Cronache
Morti sul lavoro, due operai uccisi in poche ore. Accertamenti su due addetti ai rifiuti morti nel Fiorentino
Due operai sono morti in poche ore in Friuli Venezia Giulia e Lombardia: un manovratore travolto da un treno e un lavoratore folgorato da un cavo dell’alta tensione. Nel Fiorentino si indaga anche sulla morte per malore di due addetti alla raccolta dei rifiuti.
Ancora sangue sul lavoro in Italia. Due operai sono morti nel giro di poche ore in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia, mentre nel Fiorentino sono in corso accertamenti sul decesso per malore di due addetti alla raccolta dei rifiuti.
Episodi diversi, ancora da ricostruire in ogni dettaglio, che riaccendono l’allarme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sulla necessità di rafforzare controlli e misure di prevenzione, soprattutto durante l’ondata di calore.
Travolto da un treno sulla linea Venezia-Trieste
Il primo incidente è avvenuto poco dopo le 13 a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, lungo la linea ferroviaria Venezia-Trieste.
A perdere la vita è stato un manovratore di 43 anni, cittadino tunisino residente a Latisana e dipendente di una società specializzata nelle operazioni ferroviarie. L’uomo stava partecipando all’allestimento di un convoglio merci nel tratto compreso tra la stazione e la zona industriale.
Secondo una prima ricostruzione, il lavoratore sarebbe sceso da un mezzo di servizio e sarebbe stato investito da un treno regionale vuoto che transitava sul binario adiacente.
Tra le ipotesi esaminate dagli investigatori c’è anche quella di un errore: l’operaio potrebbe essere sceso dal lato sbagliato del convoglio. Il personale del treno avrebbe visto l’uomo inciampare, forse mentre tentava di allontanarsi dopo essersi accorto dell’arrivo della locomotiva.
Circolazione ferroviaria sospesa
Sul luogo dell’incidente sono intervenuti gli agenti della Polizia ferroviaria, la Scientifica della Questura di Udine, i tecnici della prevenzione dell’Azienda sanitaria, i vigili del fuoco e il personale del 118.
L’incidente ha avuto pesanti conseguenze anche sulla circolazione ferroviaria. La linea Venezia-Trieste è stata sospesa, con ritardi, cancellazioni e servizi sostitutivi per gran parte del pomeriggio.
Gli accertamenti dovranno stabilire le condizioni nelle quali il manovratore stava operando e verificare il rispetto delle procedure di sicurezza.
Folgorato da un cavo dell’alta tensione
Poche ore prima, a San Matteo delle Chiaviche, nel Mantovano, un operaio albanese di 49 anni era morto folgorato mentre lavorava alla pulizia di un pioppeto danneggiato dal maltempo.
L’uomo avrebbe toccato un cavo dell’alta tensione caduto a terra, riportando una scarica elettrica che gli ha provocato un arresto cardiaco.
Inutili i tentativi di rianimazione del personale sanitario e dell’equipaggio dell’elisoccorso. Anche in questo caso sono in corso indagini per chiarire l’esatta dinamica dell’accaduto e le condizioni di sicurezza dell’area.
Due addetti ai rifiuti morti nel Fiorentino
Accertamenti sono stati avviati anche sulla morte di due lavoratori impegnati nella raccolta dei rifiuti in due diverse località della provincia di Firenze.
Il primo decesso si è verificato alle 7 a Barberino del Mugello. La vittima, un uomo di 55 anni, è stata colta da malore mentre svolgeva il servizio porta a porta.
In serata, un altro addetto di 42 anni è stato trovato morto a Bagno a Ripoli, nelle vicinanze del mezzo di servizio. I due lavoratori erano dipendenti di aziende differenti che operano in appalto per Alia.
Le misure contro il caldo
Alla luce del perdurare delle alte temperature, Alia, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti a Firenze e in provincia, ha confermato le misure di prevenzione già adottate.
Il protocollo prevede, tra l’altro, la sospensione dei servizi durante le ore più calde. L’azienda ha inoltre rinnovato l’invito alle imprese appaltatrici affinché rispettino le stesse modalità operative previste per i dipendenti diretti.
La Funzione pubblica della Cgil di Firenze ha chiesto che il protocollo contro il caldo sottoscritto con Alia Plures venga esteso a tutte le aziende del sistema degli appalti.
