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Missile iraniano sulla base Usa in Kuwait, cinque feriti: la guerra pesa sui negoziati con Trump

Secondo Bloomberg e media internazionali, un missile balistico iraniano Fateh-110 è stato intercettato dalla difesa kuwaitiana mentre puntava la base Ali Al Salem, nota come The Rock. I detriti avrebbero ferito lievemente cinque militari e contractor statunitensi e danneggiato droni MQ-9 Reaper. L’episodio arriva in una fase decisiva dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, mentre restano aperti i nodi del nucleare, delle sanzioni, del blocco navale e del controllo dello Stretto di Hormuz.

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Un missile balistico iraniano Fateh-110 contro una base in Kuwait non cambia da solo il corso della guerra, ma dice molto sul momento in cui arriva. Secondo quanto riferito da Bloomberg e ripreso da diversi media internazionali, l’attacco ha preso di mira la base aerea di Ali Al Salem, conosciuta come The Rock, a poche decine di chilometri dal confine con l’Iraq. La difesa kuwaitiana avrebbe intercettato il missile, ma i detriti caduti nell’area della base avrebbero ferito lievemente cinque tra militari e contractor statunitensi.

L’episodio arriva mentre Washington e Teheran continuano a trattare su un possibile accordo per fermare la guerra cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran. Proprio per questo, più che il danno militare immediato, pesa il messaggio politico e strategico: l’Iran vuole dimostrare di poter ancora colpire obiettivi legati agli Stati Uniti nel Golfo, nonostante i bombardamenti subiti nelle prime fasi del conflitto.

La base The Rock e il segnale a Washington

Ali Al Salem è una base aerea kuwaitiana, ma da anni rappresenta anche un punto rilevante della presenza militare americana nell’area. Ospita il 386esimo Air Expeditionary Wing ed è collegata alle operazioni del Centcom, il Comando centrale degli Stati Uniti responsabile per il Medio Oriente e l’Asia centrale. Nel deserto kuwaitiano, in un’area strategica tra Iraq e Arabia Saudita, The Rock è una delle infrastrutture più sensibili del dispositivo militare statunitense nel Golfo.

Secondo le ricostruzioni diffuse dai media americani, oltre ai feriti lievi sarebbero stati colpiti anche due droni statunitensi MQ-9 Reaper: uno sarebbe stato distrutto e un altro danneggiato, con un danno complessivo stimato in decine di milioni di dollari. Anche questo elemento rafforza il valore simbolico dell’attacco. Non un colpo capace di ribaltare gli equilibri militari, ma un avvertimento: Teheran conserva capacità missilistiche operative e può ancora creare costi agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali.

Trump prende tempo sull’accordo

L’attacco arriva alla vigilia di una possibile, ma non ancora certa, intesa tra Washington e Teheran. Il presidente americano Donald Trump ha riunito la Situation Room per valutare le controproposte iraniane, ma non ha ancora dato il via libera definitivo. La linea della Casa Bianca resta quella di firmare solo un accordo considerato realmente vantaggioso per gli Stati Uniti.

Il punto centrale resta il dossier nucleare. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha ribadito che Teheran non può ottenere l’arma atomica e che, in caso di fallimento dei negoziati, gli Stati Uniti sarebbero pronti a riprendere l’azione militare. È il linguaggio classico della pressione negoziale: tenere aperto il canale diplomatico, ma far sapere all’avversario che l’opzione della forza resta sul tavolo.

Teheran non si fida della Casa Bianca

Dall’altra parte, l’Iran continua a leggere le mosse americane come una trattativa condotta sotto minaccia. La tv di Stato ha ironizzato sul cessate il fuoco, presentandolo come uno strumento utile agli Stati Uniti per colpire senza consentire una risposta. Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha accusato Trump di tradire ancora una volta la diplomazia, sostenendo che il blocco navale e le richieste americane dimostrerebbero l’assenza di una reale volontà negoziale.

La distanza tra le due parti resta ampia. Secondo le analisi internazionali, l’allentamento delle sanzioni è uno dei principali punti di scontro. Teheran non intende discutere seriamente il dossier nucleare prima di ottenere misure concrete di rafforzamento della fiducia, mentre Washington pretende garanzie verificabili sulla fine di ogni possibile percorso verso l’arma atomica.

Hormuz resta il nodo della guerra

La partita più delicata continua però a giocarsi nello Stretto di Hormuz. I Pasdaran rivendicano il controllo delle rotte e sostengono che navi commerciali e petroliere debbano seguire percorsi autorizzati dai Guardiani della Rivoluzione. Il comando militare Khatam al-Anbiya ha avvertito che qualunque violazione delle regole imposte da Teheran potrebbe mettere in pericolo la sicurezza del passaggio.

