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Monaldi, il cuore bruciato e 47 giorni di silenzio: la ferita che scuote la sanità campana

Il caso del trapianto al Monaldi e la morte del piccolo Domenico riaprono il tema delle responsabilità nella sanità pubblica. Tra indagini della magistratura e responsabilità politica, la Campania chiede verità e fiducia.

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Ci sono storie che entrano nelle case delle persone in punta di piedi. E poi ce ne sono altre che arrivano come un colpo allo stomaco. Quella del piccolo Domenico appartiene alla seconda categoria.

Per accertare la verità giudiziaria servirà tempo. È giusto che sia così. La magistratura dovrà ricostruire con pazienza e rigore ogni passaggio: il trasporto dell’organo, le sequenze del trapianto, i tempi incredibilmente dilatati e soprattutto quel silenzio durato 47 giorni durante i quali la famiglia è rimasta all’oscuro di tutto.

Quarantasette giorni. Quarantasette albe e tramonti senza sapere davvero cosa fosse accaduto al figlio. Gli inquirenti stabiliranno responsabilità individuali e collettive. Diranno se vi sono stati errori, omissioni, negligenze. Diranno se qualcuno dovrà risponderne davanti alla legge.

Ma c’è un punto che non può essere rinviato alle sole aule giudiziarie: la responsabilità politica. Perché la sanità pubblica non è un meccanismo neutrale. È una macchina complessa che vive di scelte organizzative e di leadership. E queste scelte, in Italia, hanno sempre una radice politica.

I direttori generali delle aziende sanitarie vengono nominati direttamente dal presidente della Regione. Da loro dipende l’intera catena di comando: dirigenti, direttori sanitari, responsabili di reparto. È una struttura fortemente verticale, nella quale la qualità della guida diventa decisiva. Ma quando la guida manca, tutto il resto vacilla.

E al Monaldi qualcosa non funzionava da tempo.

Prima ancora della tragedia del piccolo Domenico, all’interno dell’ospedale si respirava un clima difficile: tensioni, conflitti, silenzi. Una realtà in cui molti parlano di una gestione fragile, incapace di tenere insieme una struttura complessa come quella di un grande ospedale cardiologico.

La vicenda del cosiddetto “trapianto di cuore bruciato” ha reso visibile ciò che da tempo era invisibile ma noto a molti.

Un’équipe mandata a Bolzano per il prelievo di un organo così delicato che, secondo diverse ricostruzioni, non sarebbe stata adeguatamente preparata.

Una procedura disciplinare aperta solo dopo sette giorni. E, soprattutto, l’assenza di comunicazione verso la famiglia. In sanità, la responsabilità è sempre anche organizzativa. Non riguarda soltanto il gesto tecnico del medico o del chirurgo. Riguarda il sistema: i protocolli, i controlli, le decisioni, la capacità di governo di una struttura sanitaria.

E quando questo sistema si inceppa, il problema non è più soltanto clinico. Diventa istituzionale.

Ecco perché oggi la domanda che molti cittadini si pongono è semplice: cosa devono fare le istituzioni regionali davanti a una vicenda di questa portata? Aspettare il verdetto della magistratura oppure assumersi subito la responsabilità politica di ristabilire fiducia?

Il presidente della Regione ha il potere di nomina. Ma quel potere porta con sé anche un’altra faccia, meno comoda e più difficile: il potere di intervenire quando una struttura perde credibilità e autorevolezza.

In casi come questo non si tratta di anticipare sentenze. Si tratta di ristabilire condizioni di governo e fiducia.

Perché tra un datore di lavoro pubblico e la propria dirigenza, quando il clima si deteriora fino a questo punto, il rapporto fiduciario si spezza. E quando accade in un ospedale, le conseguenze non sono amministrative. Sono umane.

In queste ore qualcuno propone una soluzione tecnica: mantenere il centro di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi attraverso una convenzione con l’ospedale Bambino Gesù di Roma.

Una équipe di cardiochirurghi pediatrici dovrebbe operare per tre mesi al Monaldi per garantire continuità operativa alla struttura e allo stesso tempo formare eventuale nuovo personale.

Personale che, nonostante l’apertura di un bando pubblico, appare difficile da reperire, sia per la specificità dell’incarico sia per le polemiche che hanno scosso l’ospedale.

Alla luce di queste considerazioni, questa ipotesi appare a molti come una scorciatoia. Un tentativo di salvare la forma senza affrontare la sostanza.

