Esteri
Missili e droni iraniani sull’aeroporto del Kuwait, voli sospesi e feriti al Terminal 1
Il Kuwait ha attivato il piano di emergenza all’aeroporto internazionale dopo un attacco attribuito all’Iran contro il Terminal 1. Le autorità riferiscono di feriti, gravi danni alle strutture e sospensione dei voli. Il CentCom segnala altri attacchi iraniani nella regione, ma sostiene che diversi missili siano stati intercettati o non abbiano raggiunto gli obiettivi.
La guerra nel Golfo non colpisce più soltanto basi militari, petroliere e rotte strategiche. Ora entra anche negli aeroporti civili, nei luoghi dove la paura cambia immediatamente volto: passeggeri bloccati, voli cancellati, terminal danneggiati, sirene e piani di emergenza. Il Kuwait ha attivato le procedure straordinarie all’aeroporto internazionale dopo un attacco attribuito all’Iran contro il Terminal 1, in una nuova escalation che allarga il fronte della crisi mediorientale.
Secondo le autorità kuwaitiane, droni e missili iraniani hanno preso di mira lo scalo, provocando feriti e danni significativi a diverse strutture aeroportuali. I voli sono stati sospesi e dirottati verso aeroporti alternativi fino a nuovo avviso.
L’attacco al Terminal 1
L’autorità kuwaitiana per l’aviazione civile ha comunicato l’attivazione del piano di emergenza al Kuwait International Airport dopo l’impatto sul Terminal 1. La misura è stata adottata per mettere in sicurezza passeggeri, personale e infrastrutture, mentre le squadre tecniche e di soccorso verificano l’estensione dei danni.
Il portavoce del ministero della Difesa, generale di brigata Saud Abdulaziz Al-Otaibi, ha parlato di una “aggressione criminale iraniana” che avrebbe causato danni materiali significativi all’edificio e feriti. Le autorità non hanno ancora diffuso un bilancio definitivo delle persone coinvolte.
Voli sospesi e traffico dirottato
La sospensione delle operazioni aeroportuali conferma la gravità dell’episodio. In un’area già attraversata da tensioni militari crescenti, il blocco di uno scalo internazionale rappresenta un salto di qualità nel rischio per le infrastrutture civili.
Le compagnie aeree sono state costrette a modificare rotte, cancellare o dirottare voli. Le autorità kuwaitiane hanno indicato che la sospensione resterà in vigore fino a quando non saranno completate le verifiche di sicurezza e tecniche.
La versione del CentCom
L’attacco all’aeroporto si inserisce in una fase di scontro diretto tra Iran e Stati Uniti nel Golfo. Il Comando centrale americano ha riferito che altri missili e droni iraniani diretti verso obiettivi nella regione sono stati intercettati o non hanno raggiunto i bersagli. In particolare, secondo il CentCom, due missili diretti verso il Kuwait non sarebbero arrivati a destinazione, mentre altri lanci contro il Bahrein sarebbero stati neutralizzati dalle difese americane e locali.
Washington sostiene che l’Iran abbia condotto una più ampia offensiva missilistica e con droni contro Paesi della regione e obiettivi collegati alla presenza statunitense. Teheran, attraverso media statali e fonti vicine ai Pasdaran, presenta invece le operazioni come una risposta ad azioni ostili americane nel Golfo Persico.
Un’escalation che coinvolge i civili
Il dato più preoccupante è il coinvolgimento di uno scalo civile. Gli aeroporti sono infrastrutture sensibili non solo per il valore strategico, ma per la presenza di passeggeri, lavoratori e personale internazionale. Colpirli o anche solo metterli sotto minaccia significa aumentare il rischio di vittime civili e paralizzare una parte essenziale della mobilità regionale.
La crisi del Golfo entra così in una fase ancora più instabile. Dopo gli attacchi a petroliere, basi militari e obiettivi sull’isola iraniana di Qeshm, il caso dell’aeroporto kuwaitiano mostra quanto rapidamente la guerra possa allargarsi a infrastrutture non strettamente militari.
Il Kuwait nel cuore della crisi
Il Kuwait, tradizionalmente attento a mantenere un equilibrio diplomatico nel Golfo, si trova ora direttamente esposto. La presenza militare americana nella regione e la vicinanza alle rotte strategiche rendono il Paese un punto sensibile della nuova fase dello scontro tra Washington e Teheran.
Le prossime ore saranno decisive per capire l’estensione reale dei danni, il numero dei feriti e l’eventuale risposta diplomatica o militare di Kuwait, Stati Uniti e alleati regionali.
