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Morra si scusa in Aula al Senato ma è scontro tra un esponente del M5S e la presidente Casellati

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Il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra ha porto le sue scuse in Senato per le parole pronunciate su Jole Santelli. Chiusa la polemica? No, in Aula c’è stato uno scontro durissimo tra il presidente Elisabetta Casellati e il senatore Giovanni Endrizzi (M5S). La tensione è salita quando il centrodestra è tornato a chiedere le dimissioni di Morra. Gli animi si sono surriscaldati quando il presidente Casellati ha richiamato Endrizzi (M5S), che nel suo intervento ha criticato l’ opposizione ricordando la nomina a presidente del Consiglio regionale della Calabria di Domenico Tallini, arrestato nei giorni scorsi. “Stiamo parlando di una persona che è morta, non si può parlare di una persona assente, figuriamoci di una che è morta. Non si può e non si deve”, ha detto la presidente Casellati. “C’è un codice di comportamento oltre il quale non si può andare”.
Italia viva, Forza Italia, FdI e Lega hanno lasciato l’Aula, mentre lo stesso Morra ha affermato: “Debbo chiedere scusa a tutte le persone che avendo sperimentato sulla loro carne la sofferenza di una malattia, hanno avvertito nelle mie parole un’offesa alla loro condizione”.

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I governi più longevi dal dopoguerra

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Sono cinque finora i ‘governi ter’ della storia repubblicana, dal dopoguerra a oggi. E quattro i premier italiani che si sono avvicendati per tre volte consecutive nella stessa legislatura, compresa l’esperienza dell’Assemblea costituente. E parecchi quelli che possono vantare una maggiore durata in valore assoluto, a cominciare da Silvio Berlusconi che ne ha il primato: il suo secondo governo resto’ in carica 1412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 22 aprile 2005. Il piu’ breve invece fu il primo Fanfani, nel 1954, 22 giorni sulla carta ma meta’ quelli effettivi. Nella serie dei ‘tris’ a dare il la e’ Alcide De Gasperi, ultimo premier del Regno d’Italia (nominato nel dicembre 1945) ma anche il primo della Repubblica nata sei mesi dopo. In particolare, era il 13 luglio 1946 quando il fondatore della Dc assunse il timone del Paese nella lunga fase che porto’ alla stesura della Costituzione. In tre step, il suo governo arrivo’ fino al 22 maggio 1948 ‘incoronato’ dal successo delle elezioni del 18 aprile 1948, segnate dallo scontro tra i democristiani e il Fronte popolare e vinte dai primi con il record del 48%. La sua scia prosegui’ per tutta la prima legislatura, dal 23 maggio 1948 al 15 luglio del ’53. Nel decennio successivo a segnare un altro tris fu Aldo Moro: all’epoca il piu’ giovane premier d’Italia (a 47 anni) firmo’ il primo esecutivo con i socialisti, dal ’47, e accumulo’ tre mandati lunghi 4 anni e mezzo, fino al 23 giugno 1968. Longevo pure Mariano Rumor, altro uomo forte della Dc per 5 volte premier e tre consecutive dal 12 dicembre 1968 al 5 agosto ’70, negli anni gia’ bui del terrorismo (e’ lui il presidente del Consiglio quando scoppia la bomba a piazza Fontana, esattamente un anno dopo il suo ‘esordio’). Recordman della politica italiana fu ovviamente Giulio Andreotti, per sette volte a Palazzo Chigi e con un governo ter nella settima legislatura, dal 29 luglio 1976 al 3 agosto 1979, passando quindi per il rapimento e l’omicidio Moro. Tornando ai governi longevi, e’ sempre il Cav ad avere il secondo posto in un’ideale classifica: il Berlusconi quater inanello’ 1287 giorni, tra il 2008 e il 2011 prima del brusco addio e della nomina del supertecnico dell’austerity, Mario Monti (fermo a 529 giorni di servizio). A 1093 giorni si attesta la prima esperienza di Bettino Craxi, premier tra il 1983 e l’86, seguito da Matteo Renzi con 1024 giorni dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 201. Sotto quota 1000 giorni ci sono le due esperienze di Romano Prodi, del ’96 e 2006. Quella di Giuseppe Conte per ora si aggira sui 500 giorni in carica.

