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Mogol, novant’anni di emozioni

Giulio Rapetti Mogol compie 90 anni il 17 agosto. Dalle prime canzoni alla straordinaria collaborazione con Lucio Battisti, la storia dell’autore che ha cambiato il linguaggio della musica italiana.

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Giulio Rapetti, per tutti Mogol, si prepara a spegnere il 17 agosto novanta candeline. Un traguardo anagrafico che racconta solo in parte la vita di un uomo capace di attraversare almeno sei decenni di musica italiana, trasformando amori, inquietudini, speranze e piccoli gesti quotidiani in parole entrate nella memoria collettiva.

«La vita volevo viverla pienamente, tuffandomi in ogni situazione senza paura», ha raccontato presentando la sua autobiografia Senza paura. La mia vita, pubblicata da Salani. Per Mogol vivere significa ancora «gioire», considerare ogni giorno come un’avventura e il tempo come un regalo da riempire.

I numeri di una carriera straordinaria

Sul palco del Festival di Sanremo 2026, dove ha ricevuto il Premio alla carriera Città di Sanremo, Mogol ha ricordato di avere depositato 1.776 canzoni alla Siae e di aver venduto, attraverso le opere che portano la sua firma, 523 milioni di dischi nel mondo. Numeri riferiti dallo stesso autore che restituiscono comunque le dimensioni di una carriera difficilmente confrontabile con quella di qualsiasi altro paroliere italiano. Carlo Conti lo ha presentato come «la storia della musica italiana», mentre il pubblico dell’Ariston gli ha tributato una lunga standing ovation. ANSA

Mogol non ha semplicemente scritto canzoni. Ha contribuito a cambiare il linguaggio della musica popolare italiana, portando nei testi immagini, dialoghi, frammenti di vita e sentimenti raccontati con parole apparentemente semplici. Una semplicità costruita, capace di arrivare direttamente alle persone e di rimanervi per decenni.

La musica nel destino

Mogol, nato a Milano il 17 agosto 1936, è cresciuto dentro la musica. Suo padre Mariano Rapetti era un dirigente della casa discografica Ricordi e, con lo pseudonimo Calibi, aveva ottenuto successo come paroliere negli anni Cinquanta.

Giulio entrò giovanissimo alla Ricordi e nel 1959 scelse lo pseudonimo Mogol, diventato nel tempo così identificativo da poter essere aggiunto legalmente al cognome. Il suo primo testo pubblicato fu Briciole di baci, composto con Carlo Donida e interpretato nel 1960 da Mina. Soltanto un anno dopo arrivò la vittoria al Festival di Sanremo con Al di là, cantata da Betty Curtis.

Negli anni Sessanta firmò una successione impressionante di successi: Una lacrima sul viso, Se piangi, se ridi, La spada nel cuore, 29 settembre, Io ho in mente te, Senza luce, Sognando la California, Il Paradiso, A chi, Riderà, Ma che colpa abbiamo noi ed E la pioggia che va.

L’esibizione sanremese di Bobby Solo con Una lacrima sul viso passò anche alla storia come il primo caso di playback al Festival: il cantante, colpito da una forte infiammazione alla gola, non poteva eseguire il brano dal vivo.

Da Bob Dylan a David Bowie

Mogol lavorò anche sulle versioni italiane di grandi successi internazionali. Tradusse o adattò alcuni brani di Bob Dylan: Blowin’ in the Wind diventò La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco; Mr. Tambourine Man si trasformò in Mister Tamburino per Don Backy; Like a Rolling Stone divenne Come una pietra che rotola, interpretata da Gianni Pettenati.

Celebre, soprattutto per la sua assoluta libertà rispetto all’originale, rimane la versione italiana di Space Oddity di David Bowie. In Ragazzo solo, ragazza sola, pubblicata nel 1970, scompaiono Major Tom, la navicella e il viaggio nello spazio. Al loro posto Mogol costruì la storia della fine di un amore, utilizzando la melodia di Bowie per raccontare tutt’altro universo.

