intervento dal titolo «Cinque ragioni per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin», prendendo le distanze dal presidente e dalla prosecuzione della guerra in Ucraina.

Il blogger era già stato sottoposto nei mesi scorsi a un ricovero in una struttura psichiatrica. Il suo caso viene considerato significativo perché coinvolge una figura che, fino a poco tempo fa, aveva appoggiato apertamente il sistema politico e mediatico del Cremlino.

Rischia fino a dieci anni di carcere

L’accusa contestata riguarda la diffusione pubblica di notizie ritenute consapevolmente false sull’impiego delle forze armate russe. La norma, introdotta dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina avviata nel febbraio 2022, prevede pene che possono arrivare fino a dieci anni di reclusione.

Le autorità russe non hanno ancora reso noto nel dettaglio quali pubblicazioni siano considerate penalmente rilevanti. La formulazione delle accuse e l’eventuale responsabilità di Remeslo dovranno essere accertate nel corso del procedimento giudiziario.

La stretta contro le voci dissenzienti

Dall’inizio della guerra, Mosca ha progressivamente rafforzato le norme sulla comunicazione relativa alle operazioni militari, vietando anche l’utilizzo di termini e ricostruzioni non conformi alla versione ufficiale.

Numerosi giornalisti, attivisti, esponenti politici e semplici cittadini sono stati perseguiti per dichiarazioni o messaggi contrari alla guerra. Molte delle principali figure dell’opposizione russa si trovano attualmente in carcere, sono morte o hanno lasciato il Paese.

L’arresto di Remeslo mostra come la repressione delle critiche possa ormai colpire anche personalità provenienti dall’area filogovernativa, nel momento in cui prendono le distanze dalla linea del Cremlino.

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