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Governo e dimissioni di Conte, freno per Ristori e Recovery Fund

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L’iter del confronto per definire l’uso dei fondi del Recovery Plan, il decreto Ristori per aiutare imprese e lavoratori a reggere la crisi provocata dal Covid e, infine, il rinvio del blocco delle cartelle fiscali che scade a fine mese: la crisi di Governo arriva in un momento delicato per il varo di alcuni importanti dossier. L’attivita’ dell’esecutivo limitata al disbrigo degli affari correnti avra’ l’effetto di rallentare le scelte piu’ importanti, ma al momento – spinti dall’emergenza del Covid – su questi tre fronti l’attivita’ non si blocca. Il primo provvedimento sul tavolo del governo e’ l’ultimo decreto Ristori, il quinto, che era gia’ in rampa di lancio e per il quale il governo ha chiesto e ottenuto con l’ok di maggiora e opposizione lo scostamento di bilancio da 32 miliardi. Si tratta di un atto che il governo potrebbe varare perche’ – in base alla direttiva firmata da Giuseppe Conte dopo le dimissioni – rientra nella categoria delle misure necessarie “per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid 19 e ogni relativa conseguenza”. Il governo non ha fermato il lavoro sul provvedimento, che non solo prevedrebbe aiuti a molte categorie penalizzate dalle restrizioni anti-Covid, ma anche un ampliamento di altre 18 settimane delle possibilita’ di cassa integrazione Covid. I tempi delle consultazioni rendono pero’ improbabile che le norme – come qualcuno ha ipotizzato – possano arrivare gia’ con il Consiglio dei ministri che si terrebbe domenica prossima. Le misure sarebbero schedulate per la prossima settimana. Nello stesso decreto – o forse con un atto autonomo – potrebbe esser disposta una proroga anche per il blocco delle cartelle esattoriali. Si tratta di 50 milioni di atti che, dopo lo stop di fine anno, sono stati ‘congelati’ fino a tutto gennaio, in pratica ancora per pochi giorni. La proroga arriverebbe, anche se a tempi oramai scaduti. Il governo lavorava inizialmente all’idea di introdurre non solo uno scaglionamento delle cartelle – cosi’ come indicato nello scostamento di bilancio da 32 miliardi – ma anche una nuova rottamazione e un ‘saldo e stralcio’ per alleggerire i contribuenti e gli uffici dalle piccole richieste in questo periodo di crisi. Bisognera’ vedere se questo sara’ ancora possibile o si sceglie la via di una proroga con la possibilita’ di introdurre queste regolarizzazioni in sede parlamentare. C’e’ poi il Recovery Plan. Il governo ha tenuto i primi due tavoli con i sindacati e gli imprenditori. E’ invece saltato quello con gli enti locali. Ma le linee guida sono in parlamento che ha deciso all’unanimita’ di proseguire le audizioni in commissioni sul Piano di Rilancio e Resilienza. Certo spettera’ pero’ all’esecutivo in carica fare poi la sintesi delle indicazioni del parlamento e dei suggerimenti delle parti sociali. Rimangono inoltre nodi importanti da sciogliere, anche politicamente: ad esempio quello della governance per l’attuazione concreta delle misure e delle riforme collegate agli oltre 220 miliardi di fondi europei. Ma i provvedimenti che incappano nelle difficolta’ di un governo che non e’ nella pienezza dei propri poteri sono anche altri. In parlamento ci sono tre decreti in corso di conversione: il primo e’ il Milleproroghe, nel quale si ipotizza l’arrivo delle risorse per estendere il lavoro dei Navigator impegnati nel reddito di cittadinanza, al quale si aggiungono i due decreti “Natale” e “Elezioni 2021” per adeguare le consultazioni alle norme anticovid. Nelle commissioni parlamentari, inoltre, ci sono le norme per l’ “assegno unico” per alleggerire il fisco sui figli a carico e che rappresentano il primo passo della riforma dell’Irpef, altro progetto atteso nel corso dell’anno. Se la proroga della Cig potrebbe arrivare con il Dl Ristori 5 rimane da affrontare il blocco dei licenziamenti, che finisce a marzo e che divide sindacati e imprenditori. Un ostacolo impossibile da eludere. Sempre nelle commissioni parlamentari ci sono poi altre riforme importanti: il progetto di nuova legge elettorale parcheggiato nella prima commissione alla Camera e quelli per la riforma della giustizia penale e civile in attesa nelle commissioni competenti del Senato. Ci sono quindi i dossier societari piu’ sensibili alla politica. Basta pensare al passaggio di Autostrade per l’Italia dal controllo dei Benetton a quello di Cdp oppure al dossier Alitalia che – dopo il varo della nuova Ita – vede ancora una forte dialettica con la Commissione Europea. O ancora all’ipotesi che il Monte dei Paschi di Siena, ora controllato dal ministero dell’Economia, possa entrare nell’orbita di Unicredit, un tema che divide anche l’attuale maggioranza.

