Economia
Mps al centro del risiko bancario: Banco Bpm accelera, Intesa e Bper preparano la sfida
Monte dei Paschi torna al centro del credito italiano. Banco Bpm propone una fusione tra pari, mentre Intesa Sanpaolo e Bper valutano una possibile operazione alternativa. In gioco anche Mediobanca, Generali e gli equilibri del risparmio nazionale.
Da banca salvata con l’intervento pubblico a preda più ambita del sistema finanziario italiano. La trasformazione del Monte dei Paschi di Siena è ormai completa: l’istituto guidato da Luigi Lovaglio è diventato il centro di una partita che coinvolge Banco Bpm, Intesa Sanpaolo, Bper, Crédit Agricole, Unipol e, sullo sfondo, UniCredit.
La previsione di Lovaglio, secondo cui «tutte le strade portano a Siena», sembra essersi avverata. A rompere gli indugi è stato Banco Bpm, che ha invitato formalmente Mps ad aprire in tempi rapidi un confronto per una fusione tra pari. Un’aggregazione dalla quale nascerebbe un gruppo con una capitalizzazione vicina ai 50 miliardi di euro, secondo soltanto a Intesa Sanpaolo nel mercato italiano.
La proposta di Banco Bpm
Il consiglio di amministrazione di Banco Bpm ha approvato all’unanimità l’iniziativa, con il sostegno anche dei rappresentanti di Crédit Agricole, primo azionista dell’istituto milanese.
La banca guidata da Giuseppe Castagna presenta il progetto come una fusione capace di tutelare le identità dei due gruppi, rafforzare la presenza sul territorio e produrre benefici ante imposte superiori a 1,1 miliardi di euro l’anno.
L’operazione potrebbe inoltre offrire a Crédit Agricole nuove possibilità di sviluppo in Italia. Tra le ipotesi circolate vi sono la possibile acquisizione di sportelli e il rafforzamento nel credito al consumo attraverso le attività collegate ad Agos. Si tratta, tuttavia, di scenari ancora da definire nell’ambito di un’eventuale trattativa.
L’accelerazione per anticipare Intesa e Bper
La mossa di Banco Bpm appare anche come un tentativo di anticipare le iniziative che Intesa Sanpaolo e Bperstarebbero valutando da settimane.
Secondo le ricostruzioni finanziarie, il possibile schema prevederebbe il trasferimento a Bper delle attività bancarie tradizionali del Monte, mentre Intesa sarebbe interessata a Mediobanca e alla partecipazione detenuta nelle Generali.
Una soluzione del genere porterebbe alla separazione delle diverse componenti del gruppo Mps-Mediobanca. Al momento, però, non risulta annunciata un’offerta formale e i soggetti coinvolti non hanno confermato pubblicamente i dettagli dell’operazione.
Da banca in crisi a protagonista del mercato
Il valore strategico di Mps nasce dal profondo risanamento realizzato negli ultimi anni e dalla successiva conquista di Mediobanca.
Il nuovo piano industriale stima un utile di circa 3,7 miliardi di euro nel 2030 e distribuzioni complessive agli azionisti per 16 miliardi nell’arco del piano. Numeri che hanno trasformato l’istituto senese in uno dei gruppi più solidi e meglio capitalizzati del panorama europeo.
L’acquisizione di Mediobanca ha inoltre consegnato a Mps una posizione centrale nelle Assicurazioni Generali, uno dei maggiori custodi del risparmio italiano e uno dei principali investitori nel debito pubblico nazionale.
La vera posta in gioco, dunque, non riguarda soltanto gli sportelli bancari, ma il controllo di una rete finanziaria che comprende credito, assicurazioni, gestione patrimoniale e partecipazioni strategiche.
Il ruolo di Generali e la posizione di UniCredit
Gli equilibri del Leone di Trieste sono diventati ancora più delicati dopo la crescita di UniCredit, arrivata a detenere circa il 9% dei diritti di voto.
Andrea Orcel ha precisato che l’esposizione economica effettiva della banca resta molto più bassa e che non esistono piani per superare determinate soglie. La presenza di UniCredit continua tuttavia a rappresentare un elemento importante negli assetti azionari di Generali.
Dopo il fallimento dell’offerta su Banco Bpm, UniCredit ha concentrato gran parte della propria strategia sulla Germania e sul progetto Commerzbank. Il gruppo resta però un osservatore inevitabile del consolidamento italiano.
