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Muore dopo la caduta dal balcone: donati cuore, fegato e reni di un 35enne

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Ha donato cuore, fegato e reni il 35enne di Pescara morto ieri in ospedale per le lesioni riportate dopo che lo scorso 11 settembre era precipitato dal balcone della sua abitazione, al quarto piano di un palazzo del capoluogo. Ieri, diagnosticata la presunta morte encefalica, era partito il cosiddetto periodo di osservazione, al termine del quale e’ stato certificato il decesso. Il 35enne in fase di rinnovo della carta d’identita’ aveva dichiarato di essere donatore di organi e, quindi, dopo il via libera della Procura, e’ partito l’iter che si e’ concluso nella tarda mattinata odierna con il prelievo multiorgano. Il cuore e’ stato prelevato dall’equipe arrivata da Napoli, il fegato da quella di Roma e i reni da quella dell’Aquila. Il fatto era avvenuto attorno alle 6.30 dell’11 settembre. Il giovane era precipitato dal balcone, facendo un volo di diversi metri. Arrivato in ospedale, fin da subito le sue condizioni erano apparse gravissime. In questi 14 giorni era stato ricoverato nel reparto di Rianimazione, ma non si e’ mai ripreso.

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Costruire carceri come costruiscono ospedali, ecco la semplice ricetta del Sindacato di Polizia penitenziaria

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo commento del segretario nazionale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, sull’attuale momento che vive il mondo delle carceri il segretario nazionale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo* 

Il momento di enorme difficoltà che vive il sistema carcerario Italiano potrebbe costituire un momento importante di rilancio soprattutto dell’edilizia penitenziaria, ferma da anni. Si consideri che il 40% delle carceri è stato costruito nel 1800. Affidare alla protezione civile la costruzione di carceri, visto il momento, fuori da quelle regole di appalti e successivi ricorsi che rendono i tempi di costruzione infiniti. Potrebbe costituire un momento di rilancio per il sistema ridando dignità a chi sconta la pena e consentendo agli operatori penitenziari di lavorare con la dovuta dignità. Ad oggi abbiamo 27 milioni di euro da parte dal 2015 per la costruzione di un nuovo carcere a Catania, bloccato da ricorsi, immediatamente disponibili, sicuramente pochi ma un punto di partenza. La costruzione di carceri oggi avrebbe due vantaggi: la rapidità di costruzione e l’economicità.

Le carceri verrebbero costruite quasi a costo zero se si considera le multe che paghiamo all’Europa ogni anno per il mancato rispetto delle regole di carcerazione e che continueremo a pagare se le cose non cambiamo.

Forse troppo banale da sottoporre alla politica che è abituata a creare problemi e non a risolverli, troppo banale perché in un colpo solo si darebbe dignità a carcerati e poliziotti. E senso alla rieducazione. Il fronte, poi, della sicurezza del personale penitenziario continua a rappresentare una priorità da perseguire con ogni strumento utile. Purtroppo sappiamo bene tutti che le mascherine unico presidio di sicurezza messo a disposizione della polizia penitenziaria nella maggior parte delle volte non è a norma ed è distribuita in quantità non sufficienti. Considerato che appare evidente a tutti che l’emergenza coronavirus durerà ancora molto proponiamo all’Amministrazione Penitenziaria l’impiego del casco trasparente protettivo, in termine tecnico “calotta di protezione”, che già è in uso agli operatori sanitari e alle forze dell’ordine che vigilano sulle strade. Questa maschera protettiva contro la trasmissione batterica aerea può coprire tutto il viso per fermare efficacemente polvere, polline, schizzi di liquidi organici, perfino le goccioline contenenti il virus ed aiuta a proteggersi dalla malattia presente nell’aria. Oltre al vantaggio di una più efficace protezione c’è quello economico perché il costo è basso e il suo impiego – a differenza delle mascherine – è duraturo. Forse troppo banale da poterci credere realmente. Ah, questa maschera costa pochi centesimi di euro. È una spesa sostenibile. E noi ne compreremo una grande quantità da distribuire alla polizia penitenziaria. Fatti salvi tutti gli adempimento burocratici. Non sia mai.

*Aldo Di Giacomo è il segretario nazionale del Sindacato di Polizia Penitenziaria 

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Cronache

Al mercato delle vacche dei detenuti la certezza della pena viene messa in quarantena

Catello Maresca

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Ho cominciato a scrivere della questione carceraria il 9 marzo, all’indomani dei primi tumulti. Se chi decide avesse seguito la minima parte di quelle indicazioni la questione sarebbe ora su un crinale differente da quello drammatico che ha ormai ineluttabilmente imboccato.

E, invece, siamo ad un punto di non ritorno. Quello che, almeno nelle dichiarazioni ufficiali non si voleva, cioè l’indulto generalizzato, oggi è ormai realtà.
E così, si sono risvegliate pletore di commentatori, tra cui illustri colleghi, molti dei quali raramente hanno praticato il carcere ed avuto a che fare con i delinquenti seri, che si affannano riempendo le pagine dei giornali importanti, pontificando sulla misura della clemenza.

