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Cronache

Morte di Antonio Raddi in carcere, la Cedu condanna l’Italia: violati il diritto alla vita e la dignità del detenuto

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte in carcere di Antonio Raddi, detenuto deceduto nel 2019 a Torino dopo un rapido peggioramento delle condizioni di salute. Strasburgo ha ravvisato la violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti, in una decisione che si discosta dall’archiviazione disposta dalla magistratura italiana.

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Corte europea dei diritti umani

La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per la morte di Antonio Raddi, il detenuto di 28 anni deceduto il 30 dicembre 2019 nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino dopo un progressivo aggravamento delle sue condizioni di salute.

Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha violato l’articolo 2 della Convenzione europea, che tutela il diritto alla vita, e l’articolo 3, che vieta trattamenti inumani o degradanti. La decisione arriva accogliendo il ricorso presentato dai familiari del giovane. (echr.coe.int)

Una decisione diversa da quella della magistratura italiana

La pronuncia della Cedu segue un percorso differente rispetto a quello della giustizia italiana.

Nel 2023 la Procura di Torino aveva infatti chiesto e ottenuto l’archiviazione del procedimento, ritenendo che non fossero emerse responsabilità penali né sotto il profilo delle cure sanitarie né sotto quello della vigilanza sul detenuto.

La sentenza della Corte europea non annulla la decisione dei giudici italiani, ma valuta il caso sotto il profilo degli obblighi internazionali assunti dallo Stato nella tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute.

Il rapido peggioramento in carcere

Quando fu trasferito in carcere nell’aprile del 2019, Antonio Raddi pesava circa 76 chilogrammi. Nei mesi successivi avrebbe perso circa 25 chili, manifestando un progressivo deterioramento fisico.

Secondo quanto ricostruito nel ricorso, il giovane lamentava da settimane forti difficoltà nell’alimentazione, episodi di vomito e continui malori.

Il 10 dicembre 2019 avrebbe rifiutato un ricovero ospedaliero. Tre giorni dopo fu trasportato in ospedale ormai in stato di coma. Morì il 30 dicembre a causa di una grave infezione polmonare.

Le testimonianze

Monica Gallo, allora garante comunale dei diritti delle persone private della libertà di Torino, ha ricordato l’ultimo incontro con il detenuto.

«Era magrissimo, costretto su una sedia a rotelle», ha dichiarato, aggiungendo di avere notato anche tracce di sangue mescolate alla saliva e di essersi chiesta perché non fosse stato ricoverato prima.

La madre del giovane, Rosalia Raddi, ha definito la sentenza della Corte europea «una piccola vittoria», auspicando che possa contribuire a fare piena luce sulla vicenda.

Le reazioni

Gli avvocati della famiglia, Gianluca Vitale e Federico Milano, hanno sostenuto che la decisione di Strasburgo evidenzi il fallimento del sistema di tutela sanitaria all’interno del carcere.

Il presidente della Camera Penale di Torino, Roberto Capra, ha criticato la linea difensiva adottata dal Governo italiano davanti alla Corte europea.

Il segretario di Radicali Italiani, Filippo Blengino, ha invece richiamato il tema più generale delle condizioni del sistema penitenziario italiano.

Le condizioni del carcere

Nella stessa giornata una delegazione dell’associazione Articolo 27 ha visitato il carcere torinese, segnalando problemi di sovraffollamento, carenza di personale e criticità strutturali aggravate dalle elevate temperature estive.

Anche il sindacato della Polizia penitenziaria Osapp ha diffuso una nota denunciando condizioni igieniche difficili, riferendo della presenza di ratti, scarafaggi, cimici e formiche all’interno dell’istituto.

Le criticità denunciate dalle associazioni e dal sindacato riguardano il quadro generale della struttura e non sono direttamente riferite alla vicenda di Antonio Raddi.

Il valore della sentenza

La decisione della Corte europea rappresenta un richiamo allo Stato italiano sugli obblighi di protezione nei confronti delle persone private della libertà personale.

La Cedu ha ritenuto che, nel caso di Antonio Raddi, tali obblighi non siano stati rispettati. Sul piano penale interno, invece, il procedimento resta archiviato.

La sentenza di Strasburgo non modifica l’esito dell’inchiesta italiana, ma riconosce una responsabilità dello Stato sul piano della tutela dei diritti fondamentali e riporta al centro del dibattito pubblico il tema dell’assistenza sanitaria e delle condizioni di vita negli istituti penitenziari.