Il progetto Intesa-Bper e il peso di Unipol
Per Bper, sostenuta dal principale azionista Unipol, l’eventuale acquisizione delle attività bancarie di Mps rappresenterebbe un’occasione difficilmente ripetibile per crescere rapidamente e diventare il secondo polo del credito nazionale.
Intesa, dal canto suo, potrebbe rafforzare la propria posizione nei servizi finanziari avanzati, nella gestione dei grandi patrimoni e nel capitale delle Generali.
L’operazione dovrebbe però superare complessi controlli antitrust. Intesa è già la prima banca italiana e difficilmente potrebbe assorbire direttamente l’intero Monte senza cessioni rilevanti. Da qui l’ipotesi di una ripartizione degli asset con Bper.
Il timore di un maggiore peso straniero
Il ruolo di Crédit Agricole nella proposta Banco Bpm-Mps alimenta anche il dibattito sull’interesse nazionale. Il gruppo francese, già molto presente nel credito italiano, potrebbe accrescere ulteriormente la propria influenza nel secondo mercato più importante dopo quello domestico.
L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha evocato il rischio che una parte rilevante del sistema finanziario italiano finisca sotto l’influenza di interessi francesi o tedeschi.
Il tema riguarda la tutela di una massa di risparmio privato tra le più elevate d’Europa e la capacità delle banche di continuare a finanziare famiglie e imprese italiane.
Zanettin: «Garantire risorse alle imprese»
Il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, Pierantonio Zanettin, ha definito la fusione tra Banco Bpm e Mps un’opportunità per rafforzare un grande polo bancario nazionale.
Il senatore di Forza Italia ha però sottolineato che il vero risultato delle operazioni dovrà essere misurato sulla capacità di garantire maggiori risorse al sistema produttivo.
La crescita delle dimensioni degli istituti, infatti, non può essere considerata un obiettivo sufficiente se non si traduce in più credito, investimenti e sostegno alle imprese.
Il consiglio di Mps chiamato a valutare
La proposta di Banco Bpm sarà esaminata dal consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi. Toccherà poi agli azionisti decidere quale progetto sia più conveniente per il futuro dell’istituto e per la valorizzazione dell’integrazione con Mediobanca.
Qualora fosse presentata una vera offerta pubblica, entrerebbero in gioco anche le norme sulla passivity rule, che limitano la possibilità per il consiglio della società bersaglio di adottare misure difensive senza l’autorizzazione dell’assemblea.
Per ora l’unica iniziativa ufficiale resta quella di Banco Bpm. Le altre mosse sono ancora in preparazione o affidate alle indiscrezioni. Ma una cosa è già chiara: Mps non è più il problema del sistema bancario italiano. È diventata il premio più conteso del nuovo risiko finanziario.
Economia
Europa, corsa al gas russo prima del divieto: importazioni di Gnl in aumento del 18%
La crisi delle forniture dal Qatar e la necessità di riempire gli stoccaggi spingono l’Unione europea ad aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto russo. Nel primo semestre del 2026 le importazioni dal progetto Yamal sono cresciute del 18%, nonostante il divieto totale previsto dall’inizio del 2027.
L’Europa si prepara a vietare definitivamente il gas russo, ma nell’attesa ne sta comprando quantità sempre maggiori. La riduzione delle forniture provenienti dal Qatar, provocata dalla crisi nel Golfo, e la necessità di ricostituire gli stoccaggi prima dell’inverno hanno prodotto un effetto apparentemente paradossale: l’aumento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto russo.
Nel primo semestre del 2026 i Paesi dell’Unione europea hanno acquistato dal progetto artico Yamal LNG circa 9,9 milioni di tonnellate di gas, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del livello più alto mai registrato per l’impianto controllato dalla società russa Novatek.
Gli acquisti aumentano prima del divieto
Secondo le elaborazioni del Centre for Research on Energy and Clean Air, nel solo mese di giugno le importazioni europee di Gnl russo sono risultate superiori del 14% rispetto a un anno prima.
Particolarmente significativo il dato della Francia, che ha aumentato gli acquisti del 34% rispetto a maggio, nonostante una forte diminuzione delle quantità complessive di gas liquefatto scaricate nei propri terminali.
I principali importatori europei sono Francia, Belgio e Spagna, Paesi dotati di grandi terminali di rigassificazione sulle coste atlantiche, nel Mare del Nord e nel Mediterraneo. Una parte del gas sbarcato nei porti francesi e belgi viene successivamente immessa nella rete europea e destinata anche alla Germania.
Il gas del Qatar quasi fermo
A spingere la domanda europea è soprattutto la difficoltà di ricevere carichi dal Qatar. Le tensioni militari e i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz hanno drasticamente ridotto il traffico delle metaniere.
