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Minoranza Pd critica Zingaretti, ma lui va avanti con il M5s

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La minoranza del Pd di Base Riformista rilancia le critiche alla segreteria e il dubbio di un eccessivo “appiattimento” su M5s e Conte, ma il segretario Dem Nicola Zingaretti va avanti per la propria strada mettendo il primo mattone della alleanza del Pd con M5s proprio nella Regione da lui guidata. Poco dopo l’Assemblea della minoranza di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che in un documento avevo sottolineato il “rischio di un declino” del Pd, Zingaretti ha chiesto alla Direzione regionale Dem di approvare un documento che benedice l’alleanza M5s-Pd, un passaggio criticano dai due rappresentanti di Base riformista che non hanno partecipato al voto, Patrizia Prestipino e Claudio Moscardelli. Quando alle 13 si e’ riunita Base Riformista, in parte in presenza e in parte da remoto, ancora si discuteva del sondaggio trasmesso lunedi’ sera su La7 per il quale con Conte alla guida di M5s il Pd scivolerebbe al 14%, risultando il quarto partito. In tal senso le critiche sullo schiacciamneto della linea di Zingaretti e Bettini sull’ex premier e su M5s sono state numerose (tra gli altri Carmelo Miceli, Enrico Borghi, Alessia Morani, Emanuele Fiano, Rosa Di Giorgi). Solo un confronto “di rango congressuale” ha detto Guerini aprendo l’assemblea, che coinvolga i iscritti e i territori, puo’ ridefinire il profilo del Pd e il suo posizionamento nel Paese. Ma sul profilo riformista c’e’ scetticismo verso le intenzioni della maggioranza: quando Bersani lascio’ il Pd, ha detto Lotti, noi andammo da Cuperlo e da Orlando, a dirgli che il Pd e’ la loro casa; loro invece vorrebbero che noi ce ne andassimo, ci considerano una metastasi”. Un riferimento al un tweet di un militante che aveva definito in tal modo la minoranza, invitando Zingaretti a cacciarla dal partito. Nonostante questi toni la preannunciata rottura, con l’uscita dalla segreteria unitaria, non e’ avvenuta. Nella dichiarazione finale non si attacca Zingaretti con il quale occorre trattare per arrivare all’assemblea del 13 e 14 marzo con una intesa che almeno apra la possibilita’ di avviare le Assise in autunno. Nel documento si parla di “rischio di un declino del Pd e l’urgenza di un suo rilancio politico, identitario e programmatico che passi necessariamente” da un congresso, e si esorta a non farsi scippare l’Agenda Draghi in favore di altri partiti. Dalla maggioranza non si nasconde l’insofferenza, con Antonio Misiani che ha definito “stucchevole” il dibattito interno invitando, assieme a Michele Bordo e Anna Rossomando, a pensare alle priorita’ del Paese. Tra esse le politiche per la parita’ di genere che, chiede Cecilia D’Elia, il Pd deve portare al tavolo di Draghi, a partire da una legge sulla parita’ salariale. Ma e’ Zingaretti a fare un passo concreto intervenendo alla Direzione Dem del Lazio per perorare la causa di un documento che dia il via libera all’alleanza Pd-M5s nella Giunta da lui guidata: “La decisione di questi giorni guarda al futuro, anche alle scelte che dovremo fare – ha detto Zingaretti – l’obiettivo e’ dare stabilita’ a un sistema e rafforzare la competitivita’ della coalizione del centrosinistra”. Un approccio criticato da Prestipino di Base Riformista, per la quale il patto Pd-M5s semmai e’ “un recinto” che non permette di allargare all’elettorato piu’ avveduto e a quello moderato, con le elezioni di Roma e Virginia Raggi che incombono.

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Conte fa già il leader e dice che vuole “un M5s inclusivo, su di me ci sarà un voto”