Per l’economia mondiale è il nodo più sensibile. Hormuz è uno dei passaggi decisivi per il commercio internazionale del petrolio e ogni tensione nell’area può riflettersi rapidamente sui mercati energetici. Alcune navi, secondo le segnalazioni marittime, avrebbero provato a ridurre la tracciabilità spegnendo luci e sistemi di identificazione, una scelta che può diminuire l’esposizione agli attacchi ma aumenta i rischi per la navigazione.

Il doppio blocco nel Golfo

Gli Stati Uniti continuano a usare il blocco navale per impedire o limitare il traffico mercantile diretto verso i porti iraniani. In modo speculare, l’Iran usa la pressione su Hormuz per colpire il punto più vulnerabile della strategia americana: l’impatto economico globale della guerra. Se il petrolio non passa, o passa con difficoltà, il conflitto smette di essere soltanto militare e diventa immediatamente finanziario, industriale e politico.

In questo quadro, l’attacco contro The Rock appare come un tassello di una strategia più ampia. Teheran vuole mostrare di non essere stata ridotta al silenzio, mentre Washington vuole dimostrare di poter continuare a colpire e negoziare da una posizione di forza. Il risultato è una trattativa sospesa tra diplomazia e minaccia militare.

Il Libano apre un altro fronte di pressione

A rendere ancora più fragile il quadro regionale c’è il fronte libanese. Le forze israeliane stanno avanzando nel Sud del Libano, oltre il fiume Litani, mentre il premier libanese Nawaf Salam denuncia una escalation pericolosa e senza precedenti. Anche questo fronte pesa sui negoziati, perché lega la crisi iraniana alla più ampia instabilità del Medio Oriente.

Il rischio è che ogni incidente, anche limitato, diventi il pretesto per una nuova accelerazione militare. Il missile su Ali Al Salem, i droni danneggiati, il blocco di Hormuz, le operazioni navali americane e l’avanzata israeliana in Libano sono tutti segnali di una guerra che continua a muoversi su più piani. La diplomazia resta possibile, ma cammina su un terreno sempre più minato.

Una pace ancora appesa alla prova della forza

La vera domanda è se l’attacco in Kuwait renderà più difficile l’accordo o se, al contrario, spingerà le parti a chiudere prima che la situazione sfugga di mano. Trump vuole presentare un’intesa come una vittoria politica, ma non può accettare un accordo percepito come debole sul nucleare. L’Iran vuole ottenere la fine del blocco e l’allentamento delle sanzioni, ma non intende apparire costretto alla resa.

Per questo The Rock non è soltanto una base colpita dai detriti di un missile intercettato. È il simbolo di una guerra in cui ogni colpo militare parla anche al tavolo dei negoziati. E in cui la pace, se arriverà, dovrà nascere non dalla fiducia reciproca, che oggi non esiste, ma dalla consapevolezza che il costo di continuare può diventare insostenibile per tutti.

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Siria, condannati a morte Bashar e Maher al-Assad e l’ex capo della sicurezza di Daraa

Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia Bashar al-Assad e il fratello Maher. Pena capitale anche per Atef Najib, ex capo della sicurezza politica di Daraa, arrestato nel 2025.

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Un tribunale siriano ha condannato a morte l’ex presidente Bashar al-Assad, il fratello Maher e l’ex alto funzionario della sicurezza Atef Najib per reati commessi durante la repressione delle proteste e la successiva guerra civile siriana.

La sentenza è stata pronunciata dalla Quarta Corte penale di Damasco. Bashar al-Assad e Maher, che si trovano fuori dalla Siria, sono stati giudicati in contumacia.

Condanna a morte per Bashar e Maher al-Assad

Il tribunale ha riconosciuto responsabilità per omicidi, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità maturati nel contesto della repressione iniziata nel 2011.

Bashar al-Assad aveva governato la Siria dal 2000 fino alla caduta del regime nel dicembre 2024, quando l’avanzata delle forze ribelli pose fine a oltre mezzo secolo di dominio della famiglia Assad. Dopo la caduta di Damasco, l’ex presidente ha lasciato il Paese e si è rifugiato in Russia.

Il fratello Maher è stato per anni una delle figure più potenti dell’apparato militare siriano ed era alla guida della Quarta Divisione corazzata, unità accusata di gravi violazioni dei diritti umani durante il conflitto.

Pena capitale anche per Atef Najib

La stessa pena è stata inflitta ad Atef Najib, cugino di Bashar al-Assad ed ex capo della sicurezza politica nella provincia di Daraa.

Najib era stato arrestato nel gennaio 2025 ed era considerato una delle figure simbolo della repressione che contribuì ad accendere la rivolta siriana del 2011.