L’incontro decisivo con Lucio Battisti

Tutto cambiò con Lucio Battisti. Dalla loro collaborazione nacque uno dei sodalizi più importanti e fortunati della storia musicale italiana. Mogol intuì immediatamente il talento di quel giovane autore dalla voce insolita e contribuì a convincerlo a interpretare personalmente le proprie canzoni, superando le resistenze di un’industria discografica che inizialmente non lo considerava un cantante adatto al grande pubblico.

Da quell’incontro nacquero Emozioni, Il mio canto libero, Acqua azzurra, acqua chiara, I giardini di marzo, La canzone del sole, Pensieri e parole, Ancora tu, Sì, viaggiare e Con il nastro rosa. Canzoni che hanno resistito alle mode, diventando parte del lessico sentimentale degli italiani.

Insieme fondarono anche l’etichetta Numero Uno. Mogol scriveva le parole e Battisti le trasformava in musica, ma la divisione dei compiti era meno rigida di quanto potesse apparire: tra i due esisteva un continuo confronto creativo, alimentato da viaggi, discussioni e lunghe giornate trascorse a cercare la soluzione più naturale.

La separazione e il rimpianto

Il rapporto si interruppe nel 1980, sullo sfondo di divergenze economiche e artistiche. Battisti imboccò una strada musicale più sperimentale e si ritirò progressivamente dalla vita pubblica; Mogol continuò a scrivere per altri interpreti.

Negli anni successivi non mancarono polemiche e controversie giudiziarie sulla gestione del repertorio. Nel 2016 il Tribunale di Milano condannò la società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, controllata dalla vedova di Battisti, a riconoscere a Mogol circa 2,6 milioni di euro. I giudici esclusero invece una responsabilità personale della donna.

Avvicinandosi ai novant’anni, Mogol ha riconosciuto anche il peso di ciò che non è riuscito a fare: riconciliarsi con Battisti prima della sua morte. Un rimpianto che non cancella la grandezza di quello che costruirono insieme, ma restituisce al mito una dimensione profondamente umana.

Le altre grandi collaborazioni

Dopo Battisti, Mogol continuò a ottenere successi. Con Riccardo Cocciante firmò, tra le altre, Cervo a primavera e Se stiamo insieme, vincitrice del Festival di Sanremo del 1991. Collaborò con Mango per brani come Oro e Come Monna Lisa e con Gianni Bella per il repertorio di Adriano Celentano, compreso l’album Io non so parlar d’amore. Nel corso degli anni ha lavorato anche con Gigi D’Alessio, Patty Pravo e Ornella Vanoni.

È stato tra i fondatori della Nazionale italiana cantanti e ha creato in Umbria il CET, il Centro europeo di Toscolano, dedicato alla formazione di autori, compositori e interpreti. Un modo per trasmettere alle nuove generazioni quanto imparato in una vita trascorsa a cercare le parole giuste.

Le polemiche e il rifiuto delle etichette

Il premio alla carriera ricevuto a Sanremo ha riacceso anche alcune vecchie controversie. Don Backy è tornato a rivendicare la paternità quasi integrale de L’immensità, sostenendo che Mogol sarebbe intervenuto soltanto su tre parole. Una versione contestata che appartiene a una disputa mai definitivamente sopita tra i protagonisti della canzone italiana.

Ha provocato polemiche anche il trasferimento da Sanremo a Roma di Mogol e della moglie a bordo di un elicottero dei Vigili del fuoco, autorizzato dal ministero dell’Interno. Il paroliere ha difeso il viaggio, mentre le opposizioni hanno chiesto chiarimenti sull’impiego di un mezzo pubblico destinato alle attività di soccorso.

Spesso considerato vicino alla destra, anche per le parole di apprezzamento rivolte a Giorgia Meloni e per la nomina a consigliere per la cultura popolare decisa dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano, Mogol ha sempre respinto le definizioni politiche: «La musica non ha colore».

A novant’anni restano le canzoni. Quelle che attraversano il tempo, cambiano voce e interprete, ma continuano a raccontare emozioni nelle quali milioni di persone riconoscono un frammento della propria vita. Tu chiamale, se vuoi, Mogol.

