Cultura
Morto a 90 anni il filosofo Tullio Gregory, una vita “spesa” per la ragione
Ha lavorato tutti i giorni e ancora con tanti progetti Tullio Gregory, il filosofo e storico della filosofia morto ieri a Roma, 90 anni compiuti il 28 gennaio scorso. Docente di storia della filosofia medievale e di storia della filosofia a La Sapienza a Roma, e’ stato attratto da sempre dai momenti storici in cui si sono verificate grandi svolte culturali che hanno portato a un cambiamento della vita degli uomini, delle societa’: prima lo studio e la passione per il Medioevo e in particolare il XII secolo con la sua rinascita grazie alla scoperta del pensiero greco e arabo, poi il Seicento con la caduta della metafisica tradizionale e la nascita della nuova scienza e di quello che viene chiamato illuminismo, da cui gli deriva quella ”fiducia nella ragione, che va sempre difesa perche’ se si perde si perde la sostanza del nostro essere uomini. Ma sapendo che impegnarsi nell’uso duro e demitizzante della ragione va fatto alla luce del dubbio.
Chi e’ sicuro di se’ puo’ diventare un tiranno”. E’ stato uno studioso ma che proprio in collegamento con i suoi interessi principali, si e’ trovato a farsi parte attiva nel mondo, a criticare, denunciare, proporre soluzioni e spesso a agire in prima persona, in tante commissioni ministeriali legate a problemi universitari o di beni culturali, alla Treccani, al Cnr, e persino alla Rai, dove fece parte nel 1993 del Cda cosiddetto dei professori: ”Chi invita alla ragione, chi pretende venga messa al centro dei problemi e le riflessioni – chiosa – dovrebbe sentirsi poi in dovere di impegnarsi usandola nei confronti degli altri e con gli altri”. Socio nazionale dal 1987 dell’Accademia dei Lincei, Gregory ha promosso nel 1964 ed e’ sempre stato direttore del gruppo di ricerca CNR e poi Istituto del Lessico Intellettuale Europeo. E’ stato directeur d’e’tudes all’ecole pratique des hautes e’tudes di Parigi (1975-77, 1985-86) e professore alla Sorbona (1986-87) che gli ha conferito la laurea honoris causa nel 1996. Entrato alla Treccani nel 1951, ha diretto la sezione di storia della filosofia e del cristianesimo e ha poi collaborato e guidato e ideato molte delle opere e linee di sviluppo dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, dove ancora oggi cura un progetto sulle parole chiave del XXI secolo.
Cosi’ il suo impegno morale in una vita che potremmo definire per molti aspetti ascetica ha poi risvolti invece di partecipazione e godimento della materialita’ dell’esistenza, tanto che a un certo punto e’ diventato un noto gourmet, un difensore della tradizione e della grande cucina che ”e’ un fatto culturale”, di cui ha scritto in piu’ occasioni (anche una storia e lode del pomodoro per l’inaugurazione vicino Parma di un ”Museo del pomodoro”), specie a ogni apertura del Festival della filosofia di Modena, di cui e’ uno dei fondatori e membro del comitato scientifico e per il quale cura i ”menu’ filosofici”, convinto che ”ognuno deve impegnarsi a fare al meglio quel che fa, anche un piatto di spaghetti alla amatriciana” e spiegando che ”a tavola forse troviamo davvero quella verita’ intera, piacevole, morbida, profumata che possiamo non solo contemplare ma gustare, come volevano i mistici medievali”. La sua vasta bibliografia e’ tutta ispirata a quell’idea di filosofia come ”modo di riflettere sulle condizioni umane storiche e culturali, strumento che aiuta nel tempo a crearsi una metodologia e da’ suggerimenti per intendere meglio la realta’ in cui ci si muove”. I titoli vanno da ”Platonismo medievale. Studi e ricerche del 1958 a ”Studio su Gassendi” (1961), ”Etica e religione nella critica libertina” (1986), ”Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale” (1992), ”Origini della terminologia filosofica moderna. Linee di ricerca” (2006), ”Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente”, sino all’ultimo ”Michel de Montaigne o della modernita”’ (2016) su cui ha fissato la propria attenzione, all’utlimo saggio Translatio linguarum.
Cultura
Biennale Venezia, scontro con l’Ue sul Padiglione russo: rischio taglio fondi
La Commissione europea minaccia di tagliare i fondi alla Biennale di Venezia per il Padiglione russo. Scontro politico in Italia.
Cultura
Pietra Viva di Carotenuto, a Villa Campolieto un vernissage che unisce arte, memoria e coscienza civile
Grande successo per il vernissage di Pietra Viva a Villa Campolieto: arte, istituzioni e territorio si incontrano in un progetto identitario dedicato al Vesuvio.
Oltre duecento persone, un flusso continuo di presenze, un clima di partecipazione autentica. Non è stato soltanto un vernissage quello di “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, ma un momento in cui una comunità si è riconosciuta dentro un racconto.
Negli spazi del Salone delle Feste di Villa Campolieto, affacciati sul mare di Ercolano, l’arte di Antonio Carotenuto ha incontrato istituzioni, cittadini, professionisti, creando un dialogo che è andato oltre l’esposizione.
A condurre l’incontro, con un registro volutamente diretto, è stato il curatore Paolo Chiariello, che ha trasformato la presentazione in un confronto aperto tra visioni, responsabilità e identità.

