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Mick Jagger in gravissime condizioni a New York, poche notizie certe della rock star della band leggendaria Rolling Stones

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Non ci sono conferme ufficiali. Ma dagli Usa arriva una notizia che desta preoccupazione e sconcerto.  La star dei Rolling Stones,  Mick Jagger, che ha costretto la band rock leggenda a fermare il suo “No Filter Tour” per dei problemi non meglio specificati di salute, avrebbe già subito a New York un intervento delicatissimo al cuore. Le notizie, a questo punto, si fanno più frammentarie.

La versione più accreditata e forse anche quella che in qualche modo crea preoccupazione è che Mick Jagger ha dovuto sostituire una valvola cardiaca già innestata sei anni fa e che non funzionava bene. Questo è quanto rivela Drudge Report che la accredita come notizia arrivata da fonte informata. In tal caso Jagger dovrebbe riprendersi, non senza qualche preoccupazione, completamente entro tre mesi. Solo dopo si potrà capire se tornerà sul palco entro l’estate o in inverno. L’altra fonte, che arriva da ambienti vicino alla macchina organizzativa del No Filter Tour, è che Jagger ha una grave patologia mitralica, la valvola d’ingresso del sangue per la parte sinistra del cuore presenterebbe un severa insufficienza che avrebbe messo in pericolo di vita la rock star leggendaria. I medici hanno riscontrato questa grave patologia cardiaca ad un esame approfondito prima dell’inizio del tour nord americano ed hanno immediatamente fermato Mick Jagger che in questo momento è in una clinica il cui nome è coperto da strettissimo riserbo.

Per capire quali siano le conseguenze delle due situazioni, occorre ricostruire il percorso effettuato dal sangue nel processo di pompaggio al cuore ed è quello che starebbero facendo i medici che stanno approfondendo gli studi prima di intervenire. Questa è la notizia più seria perché se fosse stato già operato, la sostituzione di una valvola non è di per sé un intervento operatorio così grave.

Sembra purtroppo che la patologia di Jagger sia molto più importante. La rock star sarebbe in terapia intensiva per problemi di pompaggio del sangue al cuore. Il sangue di Jagger non giunge al cuore attraverso il circolo polmonare dove il sangue si  arricchisce di ossigeno attraverso la valvola mitrale perchè, richiudendosi male la valvola avrebbe impedito che il sangue tornasse ai polmoni quando il ventricolo si contraeva per pompare il sangue nell’organismo mandandolo in edema polmonare. Insomma il pianeta del Rock è col fiato sospeso perchè tutti vorrebbero sapere quali sono le reali condizioni di salute du Mick Jagger e se e quando riprenderà l’ultimo tour dei Rolling Stones interrotto bruscamente perchè il leader del gruppo che ha fatto la storia del rock dagli anni Sessanta a oggi è letteralmente sparito dalla circolazione. Ufficialmente per un problemini di salute: la sostituzione di una valvola difettosa. In realtà per motivi molto più seri.

I Rolling Stones cancellano il “No Filter” tour negli Usa, Mick Jagger sta male

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Anastasio, ‘tradito’ dal Comandante annuncia la seconda versione di “Come Maurizio Sarri”

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Allora si chiamava Nasta e aveva dedicato al Mister del Napoli la sua canzone: “Come Maurizio Sarri”, un inno al Sarrismo, al Comandante … che gli portò fortuna. Così diventò Anastasio, a X Factor sbancò tutti ( e Sarri gli fece un video di auguri) ma adesso…

Il cantante di Meta di Sorrento, grande tifoso del Napoli affida ad Instagram le sue reazioni; appena iniziò a girare il nome di Sarrico e sostituto di Allegri ‘dimissionato’ annunciò che ci sarebbe stata una parte seconda della sua canzone. E Anastasio lo ha fatto. Eccola.

 

 

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“Brigante pe’ ammore”, il rapper Tueff racconta il Sud ingannato e canta l’autonomia con l’ottimismo di chi ha cuore napoletano e anima cosmopolita

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Tueff, al secolo Federico Flugi, è un rapper napoletano. Con il suo ultimo progetto, “Brigante pe’ ammore”, affronta temi quali la questione meridionale, il brigantaggio e l’autonomia. Racconta la storia della nostra terra, ma non guarda al passato con nostalgia. Tueff guarda al futuro con ottimismo e fa la sua parte per cambiare le cose. Nel 2015 è stato selezionato per il Premio Tenco nella categoria disco in dialetto e nel 2018 è vincitore del contest “Materiale Resistente 2.0” del MEI. 

