Politica
Meloni furiosa dopo il voto sulle preferenze: governo in riflessione, ma il Quirinale non è sul tavolo
Dopo la bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze, Giorgia Meloni apre una fase di riflessione. Secondo ricostruzioni provenienti da ambienti di governo, la premier aveva evocato anche il Quirinale in caso di sconfitta, ma da Palazzo Chigi escludono al momento iniziative drastiche.
La bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle preferenze apre una fase delicata per il governo e per la maggioranza. La sconfitta, maturata a scrutinio segreto per un solo voto, avrebbe provocato una forte irritazione nella presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ora impegnata in quella che fonti dell’esecutivo definiscono una fase di “attenta riflessione”.
Alla vigilia della votazione, secondo quanto riferito in ambienti di governo, Meloni avrebbe fatto arrivare agli alleati un messaggio molto netto: se la maggioranza fosse stata battuta sulle preferenze, avrebbe potuto valutare di recarsi al Quirinale.
Non è chiaro se si trattasse di una pressione estrema per tenere compatta la coalizione o della rappresentazione di una reale intenzione politica.
Nessuna crisi automatica
Dal Quirinale la situazione viene osservata con attenzione, ma senza interventi diretti. Formalmente, infatti, il governo non è stato battuto su una questione di fiducia. La sconfitta riguarda la maggioranza su un emendamento parlamentare e non determina automaticamente l’apertura di una crisi.
Per questo, allo stato, non esistono passaggi istituzionali obbligati. Restano però possibili diversi scenari: un chiarimento tra i partiti della coalizione, un confronto parlamentare o, nell’ipotesi più estrema, una crisi politica capace di condurre a elezioni anticipate.
Quando, intorno alle 21.30, Meloni ha lasciato Palazzo Chigi, fonti vicine alla premier hanno tuttavia escluso che una visita al Quirinale fosse imminente. La linea indicata sarebbe quella della “responsabilità di governare il Paese”.
Il timore dei franchi tiratori
La premier sarebbe rimasta particolarmente colpita dalle dimensioni della defezione interna. Secondo i primi calcoli informali, alla maggioranza sarebbero mancati circa trenta voti.
È questo l’elemento che avrebbe trasformato una sconfitta parlamentare di misura in un problema politico più ampio. Il risultato finale, 188 voti contrari e 187 favorevoli, ha infatti mostrato che una parte consistente del centrodestra non ha sostenuto l’emendamento, oppure non ha partecipato alla votazione.
Dopo il verdetto dell’Aula, il ministro Francesco Lollobrigida, che aveva seguito per tutto il pomeriggio i lavori a Montecitorio, si è confrontato con il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. Quest’ultimo ha subito assicurato che il percorso della legge elettorale proseguirà.
Anche il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha avviato una verifica interna con i dirigenti del partito.
Una riforma su cui Meloni aveva investito
La reintroduzione delle preferenze rappresentava uno storico obiettivo politico della presidente del Consiglio. Nelle ultime settimane Fratelli d’Italia aveva lavorato a lungo per superare le resistenze degli alleati, arrivando a una mediazione con Lega e Forza Italia.
Proprio per questo la bocciatura assume un peso che va oltre il contenuto tecnico dell’emendamento. La sconfitta si aggiunge alle difficoltà incontrate dal progetto del premierato e alle tensioni già emerse nel centrodestra sulle riforme istituzionali.
Meloni aveva scelto di esporsi pubblicamente poche ore prima del voto, chiedendo alle opposizioni di rinunciare allo scrutinio segreto. Una scelta che, secondo alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia, avrebbe rivelato il suo pessimismo sull’esito della votazione.
Vertice rinviato per evitare decisioni a caldo
Nelle ore successive si sono rincorse le voci di un vertice urgente di maggioranza. I dirigenti più esperti, tuttavia, avrebbero suggerito di evitare un confronto immediato, per non trasformare la tensione in una rottura politica.
La priorità sembra essere quella di capire chi abbia votato contro l’emendamento e se le defezioni siano state il risultato di iniziative individuali oppure di una scelta politica organizzata.