Cultura e coscienza civile: il senso del progetto
Ad aprire gli interventi è stata Anna Brancaccio, presidente dell’associazione In Oltre, promotrice della mostra:
«Abbiamo sempre cercato di uscire dalle aule dei tribunali per raccontare il bello e il buono del nostro territorio, senza mai smettere di illuminare le criticità e i problemi atavici che ancora lo attraversano. Questa mostra rappresenta esattamente questo spirito: un ponte tra coscienza civile e valorizzazione culturale».
Un passaggio che definisce la natura stessa di “Pietra Viva”: non semplice evento artistico, ma progetto culturale con una responsabilità sociale.

Le istituzioni: Villa Campolieto come luogo vivo
Nel dialogo con il curatore sono intervenuti i rappresentanti delle istituzioni, che hanno riconosciuto nel progetto un valore strategico.
Gennaro Miranda ha sottolineato: «La Fondazione è impegnata a mantenere aperti tutti i canali con il presente artistico. La mostra di Antonio Carotenuto rappresenta uno dei momenti più alti di questo percorso, dimostrando come Villa Campolieto possa essere un luogo vivo, capace di accogliere e valorizzare esperienze artistiche di grande spessore».

Sulla stessa linea Raffaele De Luca: «Tenere alta l’attenzione su questo territorio significa investire nella cultura. La comunità vesuviana è straordinaria e ha tutte le potenzialità per essere protagonista anche sotto il profilo culturale. Mostre come questa dimostrano che la sinergia tra istituzioni non è solo auspicabile, ma necessaria per preservare e tramandare un patrimonio unico al mondo».
Cultura, sviluppo e responsabilità
Il vicepresidente della Camera Sergio Costa ha collegato il progetto al tema dello sviluppo: «Quando le istituzioni lavorano insieme e utilizzano bene le risorse, i risultati arrivano. Questo territorio ha ricevuto investimenti importanti e oggi è fondamentale continuare su questa strada, valorizzando progetti come quello di Carotenuto, che uniscono cultura, identità e sviluppo».
Mentre il procuratore Nunzio Fragliasso ha riportato il discorso su un piano etico: «Siamo davanti a un territorio straordinario che non può essere raccontato solo attraverso le sue ombre. È necessario alzare il tasso di moralità e continuare a contrastare con determinazione chi deturpa ambiente e territorio. La cultura è uno strumento fondamentale anche in questa battaglia».

La chiave critica: la pietra come linguaggio
Lo storico dell’arte Massimo Bignardi ha offerto la lettura più profonda dell’opera:
«La pietra lavica, nelle mani dell’artista, diventa materia viva, capace di raccontare il tempo, la memoria e l’identità di un intero territorio. Non è mai decorazione, ma presenza attiva, corpo e linguaggio». Una definizione che sintetizza l’intero impianto della mostra.
Il senso della mostra secondo il curatore
Nel suo intervento, Paolo Chiariello ha dato la chiave etica del progetto: «Antonio Carotenuto è un artista che non ha mai inseguito il mercato. Ha scelto, con coerenza e rigore, di restare fedele alla propria ricerca, scavando nella pietra viva per raccontare non solo una materia, ma una storia collettiva».
E ancora: «Dentro queste opere c’è il passato, il presente e il futuro di una comunità operosa, quella vesuviana, che ha sempre saputo esprimere valori universali. Questa mostra è un atto di restituzione al territorio, ma anche un invito a guardarlo con occhi diversi, riconoscendone la forza, la dignità e la bellezza».
L’emozione di Carotenuto
Il momento più intenso è stato quello dell’artista: «Non pensavo di vedere così tanta gente riunita per il mio lavoro. Qui dentro ci sono quarant’anni della mia vita, della mia fatica e della mia ricerca. La pietra lavica è la mia storia, è il Vesuvio, è la nostra identità». Parole semplici, interrotte dall’emozione, che hanno reso evidente il legame profondo tra opera e vita.

Una mostra vissuta, non solo visitata
Dopo l’apertura ufficiale, il pubblico ha affollato per ore il piano nobile della villa. Non una visita frettolosa, ma un confronto diretto con le opere e con l’artista, presente tra i visitatori.
A suggellare la giornata, la distribuzione del catalogo edito da Ebone Edizioni, con prefazione di Maurizio de Giovanni e saggio critico di Bignardi, concepito come opera autonoma.

Un evento che va oltre l’arte
Tra i presenti anche personalità del mondo dell’informazione, della cultura e della magistratura, segno di un interesse che travalica il perimetro artistico.
“Pietra Viva” si conferma così come qualcosa di più di una mostra: un momento di sintesi tra arte, istituzioni e territorio, capace di restituire al Vesuvio non solo la sua immagine, ma il suo significato più profondo.
Cultura
Pietra Viva di Carotenuto, a Villa Campolieto un vernissage che unisce arte, memoria e coscienza civile
Grande successo per il vernissage di Pietra Viva a Villa Campolieto: arte, istituzioni e territorio si incontrano in un progetto identitario dedicato al Vesuvio.


