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I Sentieri del Bello

Merry Ischia!, il Natale ha un fascino incredibile sull’isola più bella del Golfo di Napoli

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Il Natale è da sempre un periodo atteso e vissuto da tutti con trepidazione. In molti si affidano al conto alla rovescia. Per chi crede, e soprattutto per noi cristiani, è un momento fondamentale, nel quale si fa memoria della nascita di nostro Signore Gesù Cristo: la Salvezza donata al mondo. Per tutti però, anche per i più tiepidi e per gli atei, il Natale è un momento da vivere in modo speciale, gioioso, insieme agli affetti più cari: la propria famiglia e gli amici. Le grandi metropoli, come i piccoli paesi indossano l’abito della festa: le scintillanti luminarie, gli alberi addobbati, le musiche che allietano strade, piazze e negozi. Un caleidoscopio di colori e suoni, ma soprattutto di emozioni ed aspettative. Diciamo la verità: il Natale è anche l’occasione per lasciarci andare ad abbondanti e sostanziose libagioni, concedendoci volentieri un bicchierino in più e acquistando regali come se non ci fosse un domani.

Ma il Natale è anche l’opportunità, per molti, di concedersi una meritata vacanza. In questi ultimi due anni, le occasioni di viaggio sono state drasticamente ridotte a causa del Covid-19. Ma non sarà un piccolo organismo, per quanto infido, a privarci di amare la vita e di godere delle cose belle e buone. La nostra voglia di viaggiare, scoprire e assaporare è rimasta immutata e non appena le condizioni epidemiologiche lo hanno permesso, tutti abbiamo immediatamente programmato le nostre vacanze anche se brevi. L’attuale situazione in Europa e nel nord Italia, dal punto di vista pandemico, non è delle più felici e spostarsi verso alcuni paesi è divenuto più complicato per via delle restrizioni introdotte. Il nostro ottimismo, però, ci porta a scorgere in questa congiuntura, una luce sulle località balneari del sud Italia e in particolar modo sulle isole minori. Nel golfo di Napoli, l’isola d’Ischia, regina incontrastata non solo per le presenze record che registra ogni anno, ma soprattutto per la sua bellezza e per le sue innumerevoli risorse, si prepara ad accogliere i turisti anche per il periodo natalizio. Le numerose sorgenti di acque calde termali, che hanno reso famosa Ischia nel mondo, divengono forse ancora più attraenti con le temperature rigide invernali. Ischia è splendida da vivere e scoprire anche d’inverno. La cima dell’Epomeo, piccolo monte che sorveglia l’isola dai suoi circa 800 metri, in inverno è spesso celata dalle nubi, che l’avvolgono in un freddo abbraccio.

Con la complicità della tramontana o del grecale però, le nubi possono essere improvvisamente spazzate via e con una passeggiata di circa mezzora, partendo dal piccolo paesino di Fontana, è possibile raggiungere quella cima e godere di una vista impareggiabile sul Golfo di Napoli: il Vesuvio imbiancato, la penisola sorrentina e l’isola di Capri, si riveleranno allo sguardo incantato dell’avventore giunto fin lassù. Con l’aria resa tersa dal vento, sarà possibile anche scorgere ad Ovest, le isole pontine con Ventotene in primo piano a dar mostra di sé. Se il tempo è bello, non si può non approfittare per una visita ai “Giardini La Mortella”, in località Zaro, nel Comune di Forio, accompagnati da una guida naturalistica. Sono considerati, dagli esperti, tra i dieci giardini più belli al mondo e sono sorti per volere di Susana Valeria Rosa Maria Gil Passo, argentina, meglio conosciuta come “Lady Walton”, in quanto moglie del compositore inglese William Walton. È nel 1956, che Lady Walton dà incarico all’architetto paesaggista Russel Page di progettare il primo impianto del giardino. I Giardini la Mortella, dalla scomparsa della Signora Walton avvenuta nel 2010, sono gestiti da una Fondazione da lei voluta, si estendono su un territorio di circa due ettari e possono essere considerati, per la varietà e la ricchezza delle collezioni custodite, in parte rinnovate di anno in anno, un vero giardino botanico. Giungendo ad Ischia con l’aliscafo o con la nave, certamente non vi sfuggirà di notare sul versante orientale, un meraviglioso castello che si staglia in mezzo al mare, unito al resto dell’isola da un piccolo istmo di circa 220 metri. Vi sto parlando del Castello Aragonese, edificato a partire dal 474 a.C. su di un’isoletta composta da roccia trachitica, denominato inizialmente Castro Gironis, ovvero “castello di Girone”, in onore del suo fondatore, Girone il greco, conosciuto come il tiranno di Siracusa, a cui i Cumani regalarono l’isola per l’aiuto ricevuto nella battaglia navale contro i Tirreni nelle acque di Lacco Ameno. 