Tueff, quando si è avvicinato per la prima volta alla cultura hip hop?

Se dovessi indicare un momento preciso non saprei farlo, ricordo però che da ragazzino guardavo con mio fratello i film americani degli anni ottanta legati alla cultura hip hop, in cui si vedevano i primi breaker e i primi writer. Erano gli anni del boom della cultura hip hop ed io ne rimasi affascinato, ma non avrei mai immaginato che da grande avrei fatto rap. La scena hip hop americana è diversa dalla nostra, lì c’è un mercato dell’underground ed è anche abbastanza esteso. Qui da noi non c’è lo stesso mercato, quindi è molto complesso per chi come me decide di non snaturarsi, credo sia una scelta coraggiosa.

Le foto in questo servizio sono state fornite dall’ufficio stampa dell’artista. Quelle in bianco e nero sono state scattate da Pino Miraglia. Quella di Tueff in evidenza è invece di Riccardo Piccirillo.

 

 

 

A più riprese si è parlato di lei come del rapper della questione meridionale. E´ una definizione che condivide?

E´ una cosa che mi accompagna da diversi anni e in cui mi ritrovo. Racconto la vera storia della nostra terra, ma non guardo al passato in modo nostalgico, auspicare un ritorno della monarchia sarebbe anacronistico. Probabilmente l’Italia andava unita, ma in modo diverso, senza spargimenti di sangue. Il rap poi si rivolge ad un pubblico di giovani, ragazzi che forse non si mettono a leggere i libri di Antonio Ciano o di Pino Aprile. Magari però trovano qualche citazione nei miei brani e, incuriositi, si vanno ad informare. Se anche un solo ragazzo prende coscienza della nostra storia attraverso le mie canzoni, sono contento, ho raggiunto il mio scopo. 

Sono usciti da poco i primi due singoli di “Brigante pe’ammore”. Cosa può dirci di questo progetto?

E´ un progetto realizzato insieme a Gianni Mantice, le musiche sono le sue. Un progetto che parla di meridionalismo, brigantaggio ed autonomia. Quando due estati fa il Vesuvio è stato colpito dagli incendi, sono andato come volontario per contribuire allo spegnimento dei roghi. Sono stato a Villa Dora, a Terzigno, nelle terre appartenute al Brigante Pilone. In “Brigante pe’ammore” parlo proprio di lui. Quando ho scoperto che mi trovavo nella terra che era stata sua, ho provato un’emozione molto forte; decisi quindi che il videoclip sarebbe stato girato lì. Abbiamo girato fra Terzigno, paese che mi ha poi conferito la cittadinanza onoraria, e Gaeta, un omaggio allo scrittore meridionalista Antonio Ciano, che peraltro compare anche nel video.

Chi erano i briganti? 

La parola brigante nella lingua italiana ha sempre avuto un’accezione negativa: il brigante è il pericoloso fuorilegge, il malfattore. I briganti in realtà difesero la propria terra dall’invasore. Durante la Seconda guerra mondiale i tedeschi furono scacciati dai partigiani, potremmo affermare che i briganti siano stati i nostri partigiani, collocati però in un contesto storico differente e con un finale diverso. La gente di Bologna, Faenza, Genova e di altre zone del Nord, ha un forte legame con la Resistenza ed i partigiani, forse per questo mi apprezzano parecchio da quelle parti, si rivedono nei miei racconti. Non a caso, il premio che ho ricevuto dal MEI per il contest “Materiale Resistente 2.0”, era dedicato al ricordo di Bruno Neri, un partigiano giocatore del Torino. 

Ci racconta il suo impegno civico a Terzigno che le è valso anche la cittadinanza onoraria?

A Terzigno mi ritrovai durante l’emergenza incendi di due anni fa a spalare e fare trincee per contenere le fiamme e in quell’occasione lavorai spalla a spalla col sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri. Nacque in quella circostanza un rapporto di stima e di amicizia. Il sindaco decise poi di conferirmi la cittadinanza onoraria, un riconoscimento di cui era stato insignito, prima di me, il grande James Senese.

Sappiamo che ha un tatuaggio con la targa della Mehari di Giancarlo Siani.