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Esteri

Merz sfida AfD e Trump: «La remigrazione è pulizia etnica»

Dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, scontro durissimo tra Friedrich Merz e Alice Weidel. Il cancelliere rinvia anche una telefonata con Trump, che aveva festeggiato il risultato dell’ultradestra.

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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già sotto pressione dopo la pesante sconfitta in Sassonia-Anhalt, apre lo scontro con l’AfD e manda un segnale anche a Donald Trump. Il governo tedesco ha infatti rinviato una telefonata con la Casa Bianca prevista per l’11 settembre, dopo che il presidente americano aveva salutato con entusiasmo il successo dell’ultradestra tedesca.

La tensione è esplosa anche nel Bundestag, dove la co-leader dell’AfD Alice Weidel ha attaccato frontalmente il cancelliere: «Il suo tempo è scaduto. Gli elettori hanno chiarito che il governo nero-rosso è finito».

Merz: «AfD forza distruttiva»

Durissima la replica del cancelliere: «Lei è e resta una forza distruttiva». Merz ha accusato l’AfD di disprezzare le istituzioni democratiche e ha definito la politica della “remigrazione” sostenuta dall’ultradestra «nient’altro che pulizia etnica».

Il cancelliere è apparso però sulla difensiva ed è stato criticato da diversi media tedeschi per un intervento giudicato poco convincente. La debacle elettorale ha infatti riaperto il confronto sulla tenuta della coalizione tra conservatori e socialdemocratici.

La telefonata con Trump rinviata

Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha annunciato il rinvio della telefonata tra Merz e Trump, inizialmente programmata nell’anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Ha precisato che la decisione non è stata determinata da problemi di agenda, senza confermare esplicitamente un collegamento con le dichiarazioni del presidente americano.

Trump aveva commentato su Truth Social il risultato elettorale scrivendo: «Wow, i populisti tedeschi hanno avuto una grande serata». Aveva poi attribuito il successo dell’AfD al malcontento per le politiche migratorie, sostenendo che i tedeschi «ne hanno finalmente abbastanza».

I sospetti sulle pressioni americane

Le parole del presidente americano hanno alimentato in Germania il dibattito sulle interferenze della destra statunitense nella politica europea. Nel passato recente erano intervenuti a sostegno dell’AfD anche Elon Musk e il vicepresidente JD Vance, che aveva incontrato Weidel a Monaco durante la Conferenza sulla sicurezza.

Non ci sono tuttavia elementi pubblici che dimostrino un sostegno diretto dell’amministrazione americana alla campagna elettorale del partito tedesco. Da tempo Berlino denuncia invece tentativi di influenza e destabilizzazione attribuiti alla Russia.

AfD cerca una maggioranza regionale

In Sassonia-Anhalt il vincitore Ulrich Siegmund sta sondando la disponibilità degli altri partiti per formare il primo governo regionale guidato dall’AfD. Finora sono arrivati quattro rifiuti, mentre il Bsw di Sahra Wagenknecht ha manifestato un’apertura al confronto.

Weidel ha intanto accusato il governo di condurre la Germania verso il fallimento, denunciando la deindustrializzazione, la crisi del settore automobilistico e gli effetti della transizione energetica. Rivolgendosi all’Unione europea, ha rivendicato: «Rivogliamo indietro i nostri soldi», richiamando una celebre formula di Margaret Thatcher.

Merz contrario alla messa al bando

Il programma radicale dell’AfD continua ad alimentare il confronto sull’eventuale ricorso agli strumenti costituzionali per mettere al bando le formazioni considerate antidemocratiche.

Merz resta però scettico: il problema, secondo il cancelliere, non si risolve vietando il partito, ma riconquistando politicamente i suoi elettori.

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Napoli, Champions amara al Maradona: Ødegaard firma il tris di sconfitte

Il Napoli perde 1-0 contro l’Arsenal nell’esordio in Champions League. Decide un gran gol di Ødegaard al 75’. Gli azzurri, poco pericolosi, incassano la terza sconfitta consecutiva. Meret lascia il campo per un problema agli adduttori.

