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Politica

Meloni-Vannacci, la sfida a destra si gioca su migranti e sicurezza

Secondo il Telegraph, Giorgia Meloni starebbe rafforzando la propria linea su immigrazione e sicurezza anche per contenere Roberto Vannacci. Futuro Nazionale è accreditato di oltre il 7% e potrebbe diventare decisivo per gli equilibri del centrodestra, ma la maggioranza nega qualsiasi cambio di strategia.

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Immigrazione, sicurezza e identità nazionale diventano il terreno principale del confronto tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci. Secondo un’analisi pubblicata dal Telegraph, le ultime iniziative della presidente del Consiglio risponderebbero anche alla necessità di contenere la crescita di Futuro Nazionale, il partito fondato dall’ex generale nel febbraio 2026.

Si tratta di una lettura politica respinta dagli esponenti della maggioranza, secondo i quali la linea della premier è coerente con quella seguita dal Governo fin dal suo insediamento. Antonio Tajani ha definito Vannacci «irrilevante» per gli equilibri della coalizione.

Il messaggio con Frederiksen

L’ultimo segnale è arrivato dalla dichiarazione congiunta diffusa da Meloni e dalla premier danese Mette Frederiksen dopo la crisi migratoria di Ceuta. Le due leader hanno ribadito la loro contrarietà all’immigrazione irregolare, sostenendo che il fenomeno possa incidere sulla sicurezza, sui servizi pubblici e sulla fiducia dei cittadini.

Il messaggio è stato pubblicato dopo l’ingresso nell’enclave spagnola di decine di migliaia di migranti provenienti dal Marocco. Meloni continua inoltre a sostenere la creazione in Africa di centri destinati alle persone che non hanno ottenuto il diritto di restare nell’Unione europea, in attesa del rimpatrio.

Nella prospettiva del Telegraph, questa maggiore esposizione sui temi dell’ordine pubblico servirebbe anche a evitare che Vannacci possa presentarsi come l’unico interprete delle posizioni più rigide dell’elettorato di destra.

Futuro Nazionale sopra il 7%

Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane attribuiscono a Futuro Nazionale un consenso compreso indicativamente tra il 7,1 e il 7,6%. Fratelli d’Italia rimane nettamente il primo partito dell’area conservatrice, con una percentuale intorno al 26-27%, ma la presenza della nuova formazione potrebbe risultare decisiva nella costruzione delle future alleanze.

Alcune simulazioni indicano un vantaggio del centrosinistra qualora Vannacci corresse autonomamente. Un suo accordo con il centrodestra renderebbe invece la coalizione maggiormente competitiva. I sondaggi rappresentano comunque una fotografia del momento e non una previsione del risultato elettorale.

Il manifesto di Futuro Nazionale insiste su sicurezza, identità, famiglia tradizionale e “remigrazione”, termine impiegato per indicare politiche di rimpatrio su larga scala. Vannacci ha inoltre difeso il concetto di “patriarcato mediterraneo” e il ruolo degli “uomini forti” nella società.

I controlli per chi arriva dalla Spagna

Dopo la crisi di Ceuta, l’Italia ha temporaneamente introdotto controlli selettivi sui cittadini non comunitari in arrivo dalla Spagna per via aerea e marittima. Non si è trattato, dunque, di una sospensione generalizzata della libera circolazione per tutti i viaggiatori.

Madrid ha contestato la misura, ricordando che Ceuta non appartiene allo spazio Schengen e che i migranti arrivati nell’enclave non avevano raggiunto la Spagna continentale. Anche una parte dell’opposizione italiana ha giudicato i controlli prevalentemente simbolici e motivati dalla competizione politica interna.

Il Governo sostiene invece che il provvedimento risponda a esigenze di sicurezza e critica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di stranieri avviata dalla Spagna senza un preventivo coordinamento europeo.

Il dilemma per il centrodestra

La crescita di Vannacci pone un problema strategico alla maggioranza. Tenerlo fuori da un’eventuale alleanza potrebbe disperdere voti determinanti; coinvolgerlo rischierebbe invece di allontanare gli elettori moderati e di creare tensioni sulla politica estera.

L’ex generale ha infatti espresso posizioni critiche sul sostegno all’Ucraina e più favorevoli al dialogo con Mosca. Un orientamento distante dalla linea euroatlantica costruita da Meloni durante gli anni di governo.