Sì, ho tatuato sul polpaccio la targa della Mehari verde di Giancarlo. Solo in seguito ho conosciuto Paolo Siani, grazie alla giornalista Natascia Festa del Corriere del Mezzogiorno. Quella Mehari Paolo non la da a nessuno, a me l’ha prestata per girare il videoclip di “Ogni vota”, un mio pezzo in cui parlo di Giancarlo Siani. L’abbiamo avuto solo io e Marco Risi questo privilegio. Sedersi in quella Mehari sotto il cielo di Napoli è stata un’emozione indescrivibile. Sono ricordi che porterò con me per tutta la vita, molto di più dei premi e dei riconoscimenti.

Cosa sogna per Napoli?

Sogno che i napoletani prendano coscienza della propria storia, dei propri valori. Sogno più cultura, perché essa è il motore del cambiamento. Un popolo ignorante invece è più facile da controllare. Prima di prendercela con la politica, prendiamo coscienza di chi siamo, della nostra storia: la cultura può essere la chiave di volta. Io sono ottimista, ma se vogliamo un futuro migliore per la nostra terra, ciascuno deve fare la propria parte. Ci vogliono inoltre politici che siano persone di cuore, in grado di anteporre gli interessi della collettività ai propri. Questo dovrebbe essere il senso della politica, mettersi al servizio della comunità, ma oggi di persone così ce ne sono sempre di meno.

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Milano

Il trionfo di Vasco a San Siro, sei concerti sold out: mai viste cose simili anche negli Usa per rock band

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Oltre 350.000 spettatori e sold out in tutte le sei date di San Siro. Sono i numeri da capogiro del tour milanese di Vasco Rossi. Il cantautore modenese colleziona un altro strepitoso successo dopo il record di Modena Park. E il contesto conferma la sua capacita’ di regalare forti emozioni a tre diverse generazioni. Anche l’ultimo show e’ stato un successo, una festa per tutti, dall’adolescente abituato ad ascoltarlo sullo smartphone all’anziano che lo riproduceva grazie al mangianastri. Claudio ha appena compiuto 30 anni, e’ un giovane imprenditore calabrese a Roma: “Sono venuto per onorare mio fratello Nico e papa’ Enzo che non ci sono piu’, grandissimo amante di Vasco”.

“Seguo Vasco da quando era agli inizi – dice Giovanni, 73 anni – mi ha accompagnato in tutta la mia vita, sono stato ad almeno 20 suoi concerti”. Rosa, invece, viene dalla Sicilia, accompagnata dalla sorella Angela, col pancione perche’ aspetta un maschietto: “Mio marito non poteva assentarsi dal lavoro, ma non ho resistito e siamo venute appositamente per presentare mio figlio Giovanni al Comandante”. E Vasco, a 67 anni ‘suonati’, appare come quei vini pregiati che, col passare del tempo, sono diventati ancora piu’ buoni. Col sorriso da ragazzo emozionato si esibisce come se non fosse la sesta sera in meno di due settimane: la voce e’ quella dei giorni migliori, in forma smagliante, capace di percorrere piu’ volte il palco lungo 100 metri. E per chi ha acquistato i posti piu’ distanti, nessun problema: con ben nove schermi sembra di stare all’interno di una regia in cui chiunque puo’ scegliere l’inquadratura che preferisce.

“In bocca al lupo a tutti, siete i piu’ grandi e vorrei abbracciarvi tutti” urla commosso al pubblico durante l’intro di ‘Canzone’, penultimo brano prima della chiusura, dedicata “a chi non c’e’ piu’ ma e’ sempre tra noi”. La chiusura e’ col botto, letteralmente, grazie ai giochi d’artificio che illuminano il cielo di San Siro: ‘Qui si fa la storia’, mai titolo fu piu’ azzeccato per questo straordinario tour, che avra’ una coda a Cagliari (18 e 19 giugno). I 6 concerti di Milano, inoltre, diventeranno un docu-concerto in onda su Canale 5 lunedi’ 17 giugno in prima serata. Si intitola ‘Siamo solo noi – 6 come 6′ ed e’ il racconto delle sei serate alla scala del rock con il commento di Vasco che in una intervista esclusiva con Giorgio Verdelli ripercorre la storia dei suoi 29 concerti nello stadio milanese in 29 anni.

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