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Non sarà “un’investitura dall’alto” a fare di Giuseppe Conte il leader del Movimento 5 stelle. L’ex premier lo spiega con chiarezza ai senatori pentastellati riuniti in assemblea. E non e’ un passaggio banale. Perche’ dalle fila parlamentari trapela in questi giorni piu’ di un malumore, per la fase di transizione al “nuovo M5s”. C’e’ agitazione per l’ipotesi di conferma del limite dei due mandati e trapelano richieste di chiarimento dopo l’annuncio di un nuovo sistema di quote da versare al Movimento, da 2500 euro al mese. Ma non sono questi i temi al centro del confronto lungo tre ore tra Conte e i senatori, si parla delle “nuove stelle”, i temi da porre al centro del Movimento, una scuola di formazione politica, una maggiore inclusione della societa’ civile e un’organizzazione piu’ strutturata soprattutto a livello locale. L’ex premier invece glissa sui due mandati e non cita neanche il dossier della vertenza aperta con l’associazione Rousseau. Quel che emerge dalle parole del leader in pectore del Movimento, spiegano i presenti, e’ che ci sara’ una nuova struttura del M5s che gestira’ alcuni servizi tra cui anche la scuola di formazione, una sorta di “Frattocchie” pentastellata, che Conte ha in mente per gli eletti. L’assemblea con i senatori – domenica mattina e’ in programma quella con i deputati – viene preceduta dall’invio di cinque linee guida al centro del dibattito per la “rifondazione” del Movimento. Darsi una “chiara identita’ politica”, con alla base principi e valori definiti; allargare gli orizzonti individuando i temi che caratterizzeranno le “nuove Cinque stelle”; creare un Centro di formazione, ben strutturato, che sia anche luogo di elaborazione di idee; l’apertura del Neo-Movimento alle iniziative di cittadinanza attiva con iniziative come forum e piazze di idee; un piu’ stringente raccordo tra l’organizzazione centrale e i territori, con figure di riferimento locali. Conte indica le sue priorita’ – l’ambiente, la giustizia sociale e l’inclusione, un nuovo modello economico – ma soprattutto si pone in ascolto dei parlamentari, che chiedono di essere coinvolti nel processo in atto e hanno lamentato la ‘distanza’ percepita dai vertici. “L’investitura di Beppe Grillo”, assicura l’ex premier, non basta a farne il nuovo leader: mandatemi proposte, chiede, voglio “ampio e franco confronto” che tuteli “la democrazia interna”. Annuncia anche che vedra’ gli amministratori locali e gli iscritti prima di chiudere la fase di ascolto. I senatori invocano la partecipazione alle scelte ed elencano le loro priorita’. Il ministro Stefano Patuanelli, che spinge nella direzione dell’alleanza con il Pd, invoca la definizione di un “perimetro politico chiaro” in cui collocarsi, a partire da “uguaglianza e giustizia sociale”. Ma il tema delle alleanze resta sullo sfondo, come quello del limite dei due mandati, per il quale diversi parlamentari vorrebbero deroghe. E Conte e’ attento a non entrare nel merito della vertenza aperta con l’associazione Rousseau, con la sempre piu’ probabile nascita di una nuova piattaforma on-line del Movimento. Vito Crimi ha annunciato intanto che una parte dei versamenti dei deputati andranno a finanziare la struttura del M5s. Il legame con la creatura di Casaleggio inizia a scindersi, il nuovo Movimento a guida Conte pian piano prende forma.

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Tensione Italia-Turchia, Erdogan evita l’escalation