Solo dopo questa verifica si potrà stabilire se la bocciatura rappresenti un semplice incidente parlamentare o uno spartiacque nei rapporti tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.
Le voci sulle elezioni anticipate
Negli ambienti politici circola anche l’ipotesi di un possibile voto anticipato in autunno. Al momento, però, non emergono elementi concreti che dimostrino l’esistenza di una decisione già maturata.
Anche l’acquisto da parte del Viminale di materiale elettorale — 90mila boccette di inchiostro per timbri e 135mila matite copiative — non può essere considerato un indizio decisivo. Si tratterebbe, infatti, di una normale procedura amministrativa effettuata periodicamente in vista delle consultazioni elettorali.
La crisi, dunque, non è formalmente aperta. Ma il voto sulle preferenze ha evidenziato una frattura politica che Giorgia Meloni e i suoi alleati dovranno ora chiarire.
Politica
Ceuta, bloccata una troupe del Tg2: caso politico sui controlli spagnoli
Una troupe del Tg2 guidata da Lorenzo Lo Basso sarebbe stata bloccata a Ceuta per la mancanza di una certificazione doganale relativa ad auto e telecamera. Unirai denuncia controlli eccessivi, mentre esponenti del centrodestra evocano la censura. Manca ancora la versione delle autorità spagnole.
Una troupe del Tg2 guidata dall’inviato Lorenzo Lo Basso sarebbe stata sottoposta a controlli rafforzati al suo arrivo a Ceuta, l’exclave spagnola in Nord Africa. Auto, telecamera e attrezzature professionali sarebbero state trattenute durante la notte per la mancanza di una certificazione doganale.
A denunciare l’episodio è Unirai Figec, che ha espresso preoccupazione per il comportamento delle autorità spagnole. Al caso si sono aggiunte le reazioni politiche di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che hanno evocato un possibile tentativo di ostacolare il lavoro giornalistico. Al momento, tuttavia, non risultano elementi sufficienti per qualificare l’accaduto come censura.
La ricostruzione di Unirai
Secondo il sindacato, dopo essere sbarcati di notte i componenti della troupe avrebbero mostrato i passaporti italiani, ma sarebbero stati sottoposti a verifiche supplementari.
Le autorità avrebbero richiesto una certificazione relativa all’automobile e alla telecamera. I giornalisti hanno spiegato di non esserne in possesso perché, durante una precedente trasferta avvenuta pochi giorni prima, non sarebbe stata richiesta alcuna formalità analoga.
Non sarebbe stata accettata neppure la proposta di lasciare temporaneamente i passaporti come garanzia. La troupe avrebbe quindi dovuto abbandonare il veicolo e le attrezzature, restando a piedi durante la notte e rischiando di non riuscire a realizzare il servizio previsto per il giorno successivo.
Unirai sostiene che i controlli rafforzati starebbero interessando soprattutto i cittadini italiani e rappresenterebbero una minaccia alla libera circolazione in Europa. Questa circostanza, però, necessita di conferme da parte delle autorità spagnole.
Il particolare regime doganale di Ceuta
Ceuta è territorio spagnolo e appartiene all’Unione europea, ma non rientra nel territorio doganale dell’Ue e non applica la disciplina europea ordinaria su Iva e accise.
Per questo motivo l’ingresso di automobili e attrezzature professionali, comprese telecamere e mezzi destinati alle produzioni televisive, può essere sottoposto a specifiche procedure di ammissione temporanea e alla presentazione di documenti doganali.
La circostanza potrebbe spiegare la richiesta di una certificazione, ma resta da chiarire perché la stessa documentazione non sarebbe stata domandata durante la precedente trasferta della troupe e se le modalità del controllo siano state proporzionate.
Gasparri e Filini parlano di censura
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha espresso solidarietà a Lo Basso, chiedendosi se l’episodio possa rappresentare un tentativo di censura da parte del governo di Pedro Sánchez.
Più netto il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, che ha accusato il premier spagnolo di bloccare i giornalisti italiani anziché contrastare gli ingressi irregolari a Ceuta. Filini ha inoltre sollecitato una presa di posizione delle opposizioni italiane.
