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Politica

Milano, centrosinistra verso il dopo Sala: Majorino spinge per primarie e programma più radicale

Nel centrosinistra milanese si apre il confronto sul dopo Sala. Pierfrancesco Majorino propone primarie entro il 2026, coalizione ampia e un programma più radicale.

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Il dibattito sulla successione a Beppe Sala alla guida di Milano si accende prima del previsto. A smuovere le acque è stato l’intervento della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha riaperto una discussione che nel centrosinistra sembrava destinata a restare congelata almeno fino al dopo Olimpiadi.

Majorino: primarie entro il 2026

A entrare nel confronto è ora Pierfrancesco Majorino (nella foto Imagoeconomica in evidenza), capogruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale e membro della segreteria nazionale guidata da Elly Schlein. In un’intervista al Corriere della Sera, Majorino indica una linea chiara: primarie entro il 2026, una coalizione ampia e un programma più radicale per il futuro della città.

Nessun nome, ma un’agenda politica

Pur evitando di candidarsi esplicitamente, Majorino parla da “militante innamorato di Milano” e sottolinea la necessità di un confronto profondo sulle idee. La proposta di Scavuzzo viene letta come un segnale di continuità e di attenzione alla prospettiva, utile ad avviare una discussione collettiva sul futuro amministrativo della città.

I numeri come base di fiducia

Secondo Majorino, il centrosinistra parte da una posizione di forza, confermata dai risultati elettorali: la vittoria netta alle comunali del 2022, il buon risultato in città alle regionali del 2023 e l’ulteriore conferma alle europee del 2024. Dati che, avverte, non autorizzano presunzione, ma impongono maggiore responsabilità verso Milano.

Verso una scelta partecipata

La linea tracciata punta a una decisione condivisa e partecipata, con le primarie come strumento centrale per definire leadership e contenuti. Il messaggio è chiaro: il dopo Sala non può essere solo una questione di nomi, ma un progetto politico da costruire in anticipo, coinvolgendo partiti, alleati e cittadini.

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Politica

Attacco alla base Ali Al Salem in Kuwait, Tajani: “Non era contro gli italiani”

Dopo l’attacco alla base Ali Al Salem in Kuwait, Tajani rassicura: “Il bersaglio erano gli americani, non gli italiani”. Il governo monitora la situazione nel Golfo.

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L’informazione sull’attacco alla base di Ali Al Salem in Kuwait, dove operano anche militari italiani, ha raggiunto rapidamente i vertici istituzionali italiani.

Prima che la notizia diventasse pubblica, la comunicazione è arrivata per le vie brevi al presidente del Consiglio, ai ministri e anche ai leader delle opposizioni. Nel primo pomeriggio, chiariti i contorni dell’episodio, è intervenuto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha rassicurato sulla situazione.

Tajani: “Il bersaglio erano gli americani”

Secondo il titolare della Farnesina, l’attacco non era diretto contro il contingente italiano.

Il target nel mirino degli iraniani, ha spiegato Tajani in un intervento televisivo, sarebbero stati gli Stati Uniti e non i militari italiani presenti nella base.

Il ministro ha ribadito che l’Italia non intende modificare il proprio impegno nelle missioni internazionali: “Le nostre missioni continuano, non ci facciamo intimidire. Non è che arriva un drone e allora molliamo le nostre postazioni”.

Presenza italiana ridotta ma missioni confermate

Roma continuerà comunque a ridurre gradualmente la presenza italiana nell’area, una misura già avviata nei giorni scorsi sia per il personale militare sia per quello diplomatico.

Gli impegni internazionali dell’Italia, però, resteranno invariati. Allo stesso tempo il governo ribadisce che l’Italia non è entrata e non entrerà nel conflitto in corso nel Golfo.

Il governo segue l’evoluzione della crisi

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha informato immediatamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha mantenuto contatti costanti con i ministri durante tutta la giornata.

La premier avrebbe dovuto raggiungere Cortina per la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, ma il volo di Stato partito da Ciampino è stato costretto a rientrare dopo circa venti minuti a causa delle condizioni meteo che impedivano il proseguimento del viaggio.

L’attenzione delle istituzioni resta alta anche al Quirinale, dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella segue quotidianamente l’evoluzione della situazione.

Il nodo europeo: energia e rincari

La crisi nel Golfo sarà al centro anche dei prossimi appuntamenti europei.

Mercoledì al Quirinale si terrà la tradizionale colazione che precede il Consiglio europeo, mentre giovedì i leader dell’Unione discuteranno soprattutto delle misure urgenti per contrastare i rincari energetici legati alle tensioni tra Israele, Stati Uniti e Iran.