Al Castello, dopo aver attraversato il piccolo istmo, si accede attraverso un traforo di circa 400 metri, voluto da Alfonso V° di Aragona. Ed è proprio agli aragonesi che si deve la struttura attuale del castello, con una forma quadrangolare con quattro torri ed un “Maschio” costruito nel 1441 e che ricalcava la struttura del Maschio Angioino di Napoli. Il castello in passato ha ospitato anche tredici chiese, un monastero di Clarisse ed un’Abbazia. Quindi, che il tempo sia bello o brutto, non potete partire da Ischia senza averlo visitato.  Per raggiungere questa autentica meraviglia, sarete costretti ad attraversare il pittoresco borgo di Ischia Ponte, piccolo villaggio marinaro, che con le casette colorate e i suoi dedali di strade in pietra, rappresenta un vero gioiellino.

Lacco Ameno. L’albergo della Regina Isabella

“OSPITALITA’”| Per il prossimo Natale è pronto ad accogliervi il famoso e lussuoso Albergo della Regina Isabella, cinque stelle lusso, ubicato nella ridente cittadina di Lacco Ameno. L’albergo, costruito negli anni ’50 per volere del celebre editore e produttore cinematografico Angelo Rizzoli, divenne ben presto, il punto di riferimento cosmopolita delle serate glamour ischitane, ospitando personaggi famosi del jet-set internazionale. Ancora oggi è certamente la residenza preferita dai “vip” in arrivo sull’isola. All’interno dell’Albergo Regina Isabella è ospitato il rinomato “Ristorante Indaco”, una stella Michelin, magistralmente condotto dallo chef Pasquale Palamaro, che lo ha elevato a gustoso tempio della cucina di mare: “i ravioli genovese, gambero rosso e drangoncello” vi sorprenderanno! Ma l’isola d’Ischia è anche l’isola del buon bere.

Assolutamente degna di menzione è la Biancolella (una qualità tipica d’uva dell’isola d’ischia) “Vigna del Lume” delle Cantine Antonio Mazzella: un vino prodotto con uve coltivate in una tenuta a 100 metri sul livello del mare, su terreni vulcanici che regalano al vitigno una trama sapida. Una di quelle viticolture “eroiche” per la fatica, l’abilità e l’impegno che richiede la coltivazione di terreni impervi, a picco sul mare. La Biancolella Vigna del Lume è il premio: un vino bianco eccezionale, una Biancolella in purezza che emoziona, con i suoi potenti sentori di frutta, di pesca ed albicocca che s’intrecciano a reminiscenze floreali di ginestra e macchia mediterranea. Il “Vigna del Lume” è stato premiato per ben due volte al Vinitaly di Verona quale miglior vino bianco italiano (2017-2018) e nel 2018, le cantine Antonio Mazzella, ricevono anche il premio come migliore cantina dell’anno. Insomma, l’isola d’Ischia anche a Natale è capace di rivelarsi come uno “scrigno” pronto a riversare tutte le “gioie” in esso custodite, a chi la sceglierà come meta di vacanza. 

 

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Chef Palamaro presenta gli “spaghetti ricci non ricci”, il piacere per il palato e l’amore per il mare

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Il futuro!!! Se l’indimenticato Antonio de Curtis, in arte Totò, fosse ancora vivo, avrebbe detto: “Ohibò, che bella parola è il FUTURO”. É il misteriosa della vita, la parte più bella perchè è un mix di sentimenti di paura e anelito di speranza. Questo perché non sapremmo mai cosa ci aspetta nel nostro domani.

Volendo fare un riferimento alla mio vissuto, posso dire con manifesta gratitudine alla vita, che ogni qualvolta mi sono posto degli obbiettivi sulla base di sogni che hanno alimentato il cuore e la mente, sono poi riuscito, con il  tempo, a realizzarli. Sebbene dunque ero nel presente al momento dell’idea, mi sentivo già proiettato nel futuro per la sua realizzazione. Certo, è difficile anche solo pensare di programmare tutto per il futuro ma connotarlo della nostra impronta penso sia necessario.

Questo perchè, se si  riflette bene, il futuro rappresenta spesso l’espressione migliorata del passato. Mi sembra evidente che siamo sempre noi esseri umani a disegnare il futuro, sulla base di quello che viviamo.