Per ora resta una certezza: l’attacco all’aeroporto internazionale del Kuwait segna un passaggio grave. Quando missili e droni arrivano su un terminal civile, la crisi non è più soltanto militare. Diventa immediatamente una minaccia diretta alla sicurezza di migliaia di persone.
Esteri
Thailandia in lutto, morta la principessa Bajrakitiyabha dopo tre anni di coma
È morta a 47 anni la principessa thailandese Bajrakitiyabha, figlia maggiore del re Maha Vajiralongkorn. Avvocata, diplomatica e figura impegnata per i diritti delle donne detenute, era in coma dal 2022.
La Thailandia perde una delle figure più moderne e autorevoli della famiglia reale. La principessa Bajrakitiyabha Mahidol, conosciuta come principessa Bha, è morta a 47 anni dopo oltre tre anni di coma. Era ricoverata al King Chulalongkorn Memorial Hospital di Bangkok dal dicembre 2022, quando aveva perso conoscenza in seguito a un grave malore.
Figlia maggiore del re Maha Vajiralongkorn e della principessa Soamsawali, Bajrakitiyabha era considerata da molti osservatori una possibile figura centrale nella futura successione thailandese. Non era soltanto una principessa: era un’avvocata, una diplomatica, una procuratrice e una voce impegnata sui temi della giustizia e della condizione femminile.
Il lungo coma dopo il malore del 2022
La principessa era stata colpita da un grave episodio cardiaco nel dicembre 2022, mentre si trovava fuori Bangkok. Da allora non aveva più ripreso conoscenza. Il Palazzo reale ha comunicato che, nonostante le cure intensive, le sue condizioni sono progressivamente peggiorate fino al decesso.
La notizia ha colpito profondamente il Paese, già segnato dalla scomparsa della regina madre Sirikit, morta nel 2025 a 93 anni. Per Bajrakitiyabha sono previsti funerali reali e cerimonie solenni al Grand Palace di Bangkok, secondo il protocollo della monarchia thailandese.
Una vita tra diritto, diplomazia e Nazioni Unite
Bajrakitiyabha aveva costruito un profilo raro dentro una monarchia tradizionale. Dopo gli studi in legge alla Thammasat University, aveva proseguito la formazione negli Stati Uniti, alla Cornell University, dove aveva conseguito titoli avanzati in diritto.
Aveva lavorato come procuratrice, ricoperto incarichi diplomatici e collaborato con le Nazioni Unite. Il suo impegno più noto resta quello per le donne detenute e per una riforma più umana del sistema carcerario.
A lei viene attribuito un ruolo importante nel percorso che portò all’adozione delle Bangkok Rules, le regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute e per le misure non detentive nei loro confronti. Un terreno sul quale la principessa aveva unito competenza giuridica e sensibilità sociale.
Una possibile erede mai ufficialmente designata
La morte della principessa riapre il tema delicatissimo della successione al trono thailandese. Il re Maha Vajiralongkorn non ha ancora indicato ufficialmente un erede. La linea dinastica privilegia tradizionalmente i maschi, ma le modifiche introdotte negli anni Settanta consentono anche a una donna di ascendere al trono.
Per questo Bajrakitiyabha era considerata una figura possibile, anche se mai formalmente designata. La sua formazione, il profilo internazionale e il rapporto di fiducia con il padre ne avevano rafforzato negli anni l’immagine pubblica.
Il rebus dopo la scomparsa di Bha
Dopo la sua morte, l’attenzione si sposta sul principe Dipangkorn, figlio più giovane del re, e sulla principessa Sirivannavari, nota anche per la sua attività nel mondo della moda e per il lavoro di valorizzazione della tradizione thailandese in chiave contemporanea.
La monarchia thailandese resta un’istituzione centrale e insieme estremamente sensibile nella vita politica del Paese. Ogni passaggio dinastico viene seguito con cautela, dentro un sistema in cui il rispetto della Corona convive con trasformazioni sociali profonde.
L’eredità morale della principessa Bha
Il primo ministro Anutin Charnvirakul ha definito Bajrakitiyabha “l’orgoglio della Thailandia”, ricordandone l’impegno per una società fondata su giustizia, eguaglianza e dignità.
La frase che la principessa pronunciò nel 2013 resta oggi come sintesi del suo percorso: una società non può evolvere quando è attraversata da instabilità e ingiustizia. Era il pensiero di una donna cresciuta dentro il palazzo reale, ma capace di guardare oltre il protocollo, verso le fragilità del sistema giudiziario, delle carceri e delle donne più vulnerabili.