Il Qatar aveva già dichiarato la forza maggiore su alcuni contratti di fornitura a causa delle interruzioni collegate alla guerra, mentre gli attacchi contro le navi commerciali hanno ulteriormente aumentato i costi assicurativi e scoraggiato i transiti.
A luglio le importazioni europee complessive di Gnl sono previste ai livelli più bassi dal settembre 2024, mentre la concorrenza asiatica per i carichi disponibili torna a crescere. Gli stoccaggi europei risultano inoltre inferiori alle medie stagionali, rendendo più urgente l’acquisto di gas prima dell’inverno.
La Russia vende di più ma incassa meno
L’aumento dei volumi esportati non si traduce automaticamente in maggiori entrate per Mosca. Secondo il Crea, nel mese di giugno le esportazioni russe di petrolio, gas e carbone sono cresciute del 14% rispetto a maggio, mentre i ricavi sono diminuiti dell’8%.
La differenza è dovuta soprattutto agli sconti applicati ai prodotti energetici russi, venduti a prezzi inferiori rispetto alle quotazioni internazionali a causa delle sanzioni, delle restrizioni finanziarie e dei maggiori costi di trasporto.
La Russia riesce quindi a collocare più combustibili fossili sul mercato, ma non beneficia pienamente dell’aumento dei prezzi provocato dalla crisi mediorientale.
Il divieto europeo dall’inizio del 2027
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nel gennaio scorso il regolamento che prevede l’eliminazione graduale delle importazioni di gas russo.
Il divieto totale sul Gnl russo entrerà in vigore dall’inizio del 2027, mentre per il gas trasportato attraverso i gasdotti la scadenza definitiva è prevista nell’autunno dello stesso anno. Sono stati previsti periodi transitori per i contratti già sottoscritti, allo scopo di limitare gli effetti sui prezzi e sulla sicurezza energetica.
La normativa consente inoltre alla Commissione europea di sospendere temporaneamente il blocco, per un massimo di quattro settimane, qualora un’emergenza minacci seriamente la sicurezza delle forniture di uno o più Stati membri.
Gli interessi francesi in Novatek
Il gas arriva prevalentemente dall’impianto Yamal LNG, situato nell’Artico russo e controllato da Novatek. La compagnia francese TotalEnergies mantiene una partecipazione del 19,4% nella società russa e possiede anche il 20% del progetto Yamal LNG.
Dopo l’invasione dell’Ucraina TotalEnergies ha ritirato i propri rappresentanti dal consiglio di amministrazione di Novatek e ha svalutato contabilmente la partecipazione, senza però riuscire a cederla.
Il paradosso energetico europeo
L’aumento degli acquisti mette in evidenza la distanza tra gli obiettivi politici e le necessità immediate del mercato. Bruxelles vuole eliminare la dipendenza energetica dalla Russia, ma deve contemporaneamente garantire forniture sufficienti alle famiglie e alle imprese.
La crisi del Qatar, la minore disponibilità di metaniere e la necessità di riempire gli stoccaggi stanno così trasformando il periodo precedente al divieto in una corsa agli ultimi carichi russi.
Un paradosso destinato a durare ancora alcuni mesi: l’Europa prepara la fine del gas di Mosca, ma per affrontare il prossimo inverno continua a comprarne sempre di più.
Economia
Attacchi nello Stretto di Hormuz, petrolio in rialzo: Brent oltre 87 dollari e nuove pressioni sull’inflazione
Il deterioramento della tregua tra Stati Uniti e Iran e i nuovi attacchi nello Stretto di Hormuz spingono il petrolio ai massimi da un mese. Il Brent supera durante la seduta gli 87 dollari al barile, mentre crescono i timori per forniture, carburanti e inflazione. In Italia gli stoccaggi di gas superano il 70%.
I nuovi attacchi nello Stretto di Hormuz e il progressivo cedimento della fragile tregua tra Stati Uniti e Iran tornano a scuotere i mercati energetici. Nel corso della seduta il petrolio ha registrato una nuova impennata: il Wti ha superato la soglia degli 80 dollari al barile, mentre il Brent è arrivato fino a 87,55 dollari, il livello più alto dell’ultimo mese, prima di ridurre parzialmente i guadagni.
Dall’inizio della settimana il greggio ha guadagnato circa il 14%, incorporando il rischio che il confronto militare possa tradursi in nuovi ostacoli al passaggio delle petroliere o in una riduzione delle esportazioni dai Paesi del Golfo.