Per fortuna, oggi l’uomo sembra stia acquisendo una maggiore coscienza ed un rispetto più profondo verso il pianeta. Ciò sta facendo sorgere il tentativo di costruire un futuro con un orientamento più sensibile all’ecosostenibilità. Lo si può scorgere nel tentativo di abbassare la produzione di plastica a favore di un materiale bio degradabile; l’ormai acclarata produzione di macchine elettriche  ecc. Ma ora, vediamo quanto questa sensibilità possa interessare il mio ruolo, il mio lavoro: la cucina, o meglio, l’essere un cuoco (quanto questa parola, vera e profonda, piaceva a Totò ).

Il nome del mio futuro si radica sull’attenzione verso il consumo, verso il profondo rispetto nei riguardi della materia prima e della sostenibilità dei prodotti.

Questa sostenibilità, nel mio caso come in altri settori,  può avvenire solo se riusciamo ad abbassare il consumo o lo spreco del cibo. Proprio questo concetto di consumo equilibrato mi ha fatto riflettere su  di un prodotto che nel periodo estivo viene fortemente sfruttato: il riccio di mare!

Mi sono dunque messo al lavoro e, quasi per caso, dopo aver ricevuto dal mio pescatore una sacca ormai rotta di uova di tonno  non più utilizzabile per la produzione della bottarga, ho notato che, al suo interno, la struttura delle uova era molto simile a quella dei ricci di mare benchè in una versione ben più grande.

Non potevo permettere, neanche lontanamente, che quel patrimonio marino non conoscesse la giusta valorizzazione. Mi sono dunque chiesto cosa sarebbe successo se avessi  cucinato le uova del tonno alla stregua delle uova del riccio. 

Alla domanda dunque: “cosa ne esce fuori”, la risposta è stata sorprendente. Il gusto ottenuto è molto simile a quello dello spaghetto tradizionale al riccio. Ovvio non si po’ pensare che sia lo stesso risultato (ma in cuor mio non volevo si producesse una replica ma una sorpresa). Esso infatti ha una percezione molto  simile, un ricordo innovativo di quello che è il piatto tradizionale. 

 

Proprio per questo,  ho voluto  proporre ai miei ospiti lo spaghetto “Riccio non Riccio”.

In questo modo, pur soddisfacendo a pieno il piacere del nostro palato, riusciremo anche ad abbassare l’incontrollato  consumo del riccio. Un’esplosione di sapore in ottemperanza alla genuina e ambiziosa visione di tutela ambientale.

Con ancora il profumo di quanto vi ho raccontato, non aggiungo altro se non l’invito, a tutti voi cari lettori, di un impegno profondo nell’indirizzare il futuro, ciascuno nell’ambito della propria dimensione e possibilità. Una cosa è certa: lavorando tutti insieme, di sicuro, si raggiungeranno risultati di certo più efficienti.

 

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Vincenzi, il boss degli habanos: vi spiego perchè il sigaro cubano è un lusso democratico trasversale

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Iniziamo l’anno con una intervista ad uno degli uomini simbolo, in Italia e nel mondo del complesso mondo del fumo lento. Andrea Vincenzi è il Presidente – C.E.O. di Diadema S.p.A, unica società distibutrice in Italia dei sigari Habanos e quindi della totalità delle marche di produzione cubana (Cohiba, Montecristo, Romeo y Julieta, Partagas e altri) nonché unico interlocutore ufficiale di Habanos s.a per il Belpaese.

Dopo aver conseguito la laurea in architettura ed aver avuto esperienze in studi urbanistici, si è lasciato rapire dalla passione per l’enogastronomia e il complesso mondo dell’enologia. Proprio nell’arricchire questo percorso di vita fra studi, viaggi ed esperienze varie, arriva a conoscere e coltivare rapporti con grandi personaggi degli anni ’90 quali Luigi Veronelli ed Alessandro Masnaghetti. Nasce in quegli anni la collaborazione con diverse riviste gastronomiche ed enologiche fino ad arrivare ad essere tra i redattori di alcune guide di settore tra cui quella de L’Espresso. La passione e la grande conoscenza del settore lo fa dunque diventare consulente per alcune aziende di distribuzione vini e distillati in Italia. Oggi è da considerarsi fra i più grandi collezionisti di vino Bordeaux. Per la sua storia ed esperienza sulle tavole dell’alta cucina ed elegante ristorazione è diventato amico di moltissimi chef stellati italiani e francesi. Il suo ruolo di Ceo di Diadema è nato se vogliamo per passione. Una passione comune ad altri giornalisti enogastronomi degli anni ’90 di cui Vincenzi era molto amico e frequentava. Una passione che portò alla nascita di “Torpedo“, la prima rivista totalmente indipendente dedicata ai sigari, al buon vino, alle letture e alla buona tavola. Gli amici di Vincenzi erano Alessandro Masnaghetti e Andrea Grignaffini ma anche Paolo Marchi, Paul de Sury, Luigi Cremona, Renato Fiorentini, Carlo Carlini. È quel che oggi potremmo definire un vero e proprio “parterre de roi” della enogastronomia nazionale. Su “Torpedo si scriveva di tutto ciò che ruotava attorno ad una tavola. “In fondo di ciò che facevamo noi: hotel e ristoranti stellati, grandi vini e distillati e… grandi Habanos. Fu tra l’altro grazie proprio a questa rivista, da noi totalmente autofinanziata e autoprodotta, che poi entrai in contatto con Andrea Molinari e Luca Gargano e da lì iniziarono a nascere belle idee che poi portarono a Diadema” spiega Vincenzi. La cui filosofia di vita riassume in una frase: “Non riesco nemmeno oggi a separare una bella tavola, un grande pranzo, una bella bottiglia, un gruppo di amici… da un buon sigaro”.