Perché il vero problema oggi non è difendere una struttura. È ricostruire un sistema di fiducia nella sanità pubblica.

Un ospedale vive di competenze, certo. Ma vive anche di relazioni, di responsabilità e di trasparenza. Senza queste fondamenta, anche la migliore tecnologia diventa fragile.

La tragedia del piccolo Domenico ha aperto una ferita profonda. Una ferita nella famiglia, prima di tutto. Ma anche nella coscienza civile della comunità.

E allora la domanda che oggi attraversa Napoli, la Campania e l’Italia è una sola: chi restituirà fiducia a chi affida la propria vita alla sanità pubblica?

La risposta non arriverà soltanto dalle sentenze. Arriverà dalle scelte. Per questo molti chiedono al presidente della Regione Campania di intervenire, di riorganizzare la guida dell’Azienda dei Colli e dell’ospedale Monaldi, ristabilendo criteri di trasparenza, merito e responsabilità.

Non per punire. Ma per ricominciare. Perché dietro questa storia non ci sono solo atti amministrativi o cartelle cliniche. C’è un bambino che non c’è più. Ci sono due genitori che chiedono verità. E c’è una comunità intera che chiede una cosa semplice, forse la più difficile: tornare a fidarsi della sanità pubblica.

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Nasce Ivory, il social italiano che punta su contenuti verificati e qualità

Arriva Ivory, il social nato in Italia che punta su identità verificata e contenuti di qualità. Obiettivo: contrastare fake news e viralità senza controllo.

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Si chiama Ivory ed è il nuovo social network ideato per valorizzare contenuti verificati e competenze, con apertura al pubblico prevista dal 30 aprile.

Tra i fondatori Uel Bertin e Adam Nettles, che hanno sviluppato il progetto partendo dall’esigenza di creare uno spazio digitale più affidabile e orientato alla conoscenza.

Identità verificata e livelli di competenza

Uno degli elementi distintivi della piattaforma è la distinzione tra utenti verificati e non verificati.

I primi dovranno certificare la propria identità, mentre i secondi potranno accedere ai contenuti senza interagire.

All’interno degli utenti verificati è prevista una ulteriore classificazione basata sulle competenze: livello base, avanzato e accademico, con l’obiettivo di valorizzare contributi qualificati.

Algoritmo e contenuti: meno viralità, più valore

Ivory propone un algoritmo che privilegia la qualità rispetto alla viralità.

L’idea è quella di incentivare contenuti informati e approfonditi, superando le logiche dei social tradizionali, dove spesso la visibilità è legata più all’impatto immediato che alla sostanza.

Le “Torri d’avorio” e il modello peer review

Le conversazioni saranno organizzate in aree tematiche chiamate “Torri d’avorio”, ispirate a comunità accademiche e forum specialistici.

Il sistema di valutazione dei contenuti si basa su meccanismi simili alla revisione tra pari, con feedback degli utenti che contribuiscono alla credibilità dei contributi.

Un modello tra apertura e selezione

Il progetto punta a creare uno spazio inclusivo ma al tempo stesso orientato alla qualità.

Secondo i promotori, non si tratta di escludere, ma di incentivare un approccio più consapevole alla partecipazione online, basato sull’apprendimento e sull’approfondimento.

Privacy, Europa e modello economico

Ivory nasce con un’impostazione conforme al GDPR e con l’ambizione di inserirsi nel dibattito su una maggiore autonomia digitale europea.

La piattaforma prevede pubblicità mirata ma senza condivisione dei dati con terze parti né monitoraggio invasivo del tempo trascorso online.

Obiettivo: informazione e conoscenza

Tra gli sviluppi futuri, anche la possibilità di pubblicare e distribuire articoli scientifici, con un sistema di revisione affidato a esperti del settore.

Ivory si propone così come un esperimento nel panorama dei social network, con l’obiettivo dichiarato di riportare al centro informazione, competenza e qualità dei contenuti.

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Economia

Conti pubblici, attesa per Eurostat: crescita Italia a rischio tra guerra e inflazione

Il 22 aprile Eurostat diffonde i dati su deficit e debito. Italia tra crescita debole e rischi legati alla crisi energetica e geopolitica.

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Il primo banco di prova per i conti pubblici italiani e dell’Unione europea è fissato per il 22 aprile, quando Eurostatpubblicherà le stime su deficit/Pil e debito/Pil relative al 2025.