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Il Napoli cade al Maradona nell’esordio in Champions League. L’Arsenal vince 1-0 grazie a una prodezza di Martin Ødegaard al 75’ e infligge alla squadra di Massimiliano Allegri la terza sconfitta consecutiva, dopo i due passi falsi in campionato.

Gli azzurri disputano una partita soprattutto di contenimento, lasciando il controllo del gioco agli inglesi e tentando di ripartire. Ma le occasioni costruite sono troppo poche e l’Arsenal, dopo avere più volte sfiorato il vantaggio, trova il gol che decide la sfida.

A preoccupare è anche l’infortunio di Alex Meret, costretto a lasciare il posto a Vanja Milinković-Savić durante l’intervallo per un problema agli adduttori.

Meret salva il Napoli

L’Arsenal prende progressivamente il controllo del possesso e costringe il Napoli a raccogliersi nella propria metà campo.

Al 22’ gli ospiti costruiscono la prima grande occasione: Mikel Merino colpisce di testa a pochi passi dalla porta, ma Meret risponde con un intervento decisivo.

Gli azzurri faticano a risalire il campo e non riescono a rifornire con continuità Rasmus Højlund. Sul finire del primo tempo è ancora l’Arsenal a sfiorare il vantaggio. Al 45’ Bukayo Saka si presenta a tu per tu con Meret, ma spreca una clamorosa opportunità.

Meret non rientra dopo l’intervallo

Il portiere del Napoli, già alle prese con problemi muscolari agli adduttori, non torna in campo per la ripresa. Al suo posto entra Milinković-Savić.

Il copione non cambia. L’Arsenal mantiene il possesso e continua a cercare gli spazi, mentre il Napoli resta basso e prova senza successo a ripartire.

Al 51’ Piero Hincapié spreca da posizione favorevole. Al 63’ Declan Rice tenta la conclusione dalla distanza, mandando il pallone sopra la traversa.

Il Napoli prova a uscire dal guscio affidandosi a Højlund, ma non riesce a costruire vere occasioni da gol.

La prodezza di Ødegaard

La resistenza azzurra termina al 75’. Ødegaard scambia con Christos Tzolis al limite dell’area e lascia partire una conclusione mancina precisa. Il pallone colpisce il palo interno e termina in rete, senza lasciare possibilità a Milinković-Savić.

È il gol che spezza l’equilibrio e premia il dominio territoriale della formazione inglese.

Allegri prova a cambiare l’inerzia inserendo David Neres e Lorenzo Lucca al posto di Højlund e Lobotka. Le sostituzioni, però, non producono la reazione sperata.

Havertz segna, ma è fuorigioco

Nel finale l’Arsenal resta pericoloso e sfiora il raddoppio con Madueke e Tzolis. Il Napoli evita il secondo gol, ma non riesce a creare i presupposti per il pareggio.

Al 93’ Kai Havertz manda nuovamente il pallone in rete, ma il gol viene annullato per fuorigioco.

Finisce 1-0 per l’Arsenal. Il Napoli comincia la sua Champions con una sconfitta e allunga a tre la serie di ko consecutivi. Al di là del risultato, preoccupa una squadra apparsa troppo prudente e incapace di rendersi realmente pericolosa davanti al proprio pubblico.

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Esteri

Lo Yemen diventa l’ultima carta dell’Iran: raid sauditi e nuove minacce su Bab el-Mandeb

L’Arabia Saudita risponde agli attacchi degli Houthi con oltre trenta raid nello Yemen. Secondo gli analisti, con Hezbollah indebolito e il corridoio siriano interrotto, il fronte yemenita è ormai la principale leva indiretta dell’Iran contro Riad e Washington. Prime navi deviate da Bab el-Mandeb.

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Con Hezbollah indebolito in Libano e il corridoio siriano delle armi ormai interrotto, lo Yemen diventa il principale fronte dal quale l’Iran può ancora esercitare pressione indiretta su Arabia Saudita e Stati Uniti.