Il tribunale lo ha riconosciuto colpevole, tra gli altri reati, di omicidio, torture con esito mortale e uccisione intenzionale di minori, qualificando gli atti contestati come crimini contro l’umanità.

Daraa, l’origine della rivolta del 2011

Daraa è considerata la culla della rivolta siriana. Nel marzo 2011 l’arresto e le torture inflitte a un gruppo di ragazzi accusati di aver scritto slogan contro il regime alimentarono proteste popolari che furono represse con la forza.

La contestazione si trasformò progressivamente in una guerra civile durata quasi quattordici anni, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati.

La condanna rappresenta uno dei passaggi giudiziari più rilevanti dall’abbattimento del regime Assad e apre una nuova fase nel difficile percorso della Siria verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto.

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Libia, ucciso a Bengasi il capo dell’intelligence militare di Haftar

Il capo dell’intelligence militare della Libia orientale, Fawzi al-Mansouri, è stato assassinato a Bengasi con un ordigno nascosto nella sua automobile. Le autorità di Haftar hanno aperto un’indagine, ma l’attentato non è stato rivendicato e non sono stati indicati possibili mandanti.

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Il generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare delle forze della Libia orientale guidate da Khalifa Haftar, è stato ucciso a Bengasi nell’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile.

La morte dell’alto ufficiale è stata confermata dal Comando generale delle forze armate dell’Est e dal governo insediato a Bengasi, guidato da Osama Hammad e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti.

Al momento non risultano rivendicazioni attendibili e le autorità non hanno indicato pubblicamente sospetti, esecutori o possibili mandanti.

L’esplosione nella zona di al-Hawari

L’attentato è avvenuto lunedì sera nella zona di al-Hawari, nei pressi del quartiere e della moschea Sayyida Aisha.

Le prime immagini diffuse sui social network e rilanciate dai media libici mostrano un’automobile avvolta dalle fiamme lungo una strada secondaria. L’autenticità delle riprese è stata ritenuta compatibile con il luogo indicato dalle fonti locali.

Secondo l’agenzia di stampa libica Lana, al-Mansouri è stato colpito dopo essere uscito dalla preghiera serale. Il generale Khaled al-Mahjoub, responsabile dell’ufficio di orientamento morale del Comando generale, ha parlato di una “bomba adesiva” fissata alla vettura.

Due fonti della sicurezza citate dalla Reuters hanno invece collocato l’esplosione davanti all’abitazione dell’ufficiale. Le ricostruzioni concordano comunque sull’impiego di un ordigno nascosto nell’automobile.

La condanna delle autorità orientali

Il Comando generale ha definito l’uccisione un attentato terroristico, assicurando che i responsabili «non sfuggiranno alla punizione».

Il primo ministro dell’esecutivo orientale Osama Hammad ha chiesto agli apparati di sicurezza di chiarire le circostanze dell’assassinio, individuare gli esecutori e accertare l’eventuale presenza di mandanti, finanziatori o complici.

Anche il ministro della Difesa del governo di Bengasi, Ahmid Houma, ha promesso che il caso non resterà impunito.

Le definizioni e le accuse di terrorismo provengono dalle autorità della Libia orientale. In assenza di rivendicazioni o risultati investigativi, non è ancora possibile stabilire la matrice dell’attacco.

Una figura centrale dell’apparato di Haftar

Al-Mansouri era stato nominato nel 2024 alla guida dell’intelligence militare delle forze orientali, con il grado di generale. Rappresentava una delle figure più importanti dell’apparato di sicurezza costruito da Haftar a Bengasi.

Secondo al-Mahjoub, aveva partecipato all’operazione Karama, la campagna militare lanciata da Haftar nel 2014 contro gruppi armati islamisti e avversari politici presenti nell’Est della Libia.

Il portavoce militare ha collegato simbolicamente l’attentato alla stagione di assassinii che colpì Bengasi soprattutto tra il 2013 e il 2014, quando ufficiali, esponenti delle forze di sicurezza e personalità pubbliche furono bersaglio di numerosi agguati.

Le indagini e i timori per Bengasi

Le autorità orientali considerano l’attacco un tentativo di minare la sicurezza nelle zone controllate dalle forze di Haftar. Si tratta, tuttavia, di una valutazione politica e investigativa che dovrà essere sostenuta dalle prove raccolte.

Bengasi è il principale centro politico e militare della Libia orientale, contrapposta alle istituzioni di Tripoli riconosciute a livello internazionale. Negli ultimi anni Haftar ha consolidato il controllo sulla città e su gran parte dell’Est del Paese.

L’uccisione del responsabile dell’intelligence militare rappresenta uno dei più gravi attacchi recenti contro l’apparato di sicurezza orientale. Le indagini dovranno chiarire come sia stato possibile collocare l’ordigno nell’automobile di un ufficiale di così alto livello e se l’azione sia collegata a gruppi armati, reti terroristiche o conflitti interni. Al momento, nessuna di queste ipotesi risulta confermata.