Ecco Vincenzi, che cosa rappresenta – a suo parere – il sigaro cubano nell’immaginario collettivo?

Credo un bene di lusso, aggiungo anche di nicchia. Ma alla fine non è esattamente così perché il sigaro cubano è totalmente democratico e trasversale: non è un momento destinato solo a pochi ricchi e fortunati nel mondo, per fortuna.

Che cosa rappresenta per lei?

Per me rappresenta una parte fondamentale della mia vita. Professionale chiaramente ma anche personale, fumando almeno cinque habanos ogni giorno.ss Più concretamente penso che l’Habano oggi sia uno dei pochissimi prodotti ancora naturali, originali e tradizionali che possiamo trovare in commercio: fatto a mano con foglie che vengono da processi naturali e che passano decine e decine di passaggi manuali e che vengono creati al 100% da antiche abilità manifatturiere. Trovatemi voi un prodotto uguale oggi sul mercato di ogni genere di prodotto.

Esiste un dato di riferimento che può indicarci quanti, tra gli appassionati di fumo lento nel mondo, sono prevalentemente consumatori dei soli puros cubani?

Non sono in grado di rispondere a questo dato con numeri precisi, ma per dare una idea, Habanos ha circa il 75% della quota di mercato nei Paesi in cui è distribuito, parlando di sigari fatti a mano.

Esiste un dato che invece esprima la preferenza del mercato dei soli collezionisti?

No, non possono esistere dati così precisi. Posso solo dire che varia un poco da quanto a mia conoscenza e seconda dell’area area geografica; principalmente si tratta del calibro dei sigari. A livello di brand invece ovviamente Cohiba la fa da padrone, ma Partagas, Romeo y Julieta e Montecristo sono ugualmente brand richiesti dai grandi collezionisti. Poi esistono eccezioni, vedi La Escepciòn … una marca che abbiamo commercializzato solo noi in Italia.

Quanto il covid ha inciso sulla produzione dei sigari a Cuba?

Tantissimo. E mi dispiace che il pubblico non lo abbia capito. Ci sono stati momenti in cui più della metà delle manifatture erano chiuse per la pandemia e ancora oggi qualcuna sta lavorando a ranghi ridotti, turni, ecc. Credo sia facilmente comprensibile: la pandemia non ha risparmiato nessuno.

Quanto ha inciso, se ha inciso,  il passaggio della proprietà del marchio Habanos ad una nuova proprietà di investitori asiatici?

Assolutamente niente: sarebbe assurdo pensare che i nuovi azionisti non abbiano avuto come priorità la produzione, i volumi, la qualità. Purtroppo anche loro hanno pagato un prezzo salato alla pandemia.

Il mercato italiano come si posiziona nel mondo?

L’Italia è ormai da anni tra i primi 10 Paesi al mondo a livello di commercializzazione dei sigari habanos.

Vi sarà una flessione nella distribuzione o un differente indirizzamento a seguito al cambio di proprietà di habanos?

Non ho informazioni in merito, ma non credo proprio. L’importante è che l’industria cubana riesca a recuperare l’efficienza e i volumi pre-pandemia.

Se si, quanto inciderà sul mercato italiano?

Qualsiasi problema produttivo si rifletterà eventualmente su tutti i mercati indistintamente (tutti gli appassionati lo sanno bene: negli ultimi dodici mesi non si trovavano tanti prodotti praticamente su tutti i mercati), ma io credo che il peggio sia passato e sono positivo.

In che modo le varie disposizioni antifumo, che hanno significativamente limitato l’uso e il consumo delle sigarette, hanno invece influenzato la fruizione dei sigari?