Non è stato convocato alcun voto anticipato, ma la prospettiva di elezioni prima della scadenza naturale della legislatura alimenta già il confronto. La vera partita sarà capire se Futuro Nazionale resterà una forza autonoma oppure entrerà nel perimetro del centrodestra.

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Politica

Il caso Autogrill torna a dividere Conte e Renzi: nuove accuse e richieste di chiarimento

Nuove polemiche sul video dell’incontro all’Autogrill tra Matteo Renzi e l’ex dirigente dell’intelligence Marco Mancini. Al centro del caso c’è la ricostruzione secondo cui Giuseppe Conte avrebbe visionato le immagini quando era ancora a Palazzo Chigi. FdI chiede chiarimenti, mentre la vicenda complica ulteriormente i rapporti nel centrosinistra.

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Il caso dell’Autogrill di Fiano Romano torna a irrompere nel confronto politico e rischia di aggiungere un’altra frattura ai già complicati rapporti tra Matteo Renzi (foto Imagoeconomica) e Giuseppe Conte.

Al centro della nuova polemica c’è ancora il video dell’incontro del 23 dicembre 2020 tra Renzi e Marco Mancini, all’epoca dirigente dei servizi segreti, successivamente trasmesso da Report nella puntata «Babbi e spie».

Una vicenda che ebbe pesanti conseguenze politiche e professionali e sulla quale, a distanza di anni, continuano a emergere ricostruzioni e interrogativi.

La questione torna adesso d’attualità dopo quanto pubblicato dal Giornale, secondo cui Conte avrebbe visionato il filmato quando era ancora presidente del Consiglio, dunque prima che quelle immagini diventassero pubbliche attraverso la trasmissione di Rai3.

È questo il punto sul quale vengono chiesti chiarimenti all’ex premier.

Renzi e Conte, la vecchia guerra torna nel campo largo

Al Forum Teha di Cernobbio Renzi è presente, mentre Conte partecipa in collegamento.

Il leader di Italia Viva evita inizialmente di trasformare il caso nell’ennesimo scontro pubblico con l’ex presidente del Consiglio.

Ma la vicenda pesa inevitabilmente sui rapporti tra due leader che dovrebbero eventualmente ritrovarsi all’interno della stessa coalizione alternativa al centrodestra.

Perché l’Autogrill non è una vecchia polemica qualsiasi.

Quelle immagini mostrarono Renzi mentre incontrava Mancini in un’area di servizio sull’autostrada. Il filmato, realizzato da una donna presente sul posto, fu successivamente consegnato a Report e trasmesso il 3 maggio 2021.

Da allora non sono mai cessate le polemiche sulla genesi della registrazione, sulla sua circolazione e sul ruolo dei diversi protagonisti.

Il nodo del video visto da Conte

La nuova questione riguarda soprattutto la tempistica.

Conte in passato ha dichiarato di aver visionato quelle immagini quando si trovava ancora a Palazzo Chigi.

Ma la puntata di Report che rese pubblico il filmato andò in onda il 3 maggio 2021, quando alla presidenza del Consiglio c’era già Mario Draghi.

Da qui la domanda politica: come, quando e attraverso chi Conte avrebbe avuto accesso al video prima della sua diffusione televisiva?

È un interrogativo legittimo.

Diverso sarebbe trasformarlo automaticamente nella prova dell’esistenza di una regia politica o di un utilizzo degli apparati dello Stato contro Renzi.

Su questo, allo stato delle informazioni disponibili, non possono essere formulate conclusioni.

La vicenda Mancini

La storia dell’Autogrill ebbe conseguenze anche per Marco Mancini.

L’ex dirigente dell’intelligence lasciò successivamente il servizio. Attorno alla sua posizione si svilupparono polemiche anche sui rapporti con l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio e sulle prospettive di carriera all’interno degli apparati di sicurezza.

Renzi ha sempre sostenuto una lettura molto dura della vicenda, arrivando a parlare di un possibile «regolamento di conti tra settori dell’intelligence».

È la valutazione dell’ex presidente del Consiglio, non un fatto accertato.

Ed è proprio la distinzione tra ciò che è documentato e ciò che appartiene alle interpretazioni politiche a essere indispensabile in una vicenda che coinvolge servizi segreti, giornalismo e vertici delle istituzioni.

Fratelli d’Italia chiede spiegazioni a Conte

Sul caso è intervenuto anche il centrodestra.