Il mercato teme nuove interruzioni
Il nodo centrale resta il controllo di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante delle forniture mondiali di petrolio e gas.
Gli analisti avvertono che il mercato si trova oggi in una condizione più vulnerabile rispetto all’inizio dell’anno. Le scorte commerciali si sono ridotte e un’interruzione prolungata dei flussi sarebbe più difficile da assorbire, nonostante il transito consistente di carichi registrato nelle settimane precedenti.
Il rischio maggiore è che Teheran, in risposta alle operazioni statunitensi, tenti di ostacolare non soltanto le proprie esportazioni, ma anche quelle degli altri produttori della regione.
Benzina e carburanti corrono più del greggio
Le tensioni non riguardano soltanto il prezzo del petrolio. I prodotti raffinati, a cominciare dalla benzina, stanno aumentando più rapidamente del greggio, con possibili ricadute immediate sui prezzi alla pompa, sui costi dei trasporti e sull’inflazione.
Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina rischia di tornare sopra i quattro dollari al gallone, dopo il temporaneo calo favorito dalla tregua con l’Iran.
La nuova fiammata energetica potrebbe quindi rendere meno duraturo il rallentamento dell’inflazione americana registrato a giugno.
L’inflazione Usa rallenta, ma resta il rischio energia
I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono diminuiti dello 0,4% rispetto a maggio, mentre l’inflazione annua è rallentata dal 4,2 al 3,5%. Il dato è stato favorito soprattutto dal precedente calo dei prezzi della benzina e dell’energia. L’inflazione di fondo si è attestata al 2,6% su base annua.
Il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha tuttavia invitato a non considerare conclusa la battaglia contro l’inflazione. Un nuovo aumento stabile del petrolio potrebbe infatti riaccendere le pressioni sui prezzi e condizionare le prossime decisioni sui tassi d’interesse.
Gas, le scorte italiane superano il 70%
Un elemento di maggiore sicurezza per l’Italia arriva dagli stoccaggi di gas. I depositi nazionali hanno raggiunto il 70,75% della capacità, con circa 193,43 terawattora immagazzinati.
La situazione europea è però meno rassicurante: gli stoccaggi dell’Unione risultano pieni al 52,21%, pari a 590,2 terawattora. In Germania il livello è del 44,26%, con 109,22 terawattora conservati.
La Germania resta il Paese europeo con la maggiore capacità complessiva di stoccaggio, seguita dall’Italia. Il buon livello italiano costituisce quindi una protezione importante, ma non mette il Paese al riparo da rialzi dei prezzi sul mercato internazionale.
Il gas europeo sopra 54 euro
I contratti sul gas europeo sono saliti oltre i 54 euro per megawattora, con un aumento superiore al 5% nella giornata. Il rialzo riflette il timore che le tensioni a Hormuz possano colpire anche le rotte del gas naturale liquefatto diretto verso l’Europa.
La disponibilità di scorte riduce il rischio di una crisi immediata, ma prezzi più elevati potrebbero trasferirsi progressivamente sulle bollette e sui costi sostenuti dalle imprese.
Borse prudenti nonostante il dato americano
Le Borse europee hanno reagito con cautela. Il rallentamento dell’inflazione statunitense ha sostenuto obbligazioni e listini, ma la crescita del petrolio ha limitato gli acquisti.
L’indice Euro Stoxx 50 ha chiuso con un progresso vicino allo 0,2%, mentre lo Stoxx Europe 600 ha guadagnato circa lo 0,1%.
I mercati restano così sospesi tra due forze contrapposte: da una parte il rallentamento dell’inflazione, che riduce il rischio di nuove strette monetarie; dall’altra l’escalation nel Golfo, che potrebbe produrre un nuovo shock energetico e cambiare rapidamente lo scenario.
Economia
Mps al bivio tra Intesa Sanpaolo e Banco Bpm: giovedì il primo giudizio del cda sulle due proposte
Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena si prepara a valutare l’offerta pubblica di Intesa Sanpaolo e la proposta di fusione alla pari avanzata da Banco Bpm. Sul tavolo il valore economico delle operazioni, il futuro autonomo di Siena e la costruzione di un nuovo polo bancario italiano.
Cresce l’attesa per il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena, convocato giovedì 16 luglio per una prima valutazione delle due operazioni che potrebbero ridisegnare il futuro della banca più antica del mondo e gli equilibri del sistema finanziario italiano.