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De Magistris: “Palamara ricostruisce una pagina buia della magistratura”

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“Cosa leggo nelle dichiarazioni di Palamara? Una confessione. E’ la ricostruzione che io e pochi altri facciamo da oltre 10 anni: io sono stato volutamente fatto fuori perché facevo indagini non gradite al sistema che era dentro lo Stato”. Così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, ex pm, commenta i passaggi del libro-intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara in cui l’ex presidente dell’Anm, radiato dall’ordine giudiziario, ricostruisce le vicende legate all’inchiesta Why Not. “E’ una ferita che si riapre ogni volta e che nulla potrà rimarginare – spiega de Magistris – ma leggendo Palamara ho provato un sentimento di soddisfazione, anche di sollievo. Non era un passaggio scontato che chi era intraneo a quel ‘sistema’ sostanzialmente confessasse. Non me l’aspettavo. Credo che sia un elemento importante per ricostruire credo una delle pagine più buie della storia recente della Magistratura. E’ come se fosse un’opportunità non per me, perché da quel punto di vista non ne ho più, ma per la Magistratura stessa”. La ricostruzione dei fatti fornita da Palamara, “al netto di alcune imprecisioni e inesattezze che leggo”, corrisponde a quella dell’ex magistrato napoletano: “Per me non ci sono novità, se non che devo dare atto a Palamara di aver sostanzialmente confessato. Il che non è un fatto politico, è un fatto che assume a mio avviso anche una rilevanza di natura penale. Chi mi ha fatto fuori non è un cittadino di strada, ma parliamo del ‘sistema’ che ha dimostrato, come lui disse, di avere ‘gli anticorpi’. Il ‘sistema’ non tollerava che si potessero fare indagini su persone di quel ‘sistema’ e lì scattò il corto circuito istituzionale contro di noi, che vedeva nel vertice il Presidente della Repubblica, il vicepresidente del Csm, lo stesso Csm, con l’avallo dell’Anm guidata da Palamara e Cascini. Questo era il vertice, poi quelli che si muovevano sotto erano diversi, alcuni dei quali tra l’altro coinvolti in indagini all’epoca e ancora qualche settimana o mese fa. E’ un sistema, non stiamo parlando di opinioni o di politica. Finalmente mi sembra che da un soggetto intraneo, da una persona che ha fatto parte di quell’operazione, venga una sostanziale confessione di quello che in tanti avevamo pensato, in pochi hanno detto, e per cui io ho pagato il prezzo più alto”.
Alla domanda se la versione di Palamara possa rappresentare una sorta di risarcimento morale, de Magistris risponde: “Sono 12 anni che aspetto di essere risarcito quantomeno moralmente, perché ormai cosa è avvenuto è chiaro: io ho rispettato la Costituzione, l’autonomia della magistratura e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, altri l’hanno tradita. E il tradimento alto è venuto soprattutto da chi mi doveva tutelare: i miei capi, il Csm, addirittura il Presidente della Repubblica. Qualcuno oggi mi chiederà scusa? Speriamo, le persone sono cambiate. Sarebbe bello da un punto di vista istituzionale se il Csm, la magistratura associata, ammettessero degli errori che tra l’altro non sono personali perché, tranne qualcuno, le persone sono in gran parte cambiate. Dire ‘abbiamo sbagliato, abbiamo perso 10 anni’, non sarebbe una vittoria di de Magistris, perché io da un punto di vista morale ho già vinto, ma – conclude – sarebbe una vittoria delle istituzioni che sono più forti e credibili quando sanno riconoscere un errore”.

 

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