Raffaele Speranzon, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, ha chiesto a Conte di chiarire se esistesse una presunta «regia occulta» capace di utilizzare apparati istituzionali per alimentare scoop giornalistici.

Anche Stefano Maullu, vicecapogruppo di FdI alla Camera, ha parlato di un possibile «utilizzo spregiudicato e politico degli apparati dello Stato».

Sono accuse politiche che necessitano di riscontri.

Ma la domanda relativa alla visione anticipata del filmato resta sul tavolo e può essere risolta soltanto ricostruendo con precisione la catena attraverso la quale quelle immagini circolarono prima della messa in onda.

Un’altra mina sotto il campo largo

La vicenda arriva mentre Conte e Renzi sono già molto distanti sul futuro del centrosinistra.

Da Agrigento, alla convention di Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, Conte ha attaccato il leader di Italia Viva sostenendo che Renzi non avrebbe «potenzialità espansiva» e ricordando la diffidenza che continua a suscitare in una parte dell’elettorato progressista.

È l’ennesimo segnale di un rapporto politico tutt’altro che ricomposto.

E proprio mentre il centrosinistra prova a costruire un programma comune, il ritorno dell’Autogrill riporta alla superficie una storia nella quale i due ex presidenti del Consiglio furono su fronti contrapposti.

Prima ancora di stabilire quali conseguenze possa avere sul campo largo, però, c’è una questione più semplice da chiarire.

Se Conte vide quel video mentre era ancora presidente del Consiglio, chi glielo mostrò, quando e perché?

Non serve immaginare complotti per porre queste domande.

Servono risposte.

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Politica

Cernobbio boccia il centrosinistra, poi Schlein convince e Renzi attacca gli imprenditori

A Cernobbio il sondaggio tra imprenditori e manager premia nettamente il governo e boccia l’opposizione. Schlein riesce però a conquistare parte della platea, mentre Renzi la provoca e incassa gli applausi. Resta il grande dubbio sulla capacità del centrosinistra di governare unito.

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La partenza è quasi una doccia fredda. Prima ancora che Elly Schlein, Matteo Renzi e Angelo Bonelli comincino a parlare, la platea di imprenditori e manager del Forum Teha di Cernobbio boccia pesantemente l’opposizione e promuove il governo.

Poi qualcosa cambia.

Schlein riesce almeno in parte a superare la tradizionale diffidenza di Villa d’Este nei confronti della sinistra. Renzi fa ancora di più: provoca la platea, accusa imprenditori e banchieri di essere rimasti in silenzio davanti alle scelte del governo e alla fine porta a casa uno degli applausi più forti.

Ma quando arrivano le domande riemerge il vero problema: il mondo produttivo non sembra temere tanto le singole proposte del centrosinistra quanto l’eventualità di una coalizione divisa che, una volta al governo, non riesca a decidere.

Il sondaggio è una mazzata per l’opposizione

A mostrare immediatamente il clima è il sondaggio realizzato tra i partecipanti al Forum.

Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, moderatore del confronto, presenta i risultati.

Sul giudizio nei confronti dell’esecutivo, in una scala da uno a nove, il 33% assegna al governo un sette, il 20% un otto e il 6,7% addirittura nove.

Per l’opposizione la fotografia è rovesciata.

Il 28% della platea assegna un tre, il 17% un quattro e soltanto percentuali molto ridotte si spingono dalla sufficienza in su.

Un divario che fotografa la distanza tra una parte importante del mondo imprenditoriale presente a Cernobbio e l’alternativa politica al centrodestra.

Schlein prova a sfatare il pregiudizio

Sul palco ci sono Schlein per il Pd, Bonelli per Avs e Renzi per Casa riformista. Giuseppe Conte interviene invece in collegamento.

Per la segretaria democratica la sfida è particolarmente delicata.

Schlein arriva in un ambiente nel quale viene spesso percepita come una leader più vicina alle battaglie sociali, sindacali e ambientaliste che alle esigenze dell’impresa. E prova a dimostrare che questa rappresentazione è troppo semplice.

A giudicare dalle reazioni della sala, almeno in parte ci riesce.

Gli applausi non sono travolgenti, ma risultano spontanei. E dalla platea arriva anche il riconoscimento della preparazione della segretaria Pd.

Questo non significa che gli imprenditori le risparmino le domande difficili.

Gianluca Garbi, amministratore delegato di Kruso Kapital, pone per esempio una questione molto concreta: come può il centrosinistra sostenere che servono più energie rinnovabili per ridurre il costo dell’energia e contemporaneamente incontrare difficoltà nelle autorizzazioni agli impianti in territori amministrati dalla stessa area politica?