È in questa cornice che gli analisti regionali collocano l’escalation militare nel sud della Penisola arabica e lungo le coste del Mar Rosso, a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopo Hormuz, è la seconda strozzatura marittima strategica dell’area e rappresenta un passaggio fondamentale per le rotte commerciali dirette verso il Canale di Suez.

La tregua yemenita appare ormai compromessa. Dopo gli attacchi degli Houthi contro installazioni petrolifere saudite, Riad ha risposto con oltre trenta raid in una sola notte.

La rappresaglia saudita su quattro province

I bombardamenti hanno interessato obiettivi nelle province di Taiz, Hodeida, al-Jawf e Marib, dove gli Houthi controllano importanti porzioni di territorio e mantengono strutture militari.

Per la prima volta dopo anni, l’Arabia Saudita ha colpito contemporaneamente i diversi fronti dai quali i ribelli stanno avanzando verso Bab el-Mandeb.

L’offensiva rappresenta una risposta agli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite, ma si inserisce anche nel più ampio confronto tra Washington e Teheran.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che il nuovo ciclo di azioni e rappresaglie rischia di allargare ulteriormente il conflitto.

Trump: «Ogni attacco Houthi sarà considerato iraniano»

Da settimane il presidente americano Donald Trump alterna pressione economica e minacce militari nei confronti dell’Iran.

Pur sostenendo di voler mantenere un «basso profilo» nei negoziati con Teheran, Trump ha avvertito che ogni attacco compiuto dagli Houthi sarà considerato come se fosse stato «sparato dall’Iran».

La dichiarazione riduce lo spazio di separazione tra le azioni autonome rivendicate dal gruppo yemenita e la responsabilità attribuita dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica.

Gli Emirati Arabi Uniti, alleati regionali di Washington e legati a Israele dagli Accordi di Abramo, hanno intanto sospeso gli scambi commerciali con Teheran. Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano invece l’impiego di armi «ancora più distruttive» in caso di una nuova offensiva americano-israeliana.

Hezbollah indebolito, chiuso il corridoio siriano

Gli altri alleati regionali dell’Iran attraversano una fase di difficoltà. In Libano, Hezbollah non dispone più della capacità di deterrenza esercitata per decenni.

Le operazioni israeliane attorno alle alture di Ali Taher, nel distretto di Nabatiye, e il rinvio dei colloqui attesi a Roma confermano che il movimento sciita rimane sulla difensiva e sottoposto a una crescente pressione per il disarmo.

Ancora più rilevante è la perdita della rotta siriana. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, il nuovo potere di Damasco si è avvicinato agli Stati Uniti e ostacola il trasferimento via terra di armi e risorse dall’Iran verso il Libano.

Teheran non può quindi utilizzare con la stessa efficacia la rete che per anni ha collegato Iran, Siria e Hezbollah.

Gli Houthi come leva indiretta di Teheran

In questo scenario, secondo la lettura prevalente tra gli analisti regionali, gli Houthi rappresentano la leva più efficace ancora a disposizione dell’Iran senza un suo coinvolgimento militare diretto e dichiarato.

Il gruppo è in grado di colpire petroliere e impianti sauditi, minacciare il traffico commerciale nel Mar Rosso e rivendicare autonomamente le operazioni. Questa autonomia formale consente a Teheran di mantenere un margine di ambiguità sulla propria responsabilità.

Il legame politico e militare tra l’Iran e gli Houthi è consolidato, ma il grado di controllo esercitato da Teheran sulle singole operazioni rimane oggetto di valutazioni differenti.

Le navi cominciano a evitare lo Stretto

La minaccia alla navigazione produce già i primi effetti. Secondo l’Institute for the Study of War, almeno sette navi avrebbero modificato la propria rotta per evitare Bab el-Mandeb.

Un’interruzione più ampia del traffico costringerebbe le compagnie a circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, con tempi di percorrenza, costi assicurativi e prezzi di trasporto molto più elevati.

La battaglia per lo Yemen assume così una dimensione che supera i confini del Paese. In gioco non ci sono soltanto gli equilibri tra Iran e Arabia Saudita, ma la sicurezza di una delle rotte commerciali più importanti del mondo.

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