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Cronache

Triora, il sindaco rinuncia all’indennità ma lo Stato si riprende il contributo: voglio lasciarli al paese

Il sindaco di Triora, Massimo Di Fazio, ha rinunciato alla sua indennità per lasciarla al Comune, ma la Corte dei Conti della Liguria ha stabilito che l’ente deve restituire allo Stato i fondi integrativi per gli stipendi dei primi cittadini, scatenando la protesta dell’amministratore.

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Un paradosso burocratico che penalizza l’altruismo e i piccoli centri di montagna. È quello che sta vivendo Massimo Di Fazio, primo cittadino di Triora — il celebre “paese delle streghe” in provincia di Imperia —, dopo il parere espresso dalla Corte dei Conti della Liguria. La Magistratura contabile ha infatti stabilito l’impossibilità per il piccolo Comune (poco più di 400 abitanti distribuiti su ben 67 chilometri quadrati) di trattenere nei propri bilanci le risorse statali destinate a coprire l’aumento delle indennità di funzione degli amministratori.

Fin dal suo primo insediamento, otto anni fa, il sindaco Di Fazio ha scelto di rinunciare integralmente al proprio stipendio per lasciare le risorse nelle casse comunali. Tuttavia, con la fine della disciplina transitoria scattata il primo gennaio 2026, la normativa prevede che i contributi integrativi dello Stato vengano erogati solo se l’ente versa l’indennità nella misura massima consentita. Se il sindaco rinuncia al compenso, la quota statale aggiuntiva non può essere riutilizzata per servizi o interventi sul territorio, ma deve essere restituita a Roma.

Una decisione che ha suscitato la forte protesta del primo cittadino, da sempre abituato a gestire in prima persona e a proprie spese le criticità di un territorio vasto e complesso: «Se la rinuncia è mia a favore del Comune, per quale motivo non posso decidere dove devono rimanere questi fondi? Non mi faccio rimborsare le spese e facciamo tantissimo volontariato per la comunità. Trovo profondamente ingiusto essere privato di risorse che vorrei unicamente destinare ai miei cittadini».

Nonostante il parere negativo dei giudici contabili, Di Fazio non intende arrendersi e annuncia di voler proseguire la battaglia politica e amministrativa per far valere le ragioni dei piccoli Comuni e del lavoro sul campo.

Meta descrizione SEO Niente fondi statali al Comune se il sindaco rinuncia allo stipendio: la decisione della Corte dei Conti spiazza il primo cittadino di Triora.

Riassunto Il sindaco di Triora, Massimo Di Fazio, ha rinunciato alla sua indennità per lasciarla al Comune, ma la Corte dei Conti della Liguria ha stabilito che l’ente deve restituire allo Stato i fondi integrativi per gli stipendi dei primi cittadini, scatenando la protesta dell’amministratore.

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  • Descrizione: Scorcio suggestivo del borgo medievale di Triora situato sulle montagne dell’entroterra ligure.

  • Alt Text: Vista panoramica del borgo di Triora in Liguria.

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Addio a Varenne: è morto il “Capitano”, leggenda assoluta del trotto mondiale

Varenne si è spento all’età di 31 anni per un infarto fulminante. Nato a Copparo nel 1995, il cavallo trottatore più celebre d’Italia ha segnato la storia dell’ippica vincendo due volte il Grand Slam e collezionando 62 vittorie prima di diventare un acclamato stallone.

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Il mondo dello sport e dell’ippica è in lutto per la scomparsa di Varenne. Il trottatore italiano, ritenuto da esperti e appassionati il più grande e vincente di tutti i tempi, si è spento all’età di 31 anni a causa di un infarto fulminante sopraggiunto durante la notte.

La notizia è stata annunciata sui canali social ufficiali del campione con un toccante messaggio rivolto ai suoi numerosi fan: «È con immenso dolore che diamo la notizia della morte del Capitano. Questa notte Varenne è venuto a mancare e il veterinario ne ha accertato la causa per infarto fulminante. Siamo distrutti e vogliamo ricordarlo insieme a tutti i suoi fan a volare verso le sue vittorie. Oggi Varenne quelle ali le ha messe per viaggiare altrove, corri sempre libero e sempre nostro Capitano, che la terra ti sia lieve». Nel post viene dedicato un pensiero speciale anche a Enzo Giordano, lo storico proprietario scomparso negli anni scorsi: «Raggiungi Enzo lassù». Fu proprio Giordano ad acquistare il cavallo per circa 180 milioni di lire, scommettendo su quel talento unico.