È esattamente il tipo di contraddizione sul quale il mondo produttivo chiede risposte.

Renzi attacca la platea e si prende l’applauso

Matteo Renzi sceglie una strategia completamente diversa.

Comincia ricordando ironicamente che quando era presidente del Consiglio nei sondaggi di Cernobbio raccoglieva consensi intorno all’80%: «Ma poi ho perso il referendum».

Poi passa all’attacco.

Rinfaccia agli imprenditori e ai banchieri presenti di essere rimasti «tutti zitti» quando il governo è intervenuto nell’operazione con cui Unicredit puntava a Banco Bpm, sostenendo che in quella vicenda siano state violate le regole del mercato.

E allarga il ragionamento alla stagnazione italiana.

Secondo Renzi, le responsabilità non possono essere attribuite soltanto alla politica: riguardano anche quella classe dirigente diffusa composta da imprese, finanza, istituzioni e corpi intermedi.

Un’accusa pronunciata direttamente davanti ai destinatari.

E proprio Renzi, paradossalmente, raccoglie uno degli applausi più convinti della giornata.

La vera paura degli imprenditori: una coalizione che litiga

È durante le domande, però, che viene fuori il punto politico decisivo.

Il problema per una parte della platea non è soltanto cosa proponga Schlein, cosa pensi Conte o quali siano le idee economiche di Renzi.

La domanda è molto più semplice: queste forze riuscirebbero davvero a governare insieme?

Riccardo Cavanna, presidente dell’associazione europea dei costruttori di macchine per il packaging, mette sul tavolo proprio le questioni sulle quali le diverse anime del centrosinistra mantengono posizioni differenti.

Schlein non nega l’esistenza delle distanze.

Sostiene però che il lavoro per arrivare a un programma comune sia ormai entrato nel vivo.

Ed è probabilmente questa la prova decisiva che il centrosinistra dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Non basta presentarsi uniti contro Giorgia Meloni.

Bisogna convincere elettori, imprese e mercati che Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e area riformista possano sottoscrivere alcune scelte fondamentali e soprattutto rispettarle quando arriva il momento di governare.

Il sondaggio di Cernobbio dice che, almeno davanti a quella platea, questa fiducia oggi non c’è.

Schlein e Renzi sono riusciti a conquistare qualche applauso.

Conquistare la credibilità necessaria per trasformare il campo largo in un’alternativa di governo sarà molto più difficile.

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In Evidenza

Schlein: «Se si vota a maggio siamo pronti». Ma nel centrosinistra è già scontro su Renzi

Il centrosinistra comincia a prepararsi all’ipotesi di elezioni anticipate. Schlein: «Se si vota a maggio siamo pronti». Renzi propone un contratto di coalizione, mentre Conte ribadisce la diffidenza verso Italia Viva. Prima il programma, poi la partita sulla leadership.

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E se Giorgia Meloni decidesse di portare l’Italia alle urne già a maggio? «Siamo pronti», risponde Elly Schlein dal Forum The European House – Ambrosetti di Cernobbio. Subito dopo, però, precisa: «Non dipende da noi».

Il centrosinistra comincia così a ragionare concretamente sulla possibilità di elezioni anticipate e prova a mettere in ordine le priorità: prima il programma, poi eventualmente le primarie per scegliere la leadership.

Sulla carta la strada è tracciata. Nella pratica, molto meno.

Perché mettere insieme Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva e le altre componenti dell’area alternativa al centrodestra significa trovare una sintesi su politica estera, difesa, economia, lavoro, energia e politica industriale. E significa soprattutto risolvere una questione politica che continua a riemergere: Matteo Renzi sta dentro o fuori dalla futura coalizione?

Renzi propone il «contratto alla tedesca»

A Cernobbio l’ex presidente del Consiglio prova ad accelerare.

Renzi non parla di «campo largo», espressione che a suo giudizio comprende soltanto Pd, M5S e Avs, ma di centrosinistra. E propone un «contratto alla tedesca»: utilizzare il tempo che separa dalle elezioni per mettere nero su bianco proposte concrete, sottoscritte da tutte le forze della coalizione.

Una sorta di patto preventivo: stabilire prima cosa fare insieme per evitare di scoprirlo dopo le elezioni.

L’idea non entusiasma Angelo Bonelli.