Le cause dei due malori dovranno essere stabilite dagli accertamenti sanitari e investigativi. Al momento non è possibile affermare che i decessi siano stati provocati direttamente dalle elevate temperature.
Cronache
Barano d’Ischia, scoperto resort di lusso abusivo nascosto tra gli scogli: devastata un’area protetta R4
I Carabinieri hanno sequestrato a Barano d’Ischia un resort abusivo mimetizzato nella macchia mediterranea a Capo Grosso – Scarrupata. Costruita in zona a elevato rischio idrogeologico (R4), la struttura comprendeva impianti idrici, elettrici e condotte clandestine. Denunciate quattro persone.
Un’aggressione sistematica al territorio, perpetrata in una delle aree più fragili e suggestive dell’Isola Verde. I Carabinieri della Stazione di Barano d’Ischia hanno scoperto un vero e proprio villaggio-resort abusivo realizzato in località “Capo Grosso – Scarrupata”, un tratto di costa selvaggio raggiungibile quasi esclusivamente dal mare o attraverso impervi sentieri naturali.
Le indagini, scattate nel mese di luglio, hanno svelato un complesso sistema di opere edificate a ridosso di una parete rocciosa per trasformare la zona in una struttura ricettiva di lusso clandestina. I militari del Nucleo Navale sono dovuti giungere sul posto via mare e raggiungere la riva a nuoto, individuando scale in ferro e legno ancorate alla roccia per 16 metri e una rete di tubazioni idriche intubate nel sottosuolo per oltre 120 metri. L’area, livellata con uno sbancamento di terreno per posizionare una struttura di 32 metri quadrati, era dotata di impianti elettrici nascosti in una grotta naturale, adibita a deposito per un gruppo elettrogeno e motori artigianali.
Per eludere i controlli aerei e marittimi, l’intero abuso era stato occultato sotto una rete mimetica vegetata integrata nella macchia mediterranea. Il successivo sorvolo dei droni ha consentito di mappare con precisione l’impatto dei manufatti su un’area classificata dal Piano Paesaggistico Regionale come “Coste Alte”, soggetta a vincolo sismico e ricadente in zona R4 — ossia a rischio frana molto elevato — in prossimità di un impluvio naturale per il deflusso delle acque piovane.
Considerato il concreto pericolo di prosecuzione dei lavori, testimoniato dal rinvenimento di attrezzi e materiali edili pronti all’uso, i Carabinieri e l’Ufficio Tecnico Comunale hanno eseguito due sequestri preventivi d’urgenza. Quattro persone, tra proprietari e comproprietari dei terreni, sono state denunciate alla Procura per reati edilizi, paesaggistici e per danneggiamento di beni ambientali. Le perizie tecniche hanno escluso ogni possibilità di sanatoria per le opere realizzate.
Cronache
La difesa di Lavitola: «Ranucci fu avvisato prima dell’attentato»
Valter Lavitola renderà dichiarazioni spontanee al Tribunale del Riesame senza ritrattare la confessione. Secondo la difesa, avrebbe avvertito Sigfrido Ranucci del rischio di attentati oltre un mese prima dell’esplosione a Pomezia.
Valter Lavitola tornerà a parlare dell’attentato a Sigfrido Ranucci. L’ex giornalista ed editore renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame, la cui udienza dovrebbe essere fissata nella settimana del 24 agosto.
La decisione è arrivata dopo un colloquio di quasi tre ore nel carcere di Rebibbia con l’avvocato Arturo Cola. La difesa intende integrare la confessione resa il 12 agosto, senza ritrattare l’ammissione con la quale Lavitola si è attribuito l’organizzazione dell’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia.
Il presunto avvertimento del 7 settembre
Il punto nuovo riguarda un incontro che sarebbe avvenuto il 7 settembre, oltre un mese prima dell’esplosione. Secondo la ricostruzione della difesa, in quell’occasione Lavitola avrebbe avvertito Ranucci dei rischi di possibili attentati.
«Riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci prima di quanto avvenuto il 16 ottobre», ha dichiarato Cola. Questa circostanza, al momento, rappresenta la versione del difensore e dovrà trovare conferme nelle dichiarazioni dei diretti interessati e negli altri elementi dell’indagine.