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Il giorno dopo le parole di Mario Draghi, che commentando il sofagate al palazzo presidenziale di Ankara l’ha definito un “dittatore”, Recep Tayyip Erdogan resta in silenzio. La reazione rimane quella immediata e indignata dell’apparato diplomatico – con la convocazione ieri a tarda sera al ministero degli Esteri dell’ambasciatore italiano in Turchia, Massimo Gaiani – e della folta pattuglia di suoi scudieri nel governo e nel partito. “Se Draghi vuole vedere cosa sia una dittatura, deve guardare alla storia recente” del suo Paese “e lo vedra’ molto chiaramente”, ha rincarato oggi il vicepresidente turco Fuat Oktay, la voce istituzionalmente piu’ importante a tornare sulla vicenda. Eppure, almeno per ora, Ankara sembra aver puntato su un abbassamento del livello dello scontro. Il passo indietro chiesto con forza al nostro ambasciatore dal viceministro degli Esteri, Faruk Kaymakci, non c’e’ stato. Ma il plotone degli agguerriti media filo-governativi di Ankara ha sparato a salve e le vivaci proteste social – la piu’ diffusa con l’hashtag “non potete fermare Erdogan”, condiviso anche dal responsabile della comunicazione presidenziale – si sono perse presto nella rete. E nella sua unica uscita pubblica di giornata, all’inaugurazione di un museo a Istanbul, Erdogan non ha fatto cenno al caso. Dietro le quinte, la diplomazia rimane all’erta. Ma con il passare delle ore, le possibilita’ che le polemiche finiscano per sgonfiarsi cresce. A Roma, intanto, fonti di maggioranza interpretano le parole di Draghi come frutto del suo modo di esprimersi “schietto”. Uno stile comunicativo che si inquadra peraltro nel nuovo “asse semantico” tracciato dalla Casa Bianca nei rapporti con alcuni Paesi dell’area. Del resto, lo stesso Joe Biden – che prima di diventare presidente defini’ Erdogan “un autocrate” – non ha risparmiato toni duri nei confronti di Ankara nel suo intervento all’ultimo Consiglio europeo. Nessun dietrofront, dunque. Ma le parole del premier, sottolineano le fonti, non indicano un cambio di rotta con la Turchia, che resta un interlocutore strategico su molte sfide geopolitiche, dalla gestione dei flussi migratori alle tensioni in Medio Oriente e Libia. Le frasi di Draghi sono inevitabilmente rimbalzate anche in Europa, dove prevale pero’ la prudenza. “La Turchia e’ un Paese che ha un parlamento eletto e un presidente eletto, verso il quale nutriamo una serie di preoccupazioni, che riguardano la liberta’ di espressione, i diritti fondamentali, il sistema giudiziario, e con il quale cooperiamo in molti settori. Si tratta di un quadro complesso, ma non spetta all’Ue qualificare un sistema o una persona”, ha commentato la Commissione, ancora alla prese con il chiarimento per il sofagate che tarda ad arrivare tra Ursula von der Leyen e Charles Michel. Silenzio anche dalle principali cancellerie d’Europa. “Non commentiamo affermazioni di capi di Stato e di governo”, spiega da Berlino la portavoce di Angela Merkel. Le parole del premier italiano danno invece fiato ai critici piu’ accesi di Ankara. “Draghi ha ragione, sotto la guida del presidente Erdogan la Turchia si e’ allontanata dallo stato di diritto, dalla democrazia e dalle liberta’ fondamentali nell’ultimo decennio”, incalza il presidente del Ppe, Manfred Weber, secondo cui la Turchia “non e’ un Paese libero per tutti i suoi cittadini”. E anche in Italia non manca il sostegno al premier, dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni (“parole ferme e chiare”), al coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani (“che non siano rispettati certi diritti in Turchia e’ naturale e lo dicono tutti”), passando per Lia Quartapelle, capogruppo Pd in commissione Esteri della Camera (“Draghi ha detto come stanno le cose”) e Piu’ Europa, che respinge le lezioni turche di democrazia. Naturalmente d’accordo con il presidente del Consiglio anche la Lega di Matteo Salvini, che pero’ oggi ha rinviato un presidio davanti all’ambasciata turca a Roma. Ufficialmente “per motivi organizzativi”, ma c’e’ chi interpreta la decisione come una mossa per non esacerbare la situazione.

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Vaccini, Draghi: priorità agli over 75 e basta saltare la fila