Si tratta, allo stato, di valutazioni politiche. Per stabilire se sia stato un controllo doganale applicato rigidamente, un disguido amministrativo oppure un ostacolo ingiustificato al diritto di cronaca sarà necessaria la versione delle autorità spagnole.
Politica
Attentato a Ranucci, i legali di Cangiano: «Lavitola smentisce le accuse di Report»
Gli avvocati Luigi Petrillo e Sara Petella accusano la puntata “Il cantiere dei misteri” di aver indicato ingiustamente il deputato Girolamo Cangiano come possibile mandante dell’attentato a Ranucci. La denuncia per diffamazione è ancora all’esame della Procura.
Le dichiarazioni rese da Valter Lavitola sul proprio ruolo nell’attentato contro Sigfrido Ranucci smentirebbero le ricostruzioni che avevano coinvolto il deputato casertano di Fratelli d’Italia Girolamo Cangiano. A sostenerlo sono i suoi avvocati, Luigi Petrillo e Sara Petella.
In una nota, i due penalisti tornano sulla puntata di Report del 19 aprile scorso, intitolata Il cantiere dei misteri, definendola «infarcita di gratuite falsità».
La contestazione sulla lettera anonima
Secondo i legali, la trasmissione avrebbe preso spunto da una lettera anonima per presentare Cangiano come possibile mandante dell’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report.
Gli sviluppi dell’inchiesta, sostengono gli avvocati, avrebbero invece indirizzato le contestazioni verso Valter Lavitola, che durante l’interrogatorio di garanzia ha ammesso, secondo quanto riferito dal suo difensore, di aver commissionato l’azione.
Petrillo e Petella denunciano inoltre che la puntata è ancora disponibile su RaiPlay.
La denuncia per diffamazione
«Attendiamo con fiducia che la Procura di Roma completi in tempi brevi il suo lavoro per dare corso alla denuncia per diffamazione a mezzo stampa che abbiamo da tempo depositato», dichiarano i penalisti.
La diffamazione denunciata dai legali non è stata ancora accertata giudiziariamente. Sarà la Procura a valutare il contenuto della trasmissione, il modo in cui venne presentata la lettera anonima e l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni contestate.
Non risulta, allo stato, che Cangiano sia coinvolto nell’inchiesta sull’attentato.
La precisazione sul Riesame
La nota richiama anche decisioni del Tribunale del Riesame. Va precisato che il precedente provvedimento del Riesame aveva confermato le misure cautelari nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali. Per Lavitola, invece, il gip ha disposto la custodia in carcere e successivamente respinto la richiesta di domiciliari; la difesa ha annunciato l’impugnazione.
Politica
La maledizione d’agosto di Salvini: ogni mossa diventa un boomerang
Matteo Salvini affronta la crescita di Vannacci e la fronda lombarda, mentre gli interventi su Ranucci, banche e migranti alimentano tensioni politiche. Anche il video su Riccione e la contestazione all’Agnata diventano nuovi boomerang.
Quando Matteo Salvini entra nel mese di agosto, il calendario smette di essere un dettaglio e diventa un avversario politico. Nell’estate del 2019 furono il Papeete, il mojito e la richiesta dei «pieni poteri» a fargli perdere il governo. Sette anni dopo non c’è una crisi balneare da aprire, ma una lunga serie di fronti sui quali il leader della Lega sembra muoversi costantemente fuori tempo.
Il problema non è soltanto quello che dice. È il momento in cui lo dice, il modo in cui lo comunica e soprattutto l’effetto che produce: spesso l’esatto contrario di quello desiderato.
Vannacci e l’assedio dentro la Lega
Salvini deve anzitutto difendersi dal generale Roberto Vannacci, portato a Bruxelles dalla Lega e poi diventato fondatore di Futuro Nazionale. Il nuovo partito è cresciuto fino a sfiorare nei sondaggi lo stesso Carroccio e ha già raccolto parlamentari provenienti dalla maggioranza.
