Cronache
Morte di Fakir, Pisani incontra la famiglia e i poliziotti: scontro sulle indagini
Il capo della Polizia Vittorio Pisani incontra a Bologna gli agenti e, a sorpresa, la sorella e la nipote di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento al Pilastro. La famiglia chiede verità, mentre il legale sollecita l’affidamento delle indagini a un altro corpo investigativo.
“Calma, equilibrio e spirito di sacrificio”. È il messaggio rivolto dal capo della Polizia Vittorio Pisani al personale della Questura di Bologna, durante una visita organizzata per esprimere vicinanza agli agenti dopo gli scontri seguiti alla morte di Abderrahim Fakir.
L’uomo è deceduto il 19 luglio nel quartiere Pilastro durante un intervento della polizia. Sulle cause della morte e sulle responsabilità è in corso un’inchiesta della Procura di Bologna. Gli accertamenti sono ancora nella fase preliminare e nessuna responsabilità è stata definita.
L’incontro a sorpresa con la famiglia
Poco dopo l’arrivo di Pisani in Questura, la sorella e la nipote di Fakir si sono presentate davanti agli uffici di piazza Galilei chiedendo di incontrarlo.
Il colloquio è durato quasi un’ora. All’uscita, le due donne hanno ribadito la propria fiducia nella magistratura e nelle istituzioni, spiegando di attendere che venga fatta piena luce sull’accaduto. “Ora siamo più fiduciose”, hanno dichiarato al termine dell’incontro.
La visita del capo della Polizia è arrivata dopo quella compiuta in Val di Susa per manifestare solidarietà agli agenti coinvolti negli scontri No Tav.
I prossimi testimoni dell’inchiesta
La Procura prosegue intanto nell’acquisizione delle testimonianze e degli elementi utili a ricostruire tutte le fasi dell’intervento.
Nei prossimi giorni potranno essere sentite le persone che hanno chiamato i soccorsi, i testimoni oculari e il cittadino che, secondo quanto appare in alcuni filmati, avrebbe aiutato i due agenti a immobilizzare Fakir.
Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le comunicazioni tra gli operatori e le sale operative, le immagini registrate e la documentazione sanitaria relativa ai tentativi di rianimazione. La Croce Rossa ha assicurato piena collaborazione con l’autorità giudiziaria, precisando che i soccorritori intervennero con manovre di rianimazione cardiopolmonare e defibrillatore.
Il legale chiede un altro corpo investigativo
Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Fakir, ha chiesto che gli accertamenti vengano affidati a un corpo investigativo diverso dalla Squadra Mobile di Bologna.
La richiesta nasce dal fatto che gli investigatori appartengono alla stessa amministrazione dei due poliziotti coinvolti nell’intervento. Il legale sostiene inoltre che le dichiarazioni pubbliche di esponenti del governo e della maggioranza a sostegno degli agenti possano creare un clima poco sereno attorno all’inchiesta.
Si tratta della posizione della difesa della famiglia, sulla quale spetterà alla Procura compiere ogni valutazione.
La replica dei sindacati di polizia
I sindacati di polizia hanno respinto le contestazioni di Anselmo, accusandolo di delegittimare il lavoro degli investigatori e dei magistrati.
Secondo le organizzazioni sindacali, sostenere che l’inchiesta possa essere condizionata dalla politica significa alimentare sospetti gravi senza presentare elementi concreti.
Il confronto si inserisce in un clima già fortemente polarizzato, alimentato sia dalle immagini dell’intervento sia dalle violenze avvenute durante le successive manifestazioni.
Accertamento irripetibile sul cellulare
Un nuovo passaggio dell’inchiesta è previsto per giovedì 30 luglio, quando sarà conferito l’incarico per l’accertamento tecnico irripetibile sul telefono cellulare di Fakir.
La consulenza sarà affidata all’ingegnere informatico Giuseppe Ferraro, con l’obiettivo di sbloccare il dispositivo e recuperarne i dati. I legali delle persone coinvolte e la famiglia potranno nominare propri consulenti.
L’avvocato dei due agenti, Gabriele Bordoni, intende inoltre chiedere che l’analisi tecnica venga estesa ai video acquisiti dalla Procura, per migliorarne la qualità delle immagini e dell’audio e favorire una ricostruzione più precisa della sequenza dei fatti.
La denuncia sulla diffusione dei filmati
Anselmo ha presentato anche una denuncia per una presunta rivelazione di atti d’ufficio, contestando la circolazione pubblica di alcuni filmati dell’intervento.
Anche su questo punto saranno gli inquirenti a stabilire l’origine della diffusione e l’eventuale rilevanza penale delle condotte.
L’inchiesta dovrà ora chiarire tempi, modalità e conseguenze dell’immobilizzazione, il comportamento degli agenti e dei soccorritori e le condizioni dell’uomo prima e durante l’intervento. Fino alla conclusione degli accertamenti resta necessario evitare giudizi anticipati, garantendo contemporaneamente il diritto della famiglia alla verità e quello delle persone coinvolte alla presunzione d’innocenza.
Cronache
Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»
La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.
«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.
Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.
«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».
Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.
«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»
Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.
L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.
All’inizio quasi come una ricompensa.
«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».
Gin e vodka.
Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.
Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.
Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.
«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».
«È il tuo party privato»
È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.
La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.
«È il tuo party privato», racconta Amenta.
Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.
«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».
Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.
Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale
Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.
La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.
Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.
«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».
È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.
Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.
«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»
Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.
«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».
Il percorso, però, è stato difficile.
Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.
Per adesso non è successo.
«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».
Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada
Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.
Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.
Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.
Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.
Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.
Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.
Persino senza aceto nell’insalata.
Non perché la battaglia sia terminata.
Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.
Cronache
Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia
Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.
Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.
Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.
Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.
Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni
La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.
Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.
La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.
Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.
È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.
Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.
Val d’Aveto, muore il copilota
Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.
Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.
La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.
Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.
Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.
Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore
Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.
Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.
Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.
L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.
Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.
Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza
Erice, Val d’Aveto, Brescia.
Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.
Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.
La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.
Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.
Una strada non sarà mai un autodromo
Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.
Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.
Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.
Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.
Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.
Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.
Non per mettere sotto accusa uno sport.
Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.
Non può diventare una roulette.
Cronache
Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela
Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.
Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.
L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.
Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.
Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.
«Un passo alla volta»
È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.
Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.
«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.
La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.
Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.
Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento
Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.
Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.
Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.
Il rientro in Italia può attendere
Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.
Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.
Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.
La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».
È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.
Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.
Per adesso, dunque, un passo alla volta.