Da una parte c’è l’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Intesa Sanpaolo. Dall’altra la proposta di Banco Bpm di aprire un negoziato per costruire una fusione definita “alla pari”. Il cda senese dovrà esaminare l’impatto industriale delle due ipotesi, la convenienza per gli azionisti e le conseguenze sull’autonomia del gruppo.
Il Banco aggiorna il consiglio
In vista dell’appuntamento di Siena, il consiglio di amministrazione di Banco Bpm si è riunito in seduta ordinaria. L’amministratore delegato Giuseppe Castagna avrebbe aggiornato i consiglieri sul dossier Mps e sugli eventuali contatti intercorsi tra le parti.
Dall’istituto milanese non sono emerse nuove indicazioni ufficiali. Banco Bpm aveva formalizzato il 7 giugno la propria disponibilità ad avviare un confronto con Mps per discutere e concordare una possibile aggregazione tra i due gruppi.
Gli advisor al lavoro sulle proposte
A Siena prosegue l’analisi affidata agli advisor finanziari Ubs e Bank of America e agli studi legali Bonelli Erede e White & Case.
Per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, il consiglio dovrà esprimere una prima valutazione sull’adeguatezza del corrispettivo e sulla struttura industriale dell’operazione. L’offerta iniziale prevede l’assegnazione di 16 azioni Intesa ogni dieci azioni Mps, oltre a un euro in contanti per ciascuna azione senese, per una valorizzazione annunciata al lancio di circa 30,6 miliardi di euro.
Sul fronte Banco Bpm, il primo passaggio sarà invece capire se il Monte intenda accettare l’invito ad aprire una trattativa e con quali modalità, tenendo conto della passivity rule, che limita le iniziative difensive del consiglio di una società sottoposta a offerta senza l’autorizzazione dell’assemblea.
Lovaglio: «Valuteremo tutte le opzioni»
L’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio ha ribadito che il consiglio valuterà tutte le offerte e tutte le opzioni disponibili nell’interesse della banca.
Il manager ha più volte sottolineato il valore industriale e patrimoniale del gruppo senese, sostenendo che le potenzialità del Monte non siano ancora pienamente espresse. L’istituto aveva già comunicato di avere avviato le valutazioni preliminari sia sull’offerta di Intesa sia sulla proposta di aggregazione avanzata da Banco Bpm.
Il piano di Intesa
Il successo dell’offerta di Intesa segnerebbe la fine del percorso autonomo di Mps e del progetto di costruzione attorno a Siena di un secondo grande polo bancario nazionale.
Il piano dell’istituto guidato da Carlo Messina prevede che Intesa mantenga alcune delle attività considerate più strategiche, comprese Mediobanca e la partecipazione in Generali, mentre una parte della rete e il marchio Mps verrebbero trasferiti nell’ambito degli accordi predisposti per affrontare i possibili problemi concorrenziali.
Messina ha presentato l’operazione come un’offerta di mercato, sostenendo che Intesa andrà avanti soltanto fino a quando l’acquisizione sarà in grado di creare valore per i propri azionisti.
La difficile fusione alla pari con Banco Bpm
Più complessa appare la costruzione di un matrimonio realmente paritario tra Mps e Banco Bpm. Il valore di mercato del Monte è infatti sensibilmente superiore a quello del gruppo guidato da Castagna.
Per riequilibrare i pesi potrebbe essere necessario distribuire agli azionisti una parte del patrimonio di Mps o separare alcune attività. Tra gli asset più rilevanti figurano l’abbondante liquidità disponibile e la partecipazione in Generali.
Qualsiasi accordo richiederebbe comunque il sostegno dei principali soci dei due istituti. Nel caso di Banco Bpm un ruolo decisivo spetterebbe a Crédit Agricole, primo azionista della banca milanese, mentre a Siena occorrerebbe costruire un consenso tra gli investitori del Monte.
Una scelta decisiva per il sistema bancario
Il consiglio di giovedì non dovrebbe necessariamente assumere una decisione definitiva. Potrà però chiarire l’orientamento di Mps e stabilire se esistano le condizioni per aprire una trattativa con Banco Bpm oppure se l’offerta di Intesa rappresenti l’unica operazione concreta sul tavolo.
In gioco non c’è soltanto il futuro di Siena. Dall’esito del confronto dipenderanno anche il controllo di Mediobanca, il peso della partecipazione in Generali e la configurazione dei principali poli bancari italiani.
Per Lovaglio e per il consiglio del Monte si tratta quindi di una scelta industriale, finanziaria e politica destinata a incidere per molti anni sugli equilibri del credito nazionale.