Nato a Copparo nel maggio del 1995 dallo stallone americano Waikiki Beach e dalla fattrice italiana Ialmaz, Varenne ha segnato un’epoca irripetibile nei tracciati internazionali. Guidato dal driver Giampaolo Minnucci, il fuoriclasse ha collezionato 62 vittorie su 73 corse disputate, accumulando oltre 6 milioni di euro in premi. Tra i suoi successi più memorabili spiccano i due Grand Slam consecutivi conquistati nel 2001 e nel 2002, quando si aggiudicò nello stesso anno le tre prove di Gruppo 1 più prestigiose d’Europa: il Prix d’Amerique, il Gran Premio Lotteria e l’Elitloppet.

Dopo il ritiro dalle competizioni agonistiche nel 2002, il “Capitano” ha proseguito una brillante carriera da stallone, generando oltre 2.000 figli e trasmettendo la sua genetica vincente alle generazioni successive dell’allevamento mondiale.

Meta descrizione SEO È morto Varenne, il trottatore più forte della storia dell’ippica. Il “Capitano” si è spento a 31 anni per un infarto fulminante. In carriera vinse 62 gare su 73.

Riassunto Varenne si è spento all’età di 31 anni per un infarto fulminante. Nato a Copparo nel 1995, il cavallo trottatore più celebre d’Italia ha segnato la storia dell’ippica vincendo due volte il Grand Slam e collezionando 62 vittorie prima di diventare un acclamato stallone.

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  • Descrizione: Varenne impegnato al trotto sulla pista di gara, affiancato dal driver Giampaolo Minnucci sul sulky durante un trionfo ufficiale.

  • Alt Text: Il cavallo Varenne con il driver Giampaolo Minnucci durante una corsa di trotto.

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Barano d’Ischia, scoperto resort di lusso abusivo nascosto tra gli scogli: devastata un’area protetta R4

I Carabinieri hanno sequestrato a Barano d’Ischia un resort abusivo mimetizzato nella macchia mediterranea a Capo Grosso – Scarrupata. Costruita in zona a elevato rischio idrogeologico (R4), la struttura comprendeva impianti idrici, elettrici e condotte clandestine. Denunciate quattro persone.

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Un’aggressione sistematica al territorio, perpetrata in una delle aree più fragili e suggestive dell’Isola Verde. I Carabinieri della Stazione di Barano d’Ischia hanno scoperto un vero e proprio villaggio-resort abusivo realizzato in località “Capo Grosso – Scarrupata”, un tratto di costa selvaggio raggiungibile quasi esclusivamente dal mare o attraverso impervi sentieri naturali.

Le indagini, scattate nel mese di luglio, hanno svelato un complesso sistema di opere edificate a ridosso di una parete rocciosa per trasformare la zona in una struttura ricettiva di lusso clandestina. I militari del Nucleo Navale sono dovuti giungere sul posto via mare e raggiungere la riva a nuoto, individuando scale in ferro e legno ancorate alla roccia per 16 metri e una rete di tubazioni idriche intubate nel sottosuolo per oltre 120 metri. L’area, livellata con uno sbancamento di terreno per posizionare una struttura di 32 metri quadrati, era dotata di impianti elettrici nascosti in una grotta naturale, adibita a deposito per un gruppo elettrogeno e motori artigianali.

Per eludere i controlli aerei e marittimi, l’intero abuso era stato occultato sotto una rete mimetica vegetata integrata nella macchia mediterranea. Il successivo sorvolo dei droni ha consentito di mappare con precisione l’impatto dei manufatti su un’area classificata dal Piano Paesaggistico Regionale come “Coste Alte”, soggetta a vincolo sismico e ricadente in zona R4 — ossia a rischio frana molto elevato — in prossimità di un impluvio naturale per il deflusso delle acque piovane.

Considerato il concreto pericolo di prosecuzione dei lavori, testimoniato dal rinvenimento di attrezzi e materiali edili pronti all’uso, i Carabinieri e l’Ufficio Tecnico Comunale hanno eseguito due sequestri preventivi d’urgenza. Quattro persone, tra proprietari e comproprietari dei terreni, sono state denunciate alla Procura per reati edilizi, paesaggistici e per danneggiamento di beni ambientali. Le perizie tecniche hanno escluso ogni possibilità di sanatoria per le opere realizzate.

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