Non credo ci sia una relazione sinceramente.

Lei che è anche un profondo conoscitore del mondo dei vini, degli champagne e dell’alta cucina: ci può indicare un abbinamento cibo/vino/sigaro che ha trovato indimenticabile?

Non riesco a dare una ricetta o una indicazione perchè un sigaro, un vino, un piatto lo ricordi per una serie di ragioni: con chi hai condiviso quella determinata esperienza, dove lo hai fatta, che spirito avevi in quel momento ecc.“La miglior regola è non andar dietro alla regola” diceva il grande maestro Luigi Veronelli e questa frase la sposo in toto. Non esiste un abbinamento o un sigaro o un vino non replicabile a livello di esperienza degustativa.

Non le chiedo di svelare i progetti futuri di Diadema che rappresenta ma può dirci se nel breve termine sono in cantiere novità?

Abbiamo sempre progetti nuovi, ormai il pubblico di appassionati lo sa bene. E anche per il 2022 avremo alcune “chicche” che sono certo non mancheranno di stupire gli aficionados di tutto il mondo. Ovviamente ora non posso svelare nulla.

Chiudiamo con un aneddoto che le chiedo di ricordare e raccontare avvenuto nella magica isola di Cuba chiamata anche Isla Major.

Ne avrei forse mille ma al momento non ne ho in mente uno in particolare. Forse, visto il momento produttivo, ripenso a quando, durante i primi incontri nella vecchia sede di Habanos all’Avana, si parlava di cosa avremmo potuto ricevere in Italia nei mesi successivi. Ci dicevano A,B,C … e poi regolarmente ci arrivava G,F,Z …. Quando arrivava. E noi stessi a volte non capivamo esattamente perché alcuni sigari (i più vecchi appassionati lo ricorderanno) erano prodotti a mano, parzialmente a mano o addirittura a macchina. E sto parlando della stessa referenza! Quindi i presunti problemi di oggi mi fanno sorridere pensando alla fine degli anni ’90.

 

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Turismo responsabile e pesca sostenibile, così Domenico Schiano ci fa innamorare del mare d’Ischia

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Turismo sostenibile significa in primo luogo viaggiare in maniera responsabile e riscoprire l’essenza del viaggio stesso. Viaggiare non vuol dire semplicemente raggiungere una meta in cui rilassarsi e divertirsi, ma compiere un viaggio con la consapevolezza di dover rispettare gli equilibri di quel territorio e anche le sue fragilità.

Nell’etica del turismo sostenibile il viaggiatore e la popolazione locale entrano in contatto rispettandosi a vicenda ed influenzandosi. Il turista, immergendosi nella vita del luogo e “ascoltando” i ritmi della sua quotidianità, contribuirà anche al suo sviluppo futuro. In fondo il turismo è portatore di ricchezza: lo sviluppo sarà possibile se questa sarà indirizzata a sostegno e sviluppo delle attività locali, nonché alla salvaguardia del territorio e dell’identità del luogo ospitante.

Le isole, sono da sempre le mete turistiche più ambite, per la loro bellezza, per la loro particolarità, ma anche per la loro fragilità. L’elemento naturale che caratterizza maggiormente la vita di un’isola è il mare. Da sempre è l’immagine dell’infinito, dove lasciamo che anneghino tutte le nostre preoccupazioni e le nostre ansie. Il mare ti ammalia con il suo rumore, ti inebria con il suo odore e ti rapisce con la sua immensità. Come si fa a vivere senza il mare? Chi è nato e ha abitato su un’isola, lo cerca sempre con lo sguardo, perché è abituato ad esserne circondato. Lo ha dentro e il non vederlo gli procura astinenza. Il mare è libertà, uguaglianza e diversità, divide e allo stesso tempo unisce, è di tutti e di nessuno. È universo variegato di creature, che raccoglie e restituisce. Quando fai conoscenza con il mare, la tua vita, non sarà più la stessa.

Una giornata in mare. Celestino Iacono intervista Domenico Schiano

Di fronte al mare, la felicità diviene una cosa semplice. 

Oggi vi presento una persona che vive in simbiosi con il mare: Domenico Schiano. Un uomo, un padre, un pescatore, divenuto un’autentica star di Tik Tok, per le sue divertenti e illuminanti storie, nelle quali parla di rispetto, bellezza e diversità del suo amato mare. Siamo usciti in barca con lui, nel meraviglioso mare di Lacco Ameno. Ed è stata un’esperienza emozionante che speriamo di essere capaci di trasferirvi con questo video/servizio che abbiamo girato e montato per voi.

Buon mare a tutti!

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