La certezza della pena. A giudicare da quel che si legge sul quotidiano La Repubblica il magistrato Cascini avrebbe detto “il problema non è la certezza”

Un componente del CSM, se sono riportate bene le sue dichiarazioni dal giornalista de La Repubblica, avrebbe sostenuto che “in questo momento il tema è l’emergenza Covid-19 e non invece la certezza della pena”.
Spero di aver capito male o che, comunque, si chiarisca subito perché queste dichiarazioni sono gravissime e mortificano il lavoro di centinaia di magistrati che sgobbano tutti i giorni in nome della giustizia e nella convinzione che esista ancora una certezza della pena, e di tanti altri che per questi valori hanno sacrificato la vita.
Falcone si starà rivoltando nella tomba.

E certo, che ce ne frega dei dati tecnici, della reale situazione sanitaria degli istituti di pena, delle possibili soluzioni organizzative. L’equazione è addirittura elementare: le celle sono notoriamente piene + il rischio di contagio è troppo alto = tutti a casa.

Che ce ne frega oggi addirittura della pena, che dei giudici hanno irrogato all’esito di un regolare processo.
Che ce ne frega delle vittime dei reati e di quello che penseranno di uno Stato che ragiona in questo modo.
Il rischio nelle carceri è troppo alto. O almeno così ci dicono.
Vai a vedere poi i dati e la situazione sembra molto diversa: 19 detenuti positivi su una platea di 58.000, cioè lo 0,003 %.
I più colpiti sono gli agenti della polizia penitenziaria, 120 su 38.000, ma a loro nessuno se li fila!

Allora si dice che i dati sono falsati. Sicuramente i contagiati saranno forse di più, ma nulla che non si riesca a gestire attraverso rapidi ed efficaci interventi organizzativi e sanitari che sono stati già propostI e che forse si sarebbero già pure potuti attuare.
Lo stesso collega, invece, propone di mandare a casa i detenuti che devono scontare ancora tre anni di carcere, altri hanno proposto di alzare il tetto a quattro, i più cauti sono assestati sui due.
Sembra il mercato, a chi offre di più?

Nel mentre si propone di mandare a casa dieci o ventimila detenuti, molti dei quali senza neanche il braccialetto elettronico di controllo, è arrivata la notizia della scarcerazione di un pericoloso boss della Ndrangheta. E chissà quanti altri in regime di alta sicurezza sono pronti a raggiungere i propri territori. Effetti indiretti dell’indultino. Direbbe qualcuno danni collaterali.

A proposito a quelli chi ci pensa?
Ah, forse per quelli c’è tempo, ci penseremo domani, quando i danni saranno più evidenti.
Vanno a casa anche quelli le cui condizioni fisiche, o asserite tali, li pongano a rischio contagio. E tra poco si dovranno considerare anche i detenuti più pericolosi che già stanno facendo petizioni sostenendo di avere paura del contagio.
Sembra partito, consapevolmente o meno, il “libera tutti”.
E dicono che a livello normativo non sia ancora finita qui.


Il rischio reale è quello di cancellare in un colpo solo 30 anni di lotta alle mafie.
Ma nessuno, tranne il collega Nicola Gratteri, sembra accorgersene.
Certo se anche la certezza della pena è andata in quarantena, allora è finito tutto.
Il mio pensiero in questo momento va ai testimoni di giustizia, alle vittime dei reati e a tutti coloro che credono ancora nella giustizia.
Chissà come si sentiranno ora.
Bisogna fargli coraggio.
Anche io mi sento tradito, ma resisto.
Dobbiamo resistere perché da domani la battaglia alle mafie sarà ancora più dura.

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Mafia & coronavirus, l’allarme del presidente della Fondazione Caponnetto: ecco i campi dove la piovra fa nuovi affari

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La mafia nei tempi di crisi trova sempre il modo di guadagnare. Fa parte della sua nefasta natura.
Ma quali saranno gli affari che farà con il coronavirus?

Innanzitutto non abbandonerà tutto ciò che la faceva guadagnare già prima, dal riciclaggio ai traffici vari. Detto questo la nuova frontiera sarà rappresentata da:

  • il commercio di falsi medicinali per il cornavirus.
  • la messa a disposizione di liquidità per chi ne ha bisogno
  • la gestione degli appalti in emergenza
  • il comprare a prezzo stracciato le attività in difficoltà.

Le amministrazioni pubbliche dovranno attrezzarsi per prevenire la mafia invece che subirla dotandosi di chi è in grado di annusare la loro presenza. La battaglia contro la mafia che ci attende è difficile e solo se vorremo combattere ce la faremo, sennò soccomberemo.

*Salvatore Calleri è presidente della Fondazione Caponnetto

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