Tra le proposte avanzate dall’Italia c’è quella di sospendere temporaneamente il sistema Ets per il termoelettrico, ma la premier Meloni non sembra avere molti alleati pronti a sostenerla su questo punto.

Le richieste delle opposizioni

Nel frattempo il ministro Crosetto ha informato tutti i leader politici, di maggioranza e opposizione, per garantire condivisione e trasparenza sulla situazione.

Una comunicazione ritenuta però insufficiente da Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra, che chiedono un’informativa urgente in Parlamento.

“L’importante è che i militari italiani siano tutti in sicurezza e che l’Italia non entri in guerra”, ha dichiarato il deputato dem Stefano Graziano.

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Politica

Vannacci: “In Iran il cambio di regime non c’è stato. E dietro gli attacchi può esserci la partita energetica con la Cina”

Il generale Roberto Vannacci commenta la situazione in Iran: “Il cambio di regime non c’è stato”. E ipotizza una possibile motivazione energetica legata alla Cina.

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 Il generale Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale ed europarlamentare, interviene sulla situazione geopolitica legata all’Iran e agli attacchi che proseguono dalla fine di febbraio.

Parlando con i giornalisti a Montecatini Terme, prima del debutto del suo spettacolo dedicato al tema della remigrazione, Vannacci ha espresso dubbi sull’efficacia delle operazioni che avrebbero avuto come obiettivo il cambio del regime iraniano.

“Khamenei padre non c’è più, ma il figlio appare più estremista”

Secondo il generale ed eurodeputato, l’ipotesi di un cambiamento politico sostanziale a Teheran non si sarebbe realizzata.

Se l’obiettivo era quello di modificare gli equilibri al vertice della Repubblica islamica, sostiene Vannacci, il risultato non sarebbe stato raggiunto.

“Khamenei padre non c’è più, ma c’è il figlio, che sembra più estremista del padre. Allora qualcosa non va”, ha affermato.

L’ipotesi della partita energetica globale

Nel suo intervento Vannacci ha indicato anche una possibile chiave di lettura economica e geopolitica della crisi.

Secondo il parlamentare europeo, uno degli interessi in gioco potrebbe essere la destabilizzazione di un’area strategica dal punto di vista energetico. Si tratta di una regione fondamentale per l’approvvigionamento di idrocarburi, con implicazioni dirette anche per l’Europa.

Allo stesso tempo, ha osservato, l’area è cruciale per la Cina, che importa dall’Iran una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico.

Il ruolo della Cina negli equilibri energetici

Vannacci ha ricordato come Pechino dipenda in modo significativo dalle forniture energetiche provenienti da Teheran.

Secondo la sua ricostruzione, circa il 15% del fabbisogno di idrocarburi della Cina arriva dall’Iran e circa il 90% del petrolio esportato da Teheran sarebbe diretto proprio verso il mercato cinese.

Per questo, secondo il generale, dietro gli attacchi che continuano dal 28 febbraio potrebbe esserci anche una dimensione legata agli equilibri energetici e commerciali internazionali.

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Politica

Referendum giustizia, Rosato (Azione): «Meloni ha fatto una cosa normale, la riforma era anche nei programmi di Pd e Ds»

Ettore Rosato sostiene il sì al referendum sulla giustizia e difende la posizione di Meloni: «Riforma già nei programmi di Pd e Ds».

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Il deputato di Azione Ettore Rosato si schiera apertamente per il sì al referendum sulla giustizia e difende la posizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Rosato ha affermato che la scelta della premier è stata «normale, intelligente e razionale».

«Una riforma sostenuta da gran parte della politica italiana»

Secondo l’esponente di Azione, le ragioni del sì non sarebbero legate a uno schieramento politico specifico.

«Meloni ha spiegato che le ragioni del sì non sono di parte ma sono in continuità con le tesi che la stragrande parte della politica italiana ha sostenuto nel corso degli anni», ha dichiarato Rosato.

«Era anche nei programmi del centrosinistra»

Rosato ha inoltre ricordato che la riforma oggetto del referendum è stata sostenuta in passato anche da forze del centrosinistra.

«Questa è una riforma che stava anche nei programmi del Partito Democratico e dei Democratici di Sinistra», ha aggiunto il parlamentare.

Il dibattito politico sul referendum

Le dichiarazioni arrivano mentre il confronto politico sul referendum continua ad animare il dibattito pubblico.

All’interno dei diversi schieramenti non mancano posizioni differenziate, con esponenti del centrosinistra che hanno espresso opinioni diverse sul voto e sulle riforme del sistema giudiziario.

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