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“Con che coscienza la gente salta la fila?”. La mette giu’ dura, Mario Draghi. Perche’, si stupisce, un 35enne non puo’ pensare di rubare la dose di vaccino a chi dal Covid rischia di essere ucciso, le persone fragili o over 75. Ad aprile, assicura, si potranno vaccinare tutti gli ultraottantenni e gran parte dei settantenni: l’obiettivo di 500mila dosi al giorno e’ ancora alla portata. Le Regioni virtuose, quelle che non permetteranno piu’ di saltare la fila e metteranno al riparo i fragili, potranno aprire prima. C’e’ la volonta’, assicura il presidente del Consiglio, “mia e del governo” di far si’ che “le prossime settimane siano di aperture e non di chiusure”. Una data precisa ancora manca, difficile dire se si iniziera’ ad allentare la morsa da semi-lockdown a fine aprile o dopo il 2 giugno, ma l’obiettivo e’ quello: dal turismo, alle fiere, bisogna iniziare a programmare. Nel frattempo, annuncia il premier, arrivera’ una nuova iniezione di aiuti all’economia, con uno scostamento di bilancio e un nuovo decreto Sostegni che varra’ piu’ del precedente: oltre 32 miliardi. “Riaprire in sicurezza”, questa la linea di Draghi, che annuncia una direttiva del generale Figliuolo per uniformare in tutto il Paese i criteri di vaccinazione dei piu’ anziani e piu’ fragili. Con al fianco il coordinatore del Cts Franco Locatelli, il premier rassicura su Astrazeneca: “Sono straordinariamente rare” le trombosi e chi vuole, anche sotto i 60 anni, puo’ fare quel vaccino. Il crollo di fiducia tra i cittadini, osserva il premier, e’ minore di quanto ci si potesse aspettare. Fuori pero’ c’e’ un Paese depresso e impaziente di ripartire. Non ignora, il presidente del Consiglio, che negli ultimi giorni sono sfociate in violenza le proteste di chi chiedeva di rialzare le saracinesche. “Naturalmente condanno la violenza”, premette. Ma aggiunge che e’ “normale” chiedere di riaprire: “E’ la migliore forma di sostegno all’economia, ne sono consapevole e capisco la disperazione e l’alienazione di chi protesta”. Quale l’orizzonte? Almeno “un mese di presenza” in classe prima della fine dell’anno. La programmazione di fiere ed eventi da maggio all’autunno. E il turismo, con l’obiettivo di portare in Italia i turisti americani ed europei che abbiano il passaporto vaccinale: bisogna farlo, spiega, imparando dall’esperienza delle isole greche o della Spagna, senza farsi bloccare da dubbi legittimi come quelli di discriminazione verso i cittadini non vaccinati. Draghi arriva in conferenza stampa dopo aver visto in mattinata Pier Luigi Bersani, che gli chiede di “aggiustare il percorso” e mettere ordine in una maggioranza ogni giorno piu’ litigiosa. Gli attacchi di Matteo Salvini a Roberto Speranza? “Ho detto a Salvini che di Speranza ho molta stima, l’ho voluto nel governo”, svela Draghi dopo aver parlato nel pomeriggio con il leader della Lega, che continua a suonare la grancassa delle riaperture. Poi il confronto con i presidenti di Regione e i rappresentanti dell’Anci, per parlare del Recovery plan (arrivera’ il 30 aprile) e provare a smussare rapporti non sempre facili. Alla fine, il premier si mostra “ottimista” sulla collaborazione: “Non esistono Regioni o Stato, esistiamo noi”, dice il premier. E nell’elencare le colpe dei ritardi della campagna vaccinale cita i contratti fatti male, le esportazioni non bloccate quando si doveva e le defaillance di chi, come Astrazeneca, si e’ “venduto due o tre volte le stesse dosi”. Certo, aggiunge, permettere a uno psicologo di 35 anni di vaccinarsi prima di un ottantenne e’ stato un errore. Ma niente attribuzioni di colpe specifiche alle Regioni. Anzi, l’incentivo a fare meglio, studiando un criterio che incorpori la direttiva Figliuolo tra i parametri per le riaperture e dunque permetta di allentare le restrizioni prima ai governatori che abbiano vaccinato gli anziani. Perche’ non conta la percentuale di popolazione vaccinata, ma quella delle persone fragili. Al ministro leghista Massimo Garavaglia che chiede di indicare il 2 giugno come data per riaprire tutto, il premier chiede di lavorare fin d’ora su turismo, eventi, fiere. Programmare e’ la parola chiave per un Paese che dovra’ continuare a vaccinarsi anche nei prossimi anni per contrastare le varianti Covid. Dunque, bisogna organizzare la produzione di vaccini e non si puo’ escludere lo Sputnik – che non e’ regolato da contratti Ue e su cui dunque si puo’ contrattare in autonomia – se in grado di frenare quelle varianti. E ancora, con il Recovery plan bisognera’ “cambiare tutto per diventare credibili”, a partire dagli investimenti. Mentre il prossimo decreto Sostegni dovra’ dare fiato all’economia con un’iniezione di ben oltre i trenta miliardi (50 miliardi, chiede Salvini). E si dovranno proteggere le aziende italiane anche con un rafforzamento del golden power. C’e’ spazio anche per la politica estera, nella conferenza stampa del premier, che attacca con durezza Erdogan e prende le distanze dai centri di detenzione dove vengono rinchiusi i migranti in Libia. Ma la prima missione che il presidente del Consiglio si da’ e’ iniettare “fiducia” nel Paese. “Riaprire, in sicurezza”: gia’ prima della fine di aprile si valutera’ se farlo. E se non bastera’ una delibera del Cdm, spiega il premier raccogliendo una critica, potra’ essere fatto anche con decreto.

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