Con la sua scomparsa, la Thailandia perde una principessa che aveva provato a incarnare una monarchia più moderna, più internazionale e più attenta alla giustizia sociale.
Esteri
Trump prepara il taglio delle forze Usa nella Nato, l’Europa davanti al test della difesa
Secondo anticipazioni di stampa, il Pentagono starebbe preparando una riduzione degli asset militari americani messi a disposizione della Nato in Europa. Il tema potrebbe entrare nel bilaterale tra Crosetto e Hegseth a Washington.
Il messaggio che arriva da Washington è sempre più chiaro: l’Europa dovrà assumersi una quota maggiore della propria difesa. Secondo anticipazioni rilanciate dal New York Times e confermate da Reuters, il Pentagono starebbe preparando una riduzione significativa degli asset militari americani messi a disposizione della Nato per le operazioni in Europa. Non c’è ancora un annuncio ufficiale, ma il segnale politico è già forte.
Il piano allo studio del Pentagono
Le ipotesi riguardano soprattutto la deterrenza aerea e navale. Il numero dei caccia americani destinati alle missioni Nato in Europa potrebbe scendere da circa 150 a 100. I velivoli per la ricognizione marittima passerebbero da 26 a 15, mentre gli Stati Uniti ritirerebbero tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo.
Il piano comprenderebbe anche la ricollocazione fuori dall’Europa di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di altre unità navali. Potrebbe essere riassegnato anche uno dei gruppi di bombardieri finora indicati per la difesa del continente europeo.
La linea di Trump
La scelta si inserisce nella strategia dell’amministrazione Trump: ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti e spingere gli alleati ad aumentare spesa militare, capacità operative e prontezza industriale. La Casa Bianca considera ormai insostenibile un modello in cui una parte consistente della sicurezza europea resta affidata alle risorse americane.
Il comandante supremo alleato in Europa, generale Alexus Grynkewich, ha parlato nei giorni scorsi di una dipendenza eccessiva dal modello delle forze armate americane. Il senso della posizione è netto: la Nato deve restare un’alleanza forte, ma con un’Europa più capace di sostenere il proprio fianco.
Il bilaterale Crosetto-Hegseth
Il dossier potrebbe essere uno dei temi centrali dell’incontro tra il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto e il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, in programma lunedì 15 giugno a Washington. Il bilaterale arriva in un momento particolarmente delicato per l’Alleanza atlantica, tra guerra in Ucraina, pressione russa e ridefinizione degli impegni americani.
Per l’Italia il tema è sensibile. Le basi americane sul territorio nazionale, il contributo italiano alla Nato e il percorso di aumento della spesa per la difesa entrano tutti nello stesso quadro negoziale.
I vuoti da colmare
Il problema principale non è solo politico, ma operativo. L’Europa può aumentare gli stanziamenti, ma non può costruire in pochi mesi le capacità che per decenni sono state garantite dagli Stati Uniti. Il ritiro degli aerei cisterna, in particolare, sarebbe un punto critico: senza rifornimento in volo, molte missioni a lungo raggio diventano più complesse.
Anche la sostituzione dei caccia non sarebbe immediata. La produzione degli F-35 e degli F-16 dipende in larga parte da Lockheed Martin, già gravata da numerosi ordini internazionali. Il fattore tempo, dunque, sarà decisivo.
La prudenza degli esperti
Diversi osservatori invitano a non leggere le anticipazioni come un ordine operativo già definitivo. I documenti di lavoro del Pentagono possono ancora essere modificati e molto dipenderà dai tempi di applicazione. Una riduzione graduale, spalmata su uno o due anni, sarebbe più gestibile rispetto a un ritiro rapido.
Nella Nato prevale una linea di cautela. L’Alleanza lavora da tempo per riequilibrare il rapporto tra contributo americano e capacità europee, ma sa che una transizione troppo brusca rischierebbe di creare vuoti proprio mentre la Russia resta una minaccia strategica.
Il nodo della Russia
Da Mosca, Vladimir Putin continua a minimizzare l’impatto degli attacchi ucraini sull’economia russa, sostenendo che i danni vengono riparati rapidamente. È un messaggio rivolto all’interno e all’esterno: la Russia vuole mostrarsi ancora capace di reggere una guerra lunga.
Per la Nato, questo rende ancora più delicata la fase attuale. Ridurre la presenza americana senza rafforzare in modo credibile la difesa europea potrebbe indebolire la deterrenza. Ma lasciare tutto com’è significherebbe rinviare ancora una volta il nodo dell’autonomia strategica europea.