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Gaza, Israele apre allo stop ai raid mirati: esclusi i responsabili del 7 ottobre

Israele sarebbe disponibile a negoziare lo stop alle operazioni mirate nella Striscia di Gaza, mantenendo però l’eccezione per i partecipanti all’attacco del 7 ottobre. Netanyahu respinge pubblicamente il piano del Board of Peace, mentre le trattative con Washington continuano e i raid risultano ridotti.

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Israele avrebbe comunicato alla Casa Bianca la propria disponibilità a negoziare la sospensione delle operazioni mirate contro esponenti delle organizzazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza. L’accordo non comprenderebbe però le persone indicate dalle autorità israeliane come partecipanti all’attacco del 7 ottobre 2023.

L’indiscrezione, diffusa da Canale 13 e rilanciata dal Times of Israel, non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano. La comunicazione sarebbe avvenuta durante il confronto con Washington sulla tabella di marcia per il disarmo di Hamas elaborata dal Board of Peace.

L’eccezione per il 7 ottobre

Israele intenderebbe continuare a ricercare e colpire quanti considera responsabili dell’attacco del 7 ottobre, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e altre 251 vennero prese in ostaggio.

L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno costituito un’unità speciale incaricata di identificare i partecipanti attraverso filmati, fotografie e sistemi di riconoscimento facciale. Alcuni sono stati uccisi durante la guerra, altri catturati e trasferiti in Israele.

L’eventuale sospensione riguarderebbe quindi le operazioni contro altri dirigenti o militanti palestinesi che non rappresentino una minaccia immediata. Non esiste ancora un’intesa formalmente sottoscritta.

Il piano respinto da Netanyahu

La proposta del Board of Peace prevede il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro graduale delle truppe israeliane e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione affiancata da una nuova polizia palestinese.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicamente respinto il documento in quindici punti, sostenendo che l’esercito non lascerà la Striscia fino alla completa consegna di tutte le armi di Hamas.

«Quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, quelle leggere, tutte le armi. Deve trattarsi di un disarmo reale, non fittizio», ha dichiarato Netanyahu.

Il contrasto riguarda soprattutto la successione delle diverse fasi. Il piano collega la consegna verificata delle armi a ritiri territoriali progressivi. Israele pretende invece garanzie più stringenti prima di arretrare dalle aree controllate.

Il negoziato resta aperto

Nonostante il rifiuto del premier, un funzionario del Board of Peace ha dichiarato che la tabella di marcia rimane operativa e che le discussioni con Israele proseguono.

Ogni fase dovrebbe essere avviata soltanto dopo la verifica degli impegni assunti sul terreno. Secondo il Board, Israele non sarebbe quindi chiamato a compiere passi irreversibili basandosi esclusivamente sulle promesse di Hamas.

Lo stesso Netanyahu ha confermato il confronto con Washington, spiegando che alcune proposte americane sono considerate accettabili e altre no.

Le testimonianze dei soldati

Alla distanza tra dichiarazioni pubbliche e trattative riservate si aggiungono le testimonianze raccolte da Canale 12 tra i militari israeliani impegnati nella Striscia.

«Nell’ultima settimana qualcosa di significativo è cambiato. Stanno cercando il più possibile di evitare attriti sulla Linea Gialla», ha raccontato un soldato rimasto anonimo.

La Linea Gialla indica la zona di controllo dell’esercito israeliano all’interno di Gaza, modificata più volte nel corso delle operazioni.

«Non vogliono che uccidiamo nessuno», ha aggiunto il militare. Un altro soldato ha sostenuto che, rispetto alla settimana precedente, sarebbe ora necessaria l’autorizzazione del capo di Stato maggiore per colpire una persona considerata una minaccia ma rimasta fuori dalle aree controllate da Israele.

La smentita dell’esercito

L’ufficio del portavoce dell’Idf ha negato che le regole d’ingaggio siano state modificate. Fonti della sicurezza israeliana avevano tuttavia riferito che le operazioni di eliminazione mirata non legate a pericoli immediati richiedono adesso l’autorizzazione preventiva del capo di Stato maggiore Eyal Zamir.

In precedenza sarebbe stata sufficiente l’approvazione del comandante meridionale o dei responsabili delle divisioni schierate nella Striscia.

Le operazioni israeliane a Gaza risultano sensibilmente ridotte dall’inizio di agosto, anche per effetto delle pressioni statunitensi. Questo rallentamento non rappresenta ancora un cessate il fuoco né prova l’esistenza di un accordo segreto, ma segnala che la proposta del Board of Peace sta già condizionando le decisioni operative.

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