Come se non bastasse, la fronda interna non è più silenziosa. Dalla Lombardia è arrivata la richiesta di una leadership collegiale. Il governatore Attilio Fontana, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo e dirigenti delle province storicamente leghiste chiedono una redistribuzione del potere e un ritorno alle battaglie territoriali.
Il generale porta via voti e parlamentari, mentre i vecchi leghisti reclamano il partito. Salvini è stretto tra chi gli contesta di essere troppo moderato e chi non sopporta più la sua trasformazione della Lega in un movimento personale.
Il boomerang su Ranucci
Il caso Sigfrido Ranucci è l’esempio più evidente. La Rai sta valutando la condotta del giornalista attraverso il Comitato etico e potrebbe assumere provvedimenti sulla conduzione di Report.
Poi arriva Salvini e chiede pubblicamente la sospensione: «Gli italiani non paghino lo stipendio a qualcuno coinvolto in una vicenda torbida».
Il risultato è un boomerang perfetto. Qualunque decisione della Rai rischia adesso di essere interpretata come l’esecuzione di un ordine politico impartito da un vicepresidente del Consiglio. Le opposizioni possono così spostare il dibattito dai comportamenti contestati a Ranucci alla libertà dell’informazione.
In altre parole, Salvini rischia di offrire al conduttore proprio l’argomento difensivo più efficace: l’interferenza della politica sul servizio pubblico.
I toni contro Madrid e Berlino
Sulla crisi migratoria di Ceuta, il governo italiano ha scelto di introdurre controlli temporanei per chi arriva dalla Spagna. Madrid ha reagito con misure analoghe e la tensione diplomatica è aumentata.
Salvini ha aggiunto il proprio carico: «Lezioni da Madrid e Berlino noi non ne prendiamo. Prima sistemino i problemi in Spagna e Germania».
Una linea utile a rafforzare l’immagine del difensore dei confini, ma meno adatta a gestire rapporti con due Paesi alleati con i quali l’Italia condivide interessi economici e numerosi dossier europei. La fermezza è una scelta politica; trasformare ogni divergenza in una guerra verbale rischia invece di isolare l’Italia senza risolvere la questione migratoria.
La tassa sulle banche
Salvini propone poi un contributo triennale pari al 5% degli utili delle dieci maggiori banche italiane. Con profitti complessivi ipotizzati in 30 miliardi di euro, l’incasso sarebbe di circa un miliardo e mezzo all’anno.
È una proposta immediatamente popolare, soprattutto in un momento di grandi guadagni per gli istituti di credito. Ma non è ancora una misura concordata nella maggioranza: Forza Italia è contraria, mentre Fratelli d’Italia appare più disponibile al confronto.
Resta inoltre il problema già visto con precedenti tentativi di tassazione: impedire che le banche recuperino il contributo aumentando costi e commissioni a carico dei clienti.
Il meme di Riccione e il concerto per De André
La comunicazione social ha fatto il resto. Un video diffuso dalla Lega mostrava le immagini dei migranti di Ceuta accompagnate dalla scritta: «Riccione 2030, senza Salvini ministro dell’Interno».
Il Comune di Riccione ha annunciato un’azione legale, sostenendo che il filmato danneggi l’immagine turistica della città. La Lega si è difesa spiegando che si trattava soltanto di un meme.
Infine l’Agnata, la tenuta sarda di Fabrizio De André. Salvini si è seduto in prima fila al concerto in memoria del cantautore ed è stato contestato da una spettatrice. Dori Ghezzi ha difeso il diritto al dialogo, mentre Alice De André ha osservato che il nonno gli avrebbe probabilmente chiesto cosa ci facesse lì.
Essere presente non era una colpa. Ma per un politico che ha costruito la propria carriera sull’occupazione simbolica di ogni scena, anche sedersi in prima fila diventa inevitabilmente un messaggio.
Salvini continua ad avere fiuto, energia e una straordinaria capacità di dettare l’agenda. Il problema è che oggi sembra dettarla soprattutto contro se stesso. E agosto, ancora una volta, non gli porta consiglio.