L’Europa alla prova della realtà
Il possibile taglio degli asset americani è più di una scelta militare. È una prova politica per l’Europa. Per anni i governi europei hanno discusso di difesa comune, industria militare, autonomia strategica e maggiore responsabilità nella Nato. Ora quella discussione rischia di diventare obbligo.
Trump non sta semplicemente chiedendo più soldi. Sta ridisegnando il rapporto tra Stati Uniti ed Europa dentro l’Alleanza atlantica. Per i Paesi europei, Italia compresa, la domanda è ormai concreta: quanto sono pronti a difendersi davvero se l’ombrello americano diventa più stretto?
Esteri
Kellogg rassicura i Baltici: Putin non ha la forza per allargare la guerra
La paura di un allargamento della guerra resta una delle ombre più pesanti sull’Europa orientale. Ma da Washington arriva un messaggio rassicurante per Paesi baltici e Polonia. Keith Kellogg, inviato speciale del presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato che Vladimir Putin non avrebbe oggi la forza per aprire un nuovo fronte contro membri della Nato, mentre la Russia resta ancora impegnata nella guerra in Ucraina.
Il messaggio alla Lettonia
In un’intervista alla televisione di Stato lettone, Kellogg ha invitato a non cedere agli scenari catastrofici. Secondo l’inviato americano, Estonia, Lettonia e Lituania possono considerarsi al sicuro nell’attuale fase del conflitto.
Kellogg ha spiegato di non ritenere realistico, oggi, un attacco russo contro i Paesi baltici o contro la Polonia, perché Mosca sarebbe già in una posizione difficile in Ucraina. Le azioni condotte dall’esercito di Kiev negli ultimi mesi avrebbero indebolito la capacità russa di immaginare un’ulteriore espansione militare.
La Russia ancora impantanata in Ucraina
Il punto centrale del ragionamento di Kellogg è militare prima ancora che politico. La Russia, secondo l’inviato americano, è ancora profondamente assorbita dalla guerra in Ucraina e non avrebbe margini sufficienti per aprire un conflitto diretto con Paesi protetti dall’articolo 5 della Nato.
La valutazione non cancella la minaccia russa, ma la ridimensiona nell’immediato. Il messaggio rivolto ai baltici è chiaro: mantenere alta l’attenzione, rafforzare la difesa, ma senza trasformare ogni scenario in una previsione di guerra imminente.
Gli Stati Uniti come garanzia di sicurezza
Kellogg ha anche ribadito il ruolo degli Stati Uniti come garante della sicurezza internazionale. “Se gli Stati Uniti sono forti, il mondo è al sicuro”, ha affermato, sottolineando che la credibilità americana resta di per sé un elemento di deterrenza per i potenziali aggressori.
È una frase che conferma la linea della Casa Bianca: la sicurezza europea continua a dipendere in larga misura dalla presenza e dalla forza politica, militare e diplomatica di Washington. Per i Paesi baltici, storicamente esposti alla pressione russa, questa garanzia resta un elemento decisivo.
Rassicurazione, non disarmo dell’attenzione
Le parole di Kellogg arrivano in un momento in cui diverse capitali europee continuano a interrogarsi sui tempi e sulle intenzioni di Mosca. Alcuni Paesi dell’Est chiedono un rafforzamento stabile della postura Nato lungo il fianco orientale, mentre altri governi europei insistono sulla necessità di aumentare la spesa per la difesa.
La rassicurazione americana non significa che il rischio sia scomparso. Significa piuttosto che, nella valutazione di Washington, Putin non avrebbe oggi la capacità concreta di trasformare la guerra in Ucraina in un conflitto aperto contro i Paesi baltici o la Polonia.
Il confine tra deterrenza e paura
Il messaggio di Kellogg prova a tenere insieme due esigenze: non sottovalutare la Russia e, al tempo stesso, evitare il panico strategico. Per gli Stati Uniti, la deterrenza resta efficace se fondata sulla forza, sulla credibilità e sulla compattezza dell’Alleanza atlantica.
Nel cuore dell’Europa orientale, però, la memoria dell’occupazione sovietica e la vicinanza geografica alla Russia rendono ogni dichiarazione su Mosca particolarmente sensibile. Per questo le parole dell’inviato americano pesano: rassicurano i baltici, ma confermano anche che la guerra in Ucraina resta il vero banco di prova della sicurezza europea.