Si tratta di numeri centrali anche per le valutazioni sulle procedure per deficit eccessivo, che la Commissione europeaesaminerà il 3 giugno nell’ambito del semestre europeo.

Governo al lavoro sul nuovo documento di finanza

L’esecutivo guidato dal ministro Giancarlo Giorgetti ha già avviato le prime analisi in vista del nuovo Documento di finanza pubblica.

Il testo potrebbe essere varato subito dopo la diffusione dei dati Eurostat, per poi essere sottoposto all’esame del Parlamento.

Guerra e inflazione pesano sull’economia

Lo scenario resta incerto. Il conflitto in Medio Oriente, con ripercussioni sui mercati energetici e sulle materie prime, sta influenzando negativamente le economie europee.

A ciò si aggiungono rincari diffusi e segnali di rallentamento del Pil, mentre emergono nuovi timori legati alla disponibilità di carburante, con possibili effetti anche sul trasporto aereo e sui costi per i consumatori.

Crescita in calo nelle stime internazionali

Le principali istituzioni economiche hanno rivisto al ribasso le previsioni sull’Italia. Il Fondo Monetario Internazionalestima una crescita dello 0,5% nel 2026 e nel 2027.

Valutazioni analoghe arrivano da Banca d’Italia, mentre l’OCSE prevede un incremento ancora più contenuto, intorno allo 0,4%.

Debito in aumento, deficit in calo

Secondo il Fondo Monetario, il rapporto debito/Pil italiano è destinato a salire fino al 138,8% nel 2027, mentre il deficit potrebbe scendere sotto il 3% già dal 2026.

Dati che restano però soggetti a revisione e strettamente legati all’evoluzione del contesto internazionale.

Il rischio recessione

Tra gli analisti cresce la preoccupazione per una possibile frenata più marcata.

Se le tensioni geopolitiche dovessero prolungarsi, non è escluso che si torni a parlare apertamente di rischio recessione per una parte significativa dell’area euro.

In questo quadro, i dati di Eurostat rappresentano un passaggio cruciale per definire le prossime scelte di politica economica.

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Esteri

Papa Leone in Angola: appello alla pace globale e denuncia delle disuguaglianze

Papa Leone in Angola rilancia l’appello alla pace per Ucraina e Medio Oriente e denuncia disuguaglianze e corruzione in Africa.

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Nel secondo giorno della visita in Angola, Papa Leone XIV rilancia con forza il suo appello alla pace, guardando ai principali conflitti internazionali.

Durante la preghiera del Regina Coeli, il Pontefice ha espresso dolore per l’intensificarsi degli attacchi in Ucraina, invitando a fermare le armi e a proseguire il dialogo diplomatico.

Speranza per il Medio Oriente

Uno sguardo è stato rivolto anche al Medio Oriente, con particolare riferimento alla tregua in Libano, definita un segnale di speranza.

Il Papa ha incoraggiato le parti coinvolte a proseguire i negoziati per arrivare a una pace stabile e duratura nell’intera regione.

Muxima, simbolo di una storia dolorosa

La visita al santuario mariano di Muxima ha rappresentato uno dei momenti più significativi del viaggio.

Luogo legato alla memoria della tratta degli schiavi, Muxima è stato richiamato dal Pontefice come simbolo delle ferite storiche dell’Africa e della necessità di riconciliazione.

Il messaggio ai giovani

Rivolgendosi ai giovani, accorsi numerosi da tutto il Paese, Papa Leone ha affidato loro la responsabilità di costruire un futuro diverso, libero da guerre, ingiustizie e povertà.

Un invito a essere protagonisti di un cambiamento che metta al centro dignità, solidarietà e pace.

Denuncia delle disuguaglianze

Nel suo discorso, il Pontefice ha evidenziato le profonde contraddizioni dell’Angola, tra sviluppo economico e povertà diffusa.

Dai grattacieli di Luanda alle periferie segnate da carenze essenziali, emerge un divario che il Papa ha indicato come una delle principali sfide del Paese.

Un impegno per giustizia e dignità

Papa Leone ha invitato a superare divisioni, violenza e corruzione, promuovendo una nuova cultura basata su giustizia e condivisione.

Un appello che si traduce in obiettivi concreti: garantire cibo, cure, istruzione e dignità a ogni persona, con particolare attenzione ai più fragili.

Il viaggio in Angola si conferma così non solo un evento religioso, ma anche un forte messaggio sociale e politico rivolto all’intera comunità internazionale.

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