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Cronache

Mieli sul sondaggio per Ranucci: «Il mio contributo? Zero. Pensavo a Gratteri»

In un’intervista al Corriere della Sera, Paolo Mieli ridimensiona il proprio ruolo nel sondaggio pensato da Lavitola per Ranucci premier. Dice di non avere modificato il documento e di aver scoperto il nome soltanto dopo l’apertura dell’inchiesta.

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Paolo Mieli ridimensiona drasticamente il proprio coinvolgimento nel sondaggio con cui Valter Lavitola voleva valutare una possibile candidatura politica di Sigfrido Ranucci. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex direttore del quotidiano assicura di non avere scritto né modificato alcuna domanda e di avere scoperto soltanto successivamente che il personaggio indicato da Lavitola era il conduttore di Report.

Mieli affronta la vicenda con ironia, ma chiarisce con precisione tempi e modalità dei rapporti con Lavitola. Lo conobbe circa otto mesi prima, dunque dopo l’attentato del 16 ottobre 2025 contro Ranucci, durante una cena al ristorante Cefalù.

Gli incontri al Cefalù

A colpire inizialmente Mieli fu soprattutto l’accoglienza del proprietario e una porzione di spaghetti alle vongole servita senza gusci, aglio o spezie. Il Cefalù viene descritto come un ristorante nel quale Lavitola amava sedersi ai tavoli, raccontare le proprie avventure e presentare i numerosi frequentatori.

Mieli tornò diverse volte nel locale. In una sola occasione vi incontrò Ranucci, che peraltro conosce da anni e vede abitualmente negli studi Rai di via Teulada.

Con il tempo Lavitola prese l’abitudine di accompagnarlo a casa dopo cena, raccontandogli retroscena sul berlusconismo, Marcello Dell’Utri, Gianni Letta e gli anni trascorsi in carcere. Mieli spiega di avere ascoltato con interesse le storie politiche, mentre prestava molta meno attenzione ai progetti economici dell’imprenditore, come quelli sui crediti di carbonio.

Il misterioso candidato del centrosinistra

Una sera Lavitola gli parlò di un progetto per il centrosinistra e di una personalità che, a suo dire, avrebbe potuto battere tutti. Mieli gli chiese espressamente di non conoscere il nome, per evitare di essere associato all’operazione.

Non immaginò neppure che si trattasse di Ranucci. Era invece convinto che Lavitola stesse pensando al procuratore Nicola Gratteri.

L’imprenditore gli annunciò poi l’intenzione di realizzare un sondaggio e propose una riunione per discuterne. Mieli, non interessato a partecipare all’incontro, accettò soltanto di ricevere la bozza attraverso WhatsApp.

«Non scrissi una virgola»

Quando il documento arrivò, Mieli rispose immediatamente che andava bene, senza esaminarlo nel dettaglio e soprattutto senza proporre modifiche. Il suo contributo, assicura nell’intervista, fu pari a zero.

La ricostruzione differisce quindi da quella di una partecipazione congiunta di Mieli e Stefano Cappellini alla preparazione del sondaggio. Cappellini ha effettivamente inviato a Lavitola una griglia con alcune domande generiche; Mieli sostiene invece di non aver aggiunto nulla al testo ricevuto.

L’ex direttore afferma inoltre che Lavitola non gli parlò mai del presunto sondaggio americano che avrebbe attribuito al misterioso candidato percentuali eccezionali.

Il nome di Ranucci scoperto dopo l’indagine

Mieli collega per la prima volta Ranucci al progetto quando Lavitola gli invia lo stesso messaggio mandato a Cappellini, informandolo di essere indagato per l’attentato e scusandosi per gli eventuali danni d’immagine causati dalle loro frequentazioni.

Fino a quel momento, sostiene Mieli, non aveva mai saputo che il sondaggio fosse destinato a misurare le possibilità politiche del conduttore di Report.

La sua valutazione sull’operazione resta molto scettica. Ranucci avrebbe forse potuto interpretare il ruolo di un «Vannacci di sinistra», conquistando uno spazio elettorale limitato, ma soltanto rimanendo alleato di Elly Schlein e Giuseppe Conte.

«La politica è come una droga»

Mieli interpreta il progetto come il tentativo di Lavitola di rientrare nei circuiti del potere. Per chi ha vissuto a lungo dentro la politica, osserva, essa può trasformarsi in una dipendenza dalla quale è difficile liberarsi anche dopo esperienze dolorose.

Quanto alla permanenza di Ranucci a Report, l’ex direttore non formula una richiesta esplicita di dimissioni. Sottolinea però il rischio che l’esposizione televisiva, il consenso pubblico e la solidarietà ricevuta possano alimentare ambizioni politiche sproporzionate.

L’intera vicenda del sondaggio viene infine descritta come una commedia all’italiana dai risvolti tragici. Ranucci resta la vittima dell’attentato e, secondo gli atti giudiziari, non esistono elementi per ritenere che fosse a conoscenza del piano dinamitardo.

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Cronache

Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»

La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.

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«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.

Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.

«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».

Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.

«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»

Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.

L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.

All’inizio quasi come una ricompensa.

«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».

Gin e vodka.

Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.

Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.

Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.

«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».

«È il tuo party privato»

È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.

La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.

«È il tuo party privato», racconta Amenta.

Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.

«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».

Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.

Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale

Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.

La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.

Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.

«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».

È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.

Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.

«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»

Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.

«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».

Il percorso, però, è stato difficile.

Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.

Per adesso non è successo.

«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».

Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada

Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.

Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.

Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.

Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.

Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.

Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.

Persino senza aceto nell’insalata.

Non perché la battaglia sia terminata.

Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.

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Cronache

Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia

Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.

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Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.

Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.

Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.

Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni

La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.

Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.

La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.

Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.

È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.

Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.

Val d’Aveto, muore il copilota

Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.

Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.

La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.

Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.

Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.

Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore

Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.

Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.

Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.

L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.

Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.

Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza

Erice, Val d’Aveto, Brescia.

Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.

Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.

La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.

Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.

Una strada non sarà mai un autodromo

Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.

Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.

Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.

Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.

Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.

Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.

Non per mettere sotto accusa uno sport.

Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.

Non può diventare una roulette.

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Cronache

Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela

Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.

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Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.

L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.

Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.

Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.

«Un passo alla volta»

È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.

Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.

«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.

La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.

Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.

Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento

Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.

Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.

Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.

Il rientro in Italia può attendere

Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.

Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.

Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.

La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».

È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.

Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.

Per adesso, dunque, un passo alla volta.

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