«A me non pare una novità, per noi il programma è fondamentale», osserva il leader di Europa Verde, aggiungendo una battuta tutt’altro che casuale: «Eviterei di fare riferimenti ai tedeschi, quello che sta succedendo in Germania non mi affascina».

Schlein: il programma si costruisce fuori dai palazzi

Elly Schlein evita invece di entrare direttamente nella disputa.

«Settembre è il mese in cui si entra nel vivo della costruzione del programma», spiega la segretaria del Pd.

Il metodo, secondo Schlein, dovrà essere aperto: niente trattative soltanto nelle stanze dei partiti, ma confronto con mondo produttivo, sindacati, terzo settore e società civile.

E la leader democratica ricorda che l’opposizione non parte da zero, perché negli ultimi anni Pd, M5S e Avs hanno già condiviso diverse battaglie parlamentari e politiche.

Rimane però da capire quanto larga potrà realmente diventare la coalizione.

Conte chiude ancora la porta a Renzi

Se Schlein cerca di tenere insieme tutti, Giuseppe Conte continua a mostrare una forte diffidenza nei confronti di Renzi.

Intervenendo in collegamento da Agrigento, il leader del Movimento 5 Stelle evita formalmente la polemica personale ma il giudizio politico è chiarissimo.

Conte guarda con interesse al progetto civico di Alessandro Onorato, che definisce un movimento «nuovo, dal basso e innovativo», capace di valorizzare le esperienze amministrative.

Su Italia Viva, invece, arriva la stoccata.

«Con tutto il rispetto per il partito di Renzi, mi sembra che da anni sia fermo a quella percentuale e non vedo una grande potenzialità espansiva», afferma Conte. E aggiunge: «Molte persone continuano a diffidare della sua presenza».

È probabilmente questo, più delle formule organizzative, uno dei problemi politici principali della futura alleanza.

Prima il programma, poi la leadership

Sulle primarie, almeno per il momento, Pd e Movimento 5 Stelle evitano lo scontro.

Schlein non apre la partita. Conte rinvia: «Questo è il momento del programma. Il momento delle primarie verrà poi».

Tradotto: prima bisogna stabilire se esiste davvero una coalizione, soltanto dopo si potrà decidere chi dovrà guidarla contro Meloni.

Carlo Calenda, invece, non era a Cernobbio. Il leader di Azione aveva declinato l’invito in polemica con il Forum per lo spazio riservato a Roberto Vannacci.

Difesa europea, prove di convergenza

Sul programma emergono comunque alcuni terreni sui quali una sintesi appare possibile.

Uno è la difesa.

Schlein contesta una corsa al riarmo condotta separatamente dai 27 Paesi europei e propone di procedere verso una vera difesa comune e, in prospettiva, un esercito europeo.

Secondo la segretaria del Pd, accettare l’obiettivo del 5% del Pil per la difesa senza costruire contemporaneamente una capacità militare europea comune significherebbe soprattutto «comprare più armi da Trump».

Anche Renzi sostiene che la spesa per la difesa debba essere organizzata a livello europeo.

Conte utilizza una formulazione più prudente, ma individua un terreno comune: «Ci ritroviamo tutti d’accordo sul fatto che l’Europa e l’Italia non si avvantaggiano di una escalation e di una politica di riarmo».

Conte propone il fondo sovrano, Schlein punta sull’intelligenza artificiale

Sul terreno economico Conte rilancia invece la proposta di un fondo sovrano nazionale di sviluppo, costruito valorizzando asset pubblici inutilizzati e una parte del grande risparmio privato italiano.

Una delle destinazioni potrebbe essere proprio l’innovazione tecnologica.

Ed è sull’intelligenza artificiale che Schlein lancia l’allarme: «Rischiamo di perdere un treno clamoroso».

La segretaria Pd guarda in particolare allo sviluppo degli umanoidi e rilancia la proposta del Nobel Giorgio Parisi di creare un grande centro europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern.

Le idee, dunque, cominciano a emergere.

Manca ancora il passaggio più difficile: trasformarle in un programma comune sottoscritto da partiti che su alcuni temi continuano ad avere posizioni molto differenti.

E soprattutto decidere chi deve stare dentro la coalizione.

Perché prima ancora di scegliere il candidato che dovrà sfidare Giorgia Meloni, il centrosinistra deve rispondere a una domanda apparentemente più semplice: chi è, oggi, il centrosinistra?

 

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