La difesa sostiene che Ranucci avrebbe giudicato poco attendibile o non particolarmente rilevante l’allarme ricevuto. Questo spiegherebbe, secondo Cola, perché il giornalista non ne avrebbe parlato agli investigatori. Anche questa interpretazione non risulta ancora confermata da Ranucci.
Lavitola ha comunque escluso che tra lui e il conduttore di Report esistesse un accordo preventivo sull’attentato.
«Non vuole ritrattare»
Le dichiarazioni al Riesame dovrebbero servire a chiarire il movente e le modalità esecutive dell’azione. Il gip, nel confermare la custodia in carcere, aveva giudicato alcuni passaggi della confessione generici e privi di indicazioni concrete verificabili.
«Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse», ha spiegato Cola, ma di precisare quanto già riferito e offrirne, secondo la strategia difensiva, una corretta interpretazione.
Lavitola ha sostenuto di aver voluto organizzare un’azione dimostrativa per ottenere un aumento della protezione assegnata a Ranucci. La bomba, tuttavia, distrusse l’automobile del giornalista e danneggiò quella della figlia.
Il pentimento riferito dal legale
Al termine del colloquio, Cola ha descritto Lavitola come psicologicamente provato e pentito per aver coinvolto Gomes Clesio Tavares, considerato dall’ex editore come un figlio, e per aver messo nei guai Ranucci, definito un fratello.
Si tratta del racconto fornito dal difensore sulle condizioni e sulle parole del proprio assistito. La confessione, ha aggiunto Cola, avrebbe offerto un contributo decisivo alle indagini, che prima delle ammissioni poggiavano prevalentemente su elementi indiziari.
Il Tribunale del Riesame dovrà valutare la misura cautelare, non la responsabilità definitiva di Lavitola. Il gip aveva mantenuto la detenzione ritenendo ancora esistenti il pericolo di inquinamento probatorio e il rischio di fuga. La difesa ha chiesto che l’indagato possa partecipare personalmente all’udienza anziché collegarsi in videoconferenza.
Cronache
Lavitola parlerà al Riesame: nuove dichiarazioni sull’attentato a Ranucci
Valter Lavitola tornerà a parlare davanti al Tribunale del Riesame. La difesa vuole chiarire movente e modalità dell’attentato a Sigfrido Ranucci e chiederà una modifica della misura cautelare.
Valter Lavitola renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci.
La decisione è stata presa dopo il colloquio nel carcere romano di Rebibbia con l’avvocato Arturo Cola, uno dei difensori dell’ex giornalista ed editore. L’udienza dovrebbe essere fissata nella settimana del 24 agosto, dopo il ricorso presentato dalla difesa il 15 agosto.
«La confessione ha aiutato le indagini»
«Siamo dell’idea che la sua confessione abbia dato un contributo enorme alle indagini», ha dichiarato Cola lasciando il carcere.
Secondo il legale, senza le ammissioni di Lavitola l’inchiesta sarebbe rimasta fondata su elementi indiziari. Si tratta, tuttavia, della valutazione della difesa, che punta a ottenere dal Riesame una modifica della misura cautelare.
Lavitola ha ammesso davanti al giudice di essere stato il mandante dell’attentato, sostenendo di averlo organizzato per favorire un rafforzamento della protezione assegnata al conduttore di Report. Ha inoltre negato l’esistenza di un accordo preventivo con Ranucci.
I punti ancora da chiarire
Le nuove dichiarazioni dovrebbero riguardare soprattutto il movente e le modalità esecutive dell’attentato. La difesa precisa che Lavitola non intende ritrattare, ma puntualizzare alcuni passaggi della confessione giudicati dal gip generici e privi di indicazioni concrete verificabili.
Il giudice ha mantenuto la custodia in carcere ritenendo ancora esistenti il pericolo di inquinamento delle prove e il rischio di fuga. Sarà ora il Tribunale del Riesame a valutare la legittimità e la necessità della misura cautelare, senza pronunciarsi sulla responsabilità definitiva dell’indagato.
L’avvocato Cola ha chiesto che Lavitola possa partecipare personalmente all’udienza e non in videoconferenza. In quella sede l’ex editore potrà depositare anche una memoria per integrare quanto già riferito durante l’interrogatorio